La letteratura amplia la capacità di fare esperienza

A che cosa “serve” la letteratura? La letteratura col suo immenso patrimonio di storie, immagini, suoni, personaggi… a che serve? A che “mi” serve? Il rapporto tra la vita e la letteratura, in realtà, è sempre stato inquieto e complesso. Si potrebbe scrivere una vera e propria storia di questa relazione che è stata ora affermata e ora negata, ora desiderata e ora respinta. Jean Cocteau scrisse a Jacques Maritain: “La letteratura è impossibile, bisogna uscirne”. Ma per andar dove? Probabilmente per uscire dal narcisismo dell'”interiorità” autoreferenziale. L’aveva intuito anche Clemente Rebora: Lungi da me la scappatoia dell’arte. L’arte sarebbe dunque una scappatoia. Sarebbe una forma di tragica consolazione, che confina con la percezione leopardiana dell’infinita vanità del tutto. Che farsene, dunque, di parole scarse, e forse senza sole, come le definiva Sandro Penna, o di qualche storta sillaba e secca come un ramo (Eugenio Montale)? [Continua »]


Critici con il mal di critica

In occasione dell’uscita del nuovo pamphlet di Massimo Onofri, Recensire. Istruzioni per l’uso, Cristina Taglietti sul Corriere della Sera di oggi ripropone la questione di come si debba fare critica letteraria e di quali siano le responsabilità del critico. La giornalista del quotidiano milanese riferisce che i mali della critica attuale secondo Onofri consistono nel “rifiuto del giudizio di valore” e, quindi, nella rinuncia alla “funzione etica della critica stessa”.
Non è la prima volta e non sarà l’ultima che si lancia questo sasso nello stagno ma non si andrà oltre le solite polemiche (già iniziate con la sarcastica risposta di Antonio D’Orrico sulla stessa pagina del giornale): ogni critico difenderà il proprio approccio e attaccherà quello dell’altro (anche perché Onofri ha stilato un elenco di buoni e cattivi critici). Assisteremo ad una scaramuccia, istantanea quanto sterile, tra intellettuali che hanno cessato di cercare un orizzonte comune. Come certe fulminee risse tra ubriachi che subito si spengono, ognuno ritornerà a chiudersi nel proprio pensiero e silenzio corrucciato (fino al prossimo sbotto). A detrimento dei lettori e del dibattito culturale. [Continua »]


Lavori sul sito

In questi giorni stiamo aggiornando il sito e sono previsti (lo avrete già notato) disservizi ed errori nei collegamenti. Cercheremo di riportare la situazione alla normalità quanto prima.

Da questo momento inoltre l’indirizzo roma.bombacarta.com non esiste più: le attività di Roma sono riportate già su queste pagine.

È inoltre stato ripristinato l’indirizzo federazionebombacarta.it/ (anch’esso in costruzione) come riferimento per tutte le associazioni della Federazione BombaCarta.


In molti giorni lo ritroverai

“In molti giorni lo ritroverai” è il verso di Qohèlet che Erri De Luca traduce in modo originale e sceglie come titolo del suo ultimo libro: ultimo per me, nel senso che è quello che ho acquistato per ultimo, ma non so se nel tempo trascorso tra la data di pubblicazione, maggio 2008, e questo mio tentativo di presentazione, lo Scrittore, puntuale come pochi nel mandare in libreria le sue <testimonianze di vita> ad intervalli regolari, ne abbia pubblicati altri.
Il Libro è l’intervista che Massimo Orlandi ha fatto ad Erri De Luca nell’incontro con la Fraternità di Romena: all’inizio egli pone, dopo le brevi notizie su Erri, quelle su Romena, ed ancora prima, ad apertura, la storia di quest’incontro più volte richiesto.
“Più volte, nel corso degli anni, abbiamo mandato a Erri segnali della nostra voglia di incontrarlo. Troppo timide le richieste, scarsamente convincenti gli ambasciatori o, forse, poco maturi i tempi”.
Intanto però continuava il rapporto con la Fraternità, “lo stupore dell’incontro a distanza generato dalla scrittura”, che Erri, con la sua capacità di creare immagini piene di significato, definiva un “versare vino in un bicchiere lontano”. Vino evidentemente buono se ha sostenuto per anni un’attesa “viva, senza enfasi”.
“La nostra non è mai stata ammirazione, dice Massimo, delineando bene la natura di questo rapporto: “quella presuppone uno scalino sul quale Erri non è mai salito né noi lo abbiamo messo. Neppure amicizia” … “In questo rapporto a distanza noi abbiamo semplicemente sentito che l’autenticità di Erri ci parlava, parlava a ciascuno di noi, parlava alla Fraternità e al suo camino. Ascoltarlo ci apriva spazi fertili ed inattesi”. [Continua »]


Figli o uomini in maschera?

MascheraLa discussione ispirata dal film Into the wild nel corso dell’ultima Officina di Bombacarta mi ha fatto pensare alla storia di Hans Schnier. Figlio di una famiglia protestante tra le più ricche e in vista di Bonn nella Germania degli anni cinquanta, all’età di ventuno decide di abbandonare scuola e genitori (una madre dura e avara, un padre tanto mite quanto inconsapevole) per fuggire con Maria che invece è cattolica e di umili origini. I due conducono una vita precaria e raminga a causa del mestiere di Hans, un clown tanto dotato quanto indisciplinato e umorale. Maria gli vuole molto bene, ma da cattolica vive con disagio la sua condizione di “concubina”. Hans, pur adorandola, non sente la necessità di suggellare la loro unione con una firma su un registro civile o una dichiarazione pubblica di fronte ad un ministro di culto perché non tollera l’irrealtà che ha sempre percepito nel formalismo che regola i rapporti tra gli uomini. Inoltre Hans è allergico al “circolo di cattolici” verso cui Maria nutre un misto di timore reverenziale e di ammirazione, persone dalle idee tanto cristalline quanto astratte. La ragazza ama tornare a Bonn di tanto in tanto per respirare l’aria cattolica di questa gente e dopo cinque anni improvvisamente lascia Hans per sposare, nella piena osservanza delle forme civili e religiose, uno dei membri più quotati del gruppo. [Continua »]


Perdersi nella foresta

 Intervento all’Officina di sabato 15 novembre 2008

Il protagonista del libro di Jon Krakauer Nelle terre estreme e del film Into the wild di Sean Penn,  Chris/ Alex, è il risultato di un complesso e lungo itinerario culturale, che egli ha appreso, in modo mediato e per lo più inconsapevole,  dai libri; infatti dobbiamo tenere sempre ben presente che è un lettore appassionato. Abbandonare il vivere civile per affidarsi alla foresta è tema medievale, sconosciuto al mondo classico, dove semmai esiste la fuga, ma per mare. Il termine stesso foresta (dall’inglese forest) deriva dal latino foris (fuori), in sostituzione dei classici silva e saltus, con il preciso significato di luogo dove ci si estrania in contrapposizione a quello di vita abituale.

(Hedysarum alpinum)

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Il «romanzo» non è mai un «trattato»

Elio Vittorini in una sua lettera a Louis-René des Forêts il 26 gennaio 1963 in margine al progetto, poi arenatosi, della rivista Gulliver, riferendosi a ciò che «una parte di voi a Parigi» intende per letteratura, scrive al suo interlocutore: «Noi potremmo dire che voi chiamate letteratura un’attività che sarebbe più proprio definire filosofica. Con ciò non sottintendo, sia ben chiaro, che noi ameremmo limitare la qualifica di letteraria a un’attività unicamente di immaginazione sensorio-affettiva. Tutt’altro, anche noi amiamo riflettere e costruire discorsi ragionati che abbiano senso operativo. Solo che ci sembra sia specifico della letteratura farlo adoperando le cose come oggetti, e le idee adoperandole invece come strumenti; mentre la tendenza rivelata in molte delle vostre riflessioni ad adoperare le idee stesse come oggetti e a tacere, a scartare, a lasciar fuori conto le cose, ci sembra specifico delle attività filosofiche». Le parole sono pesate, precise, garbate ma convincenti nel proporre la differenza sostanziale tra «romanzo» e «trattato».