Mondi (in)comprensibili

Questa è la mia lettera al Mondo / Che non scrisse mai a Me.
È con l’immagine di una lettera senza risposta, che Emily Dickinson sceglie di rappresentare la distanza che sente tre sé e la realtà. Una poetessa che cerca di comprendere il mondo attraverso le parole. Un mondo che si nega, che chiude ad ogni possibilità di comunicazione. In questi due versi Dickinson condensa tutta la sua solitudine, il suo sentirsi ignorata in un dialogo fondamentale come quello con il reale. Forse, semplicemente, Emily e il Mondo parlano “lingue” diverse.
Il modo in cui comunichiamo è da sempre la chiave di volta del nostro rapporto con ciò che ci circonda. Il linguaggio è uno strumento, più che utile, necessario per comprendere la realtà: nel trovarci di fronte qualcosa di nuovo, iniziamo a conoscerlo quando gli diamo un nome, lo rendiamo identificabile e quindi comunicabile. Non è un caso che in molti racconti della Creazione sia l’uomo a dare nome al creato – come nel caso di Adamo – o perfino che la realtà prenda forma nel momento in cui l’essere umano la nomina.
Un esempio più immediato di questo bisogno di “dare un nome” è quello dei toponimi. Sarebbe quasi impossibile definire il nostro muoverci nel mondo, se non avessimo un nome per ogni luogo da cui proveniamo, che attraversiamo o verso cui siamo diretti. Ma in base a cosa scegliamo questi nomi?
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Credo che a ogni persona sia capitato, almeno una volta nella vita, di smarrirsi nelle vie di una città sconosciuta o nelle stanze di un grande museo, durante una passeggiata nella natura o nel mezzo dello shopping frenetico in un centro commerciale. In questi casi, lo strumento principale per ritrovare se stessi è, generalmente, una buona cartina. E il punto che ci individua sulla cartina è corredato, quasi sempre, da un’etichetta che recita “voi siete qui”.
Una serie di cui solo recentemente l’audience occidentale è venuta a conoscenza e della quale è stata appena lanciata la terza stagione, è Shtisel: in essa si racconta, spesso a tinte ironiche, la vita quotidiana e pur atipica (per noi) di una famiglia haredìm nella Gerusalemme di oggi. Tra fallimentari tentativi di sposalizi, feste e celebrazioni, affetti e aspirazioni personali, scontri di genitori con figli (a tutti i livelli), rigore di vita, scorre un filo sottile di tenerezza che dà senso e tratteggia i caratteri di ogni singolo componente – quando lo si inquadra nella solitudine della sua stanza, lontano dalla vita comunitaria o anche solo familiare. C’è una scena in particolare che riflette questo sentire, che ha tutti i tratti di una profonda devozione: uno dei personaggi reagisce scandalizzato e disperato ad una rappresentazione della donna amata – fissata per l’eternità in un’immagine che ne lascia intravedere i capelli sciolti, cosa considerata assolutamente sconveniente per una fedele e per quella fedele nella fattispecie. Ma invece di distruggere il quadro o reagire furiosamente, come ci aspetteremmo dal tenore della scena e dalla storia del personaggio fino a quel momento, una volta placato si ferma, prende in mano un pennello e incomincia a rivestire con il colore quella parte scoperta, tingendola di azzurro come l’abito della donna, lasciando il resto del lavoro così com’è.
“Chiunque stesse bussando alla porta non era intenzionato a smettere.”
Sembra che la prima testimonianza di una parvenza di rappresentazione cartografica, giunta intatta sino ai nostri tempi, non riguardasse la superficie terrestre quanto quella celeste. Si tratta di alcuni puntini dipinti con pigmenti minerali, circa sedicimilacinquecento anni prima di Cristo, sulle pareti delle grotte di Lascaux, che riproducono, in piccolo, costellazioni quali le Pleiadi, Vega, Deneb e Altair. Questi frammenti di mappe del cielo notturno, intervallati da figure di cervi, bisonti, cavalli e felini, ci ricordano uno dei bisogni che da sempre accompagnano l’umanità, ovvero la necessità di orientarsi nel mondo.