La bellezza è armonica o selvaggia?

Christopher Johnson McCandless, un giovane brillante e di buona famiglia, appena diplomato con lode all’Emory University di Atlanta, sparisce e si inoltra per le strade d’America con un sogno: raggiungere l’Alaska. È l’estate 1990. Chris ha 22 anni. Non manca nulla a questo ragazzo, dotato di una sensibilità acuta e di una intelligenza brillante. Tuttavia nulla gli basta, perché porta dentro di sé un’urgenza, una necessità assoluta che gli fa rifiutare ogni agio, ogni certezza, persino ogni regalo materiale. Lasciandosi alle spalle la sua città e il suo mondo, Chris intende provarsi in una nuova vita nella quale sia possibile immergersi a contatto diretto con l’esperienza senza filtri o mediazioni sicure. Questa la storia che ha ispirato prima un libro scritto da Jon Krakauer e poi il film Into the wild diretto da Sean Penn.
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La risposta soffia…

Johnny Cash“Il re ordinò che fossero legati/ e gettati nella fornace ardente”. Il re di cui si parla è Nabucodonosor, la fornace ardente attende chi non adorerà “l’idolo d’oro”. Siamo dinanzi ai versi di una canzone di Johnny Cash, The fourth Man. La fornace ardente a cui allude il testo (fiery furnace), prima di essere un luogo comune del romanzo americano, le cui tracce sono tanto nel melvilliano Moby Dick che nei racconti di Hawthorne, è estrapolata da un brano biblico. Per narrare la sua personale (e sofferta) redenzione, Cash sceglie di interpretare un passo del profeta Daniele. Come è accaduto a Sadrach, Mesach e Abdenego nel passo biblico, Cash sente di avere camminato nelle fiamme e di esserne uscito, soccorso da un misterioso “quarto uomo”. Quello del corpo a corpo con le Sacre Scritture non è solo la cifra poetica del cantante scomparso nel 2003, na un topos ricorrente nella canzone popolare americana. Mediata dal grande patrimonio afroamericano dei gospel, nel quale il cristianesimo ha riversato il suo patrimonio figurale, lessicale e simbolico, la canzone Usa ha attinto a piene mani dal testo biblico, spingendosi in alcuni casi fino alla [Continua »]


Cose

UtensiliLa nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose che ci circondano e che usiamo o contempliamo o con le quali comunque entriamo in contatto. In realtà il rapporto concreto con le cose è il luogo in cui si gioca molta parte della nostra vita, giorno per giorno. Il significato della nostra stessa esistenza si gioca anche nel modo in cui noi viviamo con gli oggetti, come vediamo le cose.

L’allegria materialista
Francis Ponge (1899-1988) è un «classico» della descrizione degli oggetti più umili e quotidiani. Nelle sue meditazioni in prosa poetica egli le considera al di là di ogni abitudine percettiva, di ogni espressione verbale logorata dall’uso. Sembra domandare al suo lettore: come vedi il mondo? Come lo guardi? Ti rendi conto che le cose «esistono», oppure vivi senza prendertene cura? Nelle sue composizioni ogni oggetto sembra nuovo, come appena creato. Le parole tendono ad adeguarsi completamente alla cosa che provano a descrivere, riscoprendosi però sempre come un lenzuolo troppo stretto che viene tirato ora di qua e ora di là. Così, ad esempio, nelle prime righe della descrizione di una candela: «La notte a volte ravviva una pianta singolare il cui bagliore scompone le camere ammobiliate in cespugli d’ombra. La sua foglia d’oro si regge impassibile nel cavo di una colonnetta di alabastro, attraverso un peduncolo nerissimo». Gli fa eco il grande scrittore svizzero francese Philippe Jaccottet: «Il dono, inatteso, di un albero illuminato dal sole basso di fine autunno; come quando una candela è accesa dentro [Continua »]


78.08

Esce, per Excelsior 1881 di Milano, 78.08, nuovo libro di Tommaso Labranca.

78.08, Tommaso LabrancaQuarantenne prodigio della letteratura minimal-italiana, di Labranca, piccolo ma ben proporzionato autore di culto, si rammentano pubblicati da Castelvecchi vari saggi dai titoli esemplari: da Andy Warhol era un coatto (antico, aggiungerei rovinando l’effetto), al Piccolo isolazionista, vera bibbia della Generazione iPod.

Tralasciando la trama del nuovo 78.08, ininfluente ma dal finale a scelta, la carrellata dei personaggi, icone della società grossolanamente corretta, è fenomