Nuovo appuntamento con BombaMusica l’11/12/2008

Giovedì 11 dicembre, ore 19.00, appuntamento con BombaMusica, il laboratorio musicale di BombaCarta.

Vi aspettiamo per ascoltare… treni! Lo lo sferragliare pigro delle sue giunture, il fischio del vapore, il richiamo di un Mistery Train, Love Train, o di un Last Train Home… non c’è dubbio che il treno abbia attratto musicisti di ogni luogo e generazione. Per questo l’abbiamo scelto come tema di quest’incontro: ognuno porta un brano che ricordi, citi, o evochi treni, poi lo si ascolta e commenta insieme. La durata del brano dovrebbe essere di massimo 5 minuti, ed è preferibile portarlo su cd (ma non necessario, per altri supporti tipo ipod, flash pen, o brani in mp3 contattatemi); è preferibile portare anche le fotocopie del testo, se presente.

Ci vediamo in via San Saba 19 (Aventino, Metro B Circo Massimo), dalle 19.00 alle 21.00.


WALL•E: quale futuro per la femminilità?

WALL•E: UNA PELLICOLA AUDACE…
L’aggettivo che meglio inquadra e descrive “WALL•E”, l’ultimo lungometraggio targato Disney-Pixar, è “audace”.
Anzitutto per la scelta più evidente: un’assenza quasi totale della parola. Davvero ardito se si parte dal presupposto che il target principale (non il più importante, solo il principale) sia quello dell’infanzia. I dialoghi sono rarissimi, minimi e scarna è pure la colonna sonora.
WALL•ERipensando alla filmografia classica per bambini non possono che venire alla mente titoli famosissimi abbinati a brani musicali che ne hanno rappresentato parte del successo. Il canto usato per “incantare”, per catturare il piccolo spettatore e trascinarlo più velocemente nell’universo della fiaba cinematografica. La canzone serve a veicolare in modo immediato la morale; inoltre, l’abbinamento di parole e musica permette alla morale stessa di vivere a lungo nella mente e nel cuore del pubblico.
Come riesce allora “WALL•E” a mediare, a rendere fruibile il proprio racconto a una platea affascinata dalla parola, facendo a meno della parola stessa? [Continua »]


“Art is the center of the real world”

“Art is the center of the real world”, la leggerete, nel video, questa frase, composta da frammenti di specchio, vetri colorati incastonati sulla parete dipinta in mille colori. E vi colpirà come una vera esplosione. Isaiah Zagar è un folle, ma come l’autore de I Bisonti di Altamira, non può non esprimersi.

A Philadelphia, nei pressi di una fabbrica di vetro in disuso e altri fabbricati abbandonati del suo quartiere, questo artista ha cominciato a raccogliere e conservare oggetti, frammenti, detriti e li ha restituiti sotto forma di mosaico, installazione, murales. Ha iniziato cinquant’anni fa nelle stanze della sua casa, giù per i corridoi e su per i soffitti. Poi è uscito fuori ha trasformato le facciate e non si è più fermato, per tutto il quartiere, per le strade, nei giardini, sui muri degli altri edifici della città. [Continua »]


Il ritorno di “Vita e destino”

La nuova edizione Adelphi di Vita e destino di Vasilji Grossman (1905 – 1964) nella traduzione dal russo di Claudia Zonghetti è uno degli eventi più importanti di questi ultimi anni nel magmatico e contraddittorio mondo dell’editoria italiana. Anche perché si tratta di una versione completa. Pubblicato per la prima volta in Italia da Jaca Book negli anni ottanta sulla base di una versione parziale del manoscritto in lingua francese, poco noto ai critici nostrani e sconosciuto al grande pubblico pur essendo un capolavoro riconosciuto a livello internazionale (George Steiner lo ha annoverato tra i libri che «eclissano quasi tutti i romanzi che oggi, in Occidente, vengono presi sul serio»), finalmente questo romanzo cardine della letteratura del ‘900 trova anche in Italia il suo posto in libreria accanto ai grandi classici di ogni tempo. Considerato dallo stesso autore il “Guerra e pace” del XX secolo, Vita e destino è il racconto corale della storia di una famiglia russa durante l’assedio di Stalingrado, epicentro di una sfida che un intero popolo è chiamato a vincere ma che stravolge innanzitutto il destino di singole esistenze, mettendo in gioco affetti, certezze e identità. Krymov, Darenskij, Strum, Zenya, Sofja Osipovna e gli altri protagonisti del romanzo [Continua »]


