You said something!

PJ Harvey
You said something è una canzone di PJ Harvey tratta da “Stories from the City, Stories from the Sea” (un grande disco) e vuole essere un augurio per le Officine di BombaCarta di quest’anno, che tutti possano vivere la sorpresa di sentire una parola importante, una parola che non si dimentica. Nella storia raccontata in questa canzone non sappiamo di che parola si tratti, ma avvertiamo che è una parola nuova, inaspettata, tanto potente da incidersi indelebilmente nella memoria (ovvero nel cuore).
Di seguito trovate il testo in inglese e una mia traduzione, ma ecco anche il filmato della canzone cantata dal vivo e una versione acustica senza immagini (se preferite ascoltare senza farvi influenzare dallo sguardo e dal look di Polly).
I protagonisti sono su un tetto di Brooklin e l’orizzonte è vasto, la vista ampia. I tetti dei palazzi in città sono come le cime dei colli, se si sale su un tetto, anche inconsciamente, è perché si vuole vedere lontano, ci si vuole specchiare nel cielo, interrogarlo e lasciarsi interrogare. Da quel tetto di Brooklin si vedono le luci, i ponti e i grattacieli di Manhattan, un’immagine che sembra contenere, per la sua magnificenza e la sua formicolante dinamicità (flashing lights), una domanda. [Continua »]
Trattenete il respiro. Tappatevi il naso e serrate le labbra. Potete resistere due minuti, due minuti e mezzo con un po’ d’allenamento, poi il vostro cervello implorerà nuovo ossigeno e vi sembrerà di morire. La sensazione è corretta, se aspettaste ancora potreste effettivamente morire. È un dato certo, l’uomo non può sopravvivere senza ossigeno. Potete ricominciare a inspirare, ora.
Dopo Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento
Chi è lui? Chi è lo sconosciuto che mi sta di fronte, l’altro con cui ho incrociato lo sguardo, questo tale che mi parla, la persona con cui sto viaggiando gomito a gomito sull’autobus, l’uomo che mi viene incontro sul marciapiede? In Israele una simile domanda vuole innanzitutto una precisa risposta di carattere etnico perché essere ebreo o arabo (ancorché israeliano) è un elemento di diversità radicale che suscita sentimenti e comportamenti molto differenti. Eppure la questione non è così semplice. Può accadere, per esempio, che un ebreo cresciuto in un paese come l’Iraq, dopo aver parlato solo arabo per ventitre anni (e, quindi, con un’anima araba), sia costretto a lasciare il Paese per via del suo sangue semita e a rifugiarsi in Israele, l’unico paese disposto ad accoglierlo. Giunto nel nuovo Stato, questo strano ebreo di cultura araba, decide di abitare nel quartiere arabo di Haifa e di diventare uno scrittore.
One blue sky above us/ One ocean lapping all our shore/ One earth so green and round/ Who could ask for more? Questo è l’incipit di My Rainbow Race, una canzone di Pete Seeger del 1969 che mi ricorda tanto da vicino la domanda di Whitman citata da Antonio Spadaro in un recente messaggio (Il semplice fatto di esistere – che vi è di meglio?). Sempre nel 1969 il poeta argentino J.L.Borges ha tradotto, con ammirazione e passione, la raccolta di Walt Whitman Foglie d’erba precisando nel prologo, tra l’altro, che: “Innumerevoli sono coloro che hanno imitato, con esito diverso, l’intonazione di Whitman: Sandburg, Lee Masters, Maiakovskij, Neruda…”.
Labente anno Officina Romana quae in BombaCarta est iter mutare legit. Argumentum commune iam nobis non erit, sed inter nos disceptare exordium ex…artis opere sumentes optabimus. Igitur iam non argumentum, sed opus. Tempus venit, ut intelleximus. Omnia artis opera in se ipsa animos, notitias, studia conglobant. Immo, ipsum artis opus est de natura opinio ad suum spectatorem ante orbem terrarum renovata mente ponendum apta.