E…Altamirae uris

E Mauricii Cotronae cartha Rosa Elisa Giangoia vertit

Abhinc XV milia annorum, in spelunca Sandaquito XXX km. distante, homo (an homines?) carbone ocraque vel haematite sumptis facere quod antea numquam fecerat incipit, quod ad vivendum ei necessarium non erat: in cuniculi ducenta metra longi laqueari fera mammalia et hominum manus pingere incipit. Quod maxima cura sua ipsa operae faciendae potestate efficit: naturalibus murorum ad crassitudinem rerum effingendam circuitibus usus est; colores ad luminum umbrarumque rationem conficiendam iunxit; miram formarum verarum accurationem non per ambages animalium effigies persecutus est; ad musculos vere pingendos variis coloribus usus est; partium status ut ex inferiore loco omnia apta et congruentia essent studio efficit. [Continua »]


Poesia: vedere cose, avere visioni

Seamus Heaney

Seamus Heaney

Chissà se Jacob Dylan ha mai letto Seeing Things, la bella raccolta di poesie di Seamus Heaney del 1981? La domanda non è retorica e propende per il sì: l’indizio che spinge verso questa ipotesi scaturisce dal titolo dell’ultimo album musicale appena pubblicato dal giovane cantautore (figlio del più celebre Bob), che è proprio, guarda un po’, Seeing Things, “veder cose” si potrebbe tradurre, e così infatti s’intitolava l’edizione italiana della raccolta di Heaney, ma l’espressione vuol dire anche “avere delle visioni”. È bella in questo caso la ricca ambiguità della lingua inglese, perché viene da pensare che le due cose coincidano, veder cose e avere visioni, e comunque questa è la stoffa con cui è tessuta la poesia, un fatto di “vista”. [Continua »]


Cesare Pavese e il diario dei fatti degli altri

Cesare Pavese“Il diario dei fatti degli altri” è la definizione dello stile di Cesare Pavese data alla fine degli anni ’40 da Leone Piccioni, classe 1925, piemontese doc, professore di Letteratura italiana moderna e contemporanea a Roma e a Milano, critico letterario, giornalista e direttore RAI di programmi radiofonici e televisivi.

Ho conosciuto Leone Piccioni nel 2005, quando ho incontrato ed intervistato per la rivista “Le colline di Pavese” alcuni amici di Cesare Pavese, ora “giovanotti” che affidano al ricordo la sua figura. Incontrarli ha significato incontrare Pavese non solo come scrittore, ma anche come uomo. Che poi, forse, è la stessa cosa, ma lascio a ciascuno la possibilità di scegliere se sovrapporre i ruoli.

Leone Piccioni mi era stato segnalato come il giornalista che nel 1950 intervistò di persona Pavese per il programma radiofonico “Scrittori al microfono”. E invece, delusione. Come mi raccontò lui stesso “Quello fu un episodio nel quale non ci incontrammo affatto. Io, in qualità di curatore del programma “Scrittori al microfono” preparai le domande dell’intervista, mentre Pavese incise su nastro le sue risposte e le fece recapitare in RAI. E così l’intervista fu mandata in onda.”

Nel corso dell’intervista Cesare Pavese rispose a domande sulla sua posizione verso la narrativa italiana, sul suo rapporto con la traduzione e la scrittura e sull’atteggiamento della critica contemporanea verso il suo lavoro, tacciato di neorealismo polemico, di eccessivo americanismo e di forte orientamento al regionalismo (il testo dell’intervista, datata in un manoscritto 12 giugno 1950, è rintracciabile in classicitaliani.it ).

In precedenza, Leone Piccioni e Cesare Pavese si erano scritti delle lettere. Pavese aveva mandato risposta a Piccioni in merito alla sua recensione a “Il diavolo sulle colline”. “Fu in occasione di quello scritto che mi venne spontaneo dare questa definizione dello stile pavesiano: un diario dei fatti degli altri. Mi colpì immediatamente la confidenza tutta particolare con cui Pavese trattava i suoi personaggi, quel modo familiare, quasi intimo di tratteggiarne i caratteri, le movenze, i gesti”. Piccioni dice di apprezzare di Cesare Pavese “la maniera di costruire le storie, la storia, ma ancor più di amare i suoi “tipi”, i suoi uomini e le sue donne, tutti e tutte da interpretare, pieni di vita, di mistero, di silenzi eloquenti e sempre mi soffermo sulla descrizione che fa dei luoghi, degli ambienti in cui queste vite si muovono, parlano, amano e soffrono”.

Per Piccioni Pavese è un narratore. “Basti pensare alle donne de “La luna e i falò”: per me rimangono le figure femminili migliori della produzione pavesiana, così vivide, così sentite. La scrittura di Pavese è intensa, emerge da dentro, ha un suo vissuto. Pavese, inoltre, fu un apprezzato traduttore degli americani allora emergenti e l’unico americano che non tradusse fu, stranamente, Scott Fitzgerald. E dico stranamente perché, a mio parere, Scott Fitzgerald ebbe su di lui e sul suo stile una notevole influenza, soprattutto per quanto riguarda l’elaborazione dei personaggi, dei fatti. È vero, non lo tradusse mai, ma addirittura consigliò ad altri di tradurlo”.

Pavese scrisse poi a Piccioni nella primavera del ’50, per fargli gli auguri di nozze. I due ebbero pochissime occasioni di incontro, tutte concentrate in un periodo brevissimo che precedette di alcuni mesi la morte dello scrittore.

Il primo incontro risale al giugno del 1950, a Roma, in occasione della consegna del Premio Strega. Cesare Pavese vinse in quell’anno con “La bella estate”. “Ero come intimorito: ci scambiammo poche e rapide battute, quasi non mi avvicinai a lui. Ma mi è rimasta una forte sensazione di quella serata. Come ho avuto modo di scrivere in “Maestri e amici” (Rizzoli, 1969) fui fortemente colpito dall’uomo. Prima di conoscerlo, dalle sue pagine, avevo avuto l’impressione che si trattasse di una persona rigorosa, anche se si intuivano qua e là alcune debolezze, alcune incertezze. Quando lo ebbi di fronte potei confermare questa sensazione e aggiungere la chiara percezione della sua interiore bontà, di una evidente affabilità, di una timidezza accompagnata ad una grande sofferenza certamente legata alle vicende personali di quel periodo. Lo rividi circa un mese dopo, erano i primi d’agosto, a Forte dei Marmi e mi impressiona pensare che di lì a pochissimo si sarebbe ucciso… A Forte dei Marmi io ero in villeggiatura: la cittadina era un punto di ritrovo di molti intellettuali dell’epoca. Fu Vittorio Sereni ad avvisarmi quel giorno che Cesare Pavese era di passaggio. Inforcai la bicicletta e mi precipitai ad incontrarlo: non mi cambiai nemmeno e quando lo vidi non rimanemmo soli, chiacchierammo interrotti di continuo dai presenti, ma mi sembrò di conoscerlo da sempre. In ambedue i casi ho provato una forte emozione, che non è solo quella del primo incontro con una persona famosa, ma è quella reverenza sincera, quel rispetto che si deve ai maestri, a chi ci trasmette qualcosa, dei valori, degli insegnamenti, dei frammenti di vita.”

Il dolore per la morte improvvisa e prematura di Pavese spinse Piccioni a scrivere, fra l’estate e l’autunno del 1951, il saggio “Vita e morte di Cesare Pavese” (Vallecchi, 1952 in “Lettura leopardiana e altri saggi”). Il manoscritto di questo saggio, quando ancora era inedito, partecipò al Premio Napoli. Fra i giurati del premio c’era anche Goffredo Bellonci, il quale, notoriamente, non aveva simpatia per Piccioni. “Quando il mio manoscritto risultò vincitore – il materiale era arrivato in busta chiusa – Bellonci si disse sicuro che l’autore fosse Fernanda Pivano! Sono molto affezionato a questo saggio che ritengo il primo lavoro organico di critica pavesiana scritto subito dopo la sua scomparsa”.

La chiacchierata con Leone Piccioni è stata molto lunga e ha divagato anche su altri temi e questi così intimi, così personali mi ritornano spesso in mente. Perché sono particolarmente veri. Una di quelle meravigliose occasioni per fare esperienza della letteratura. Fino in fondo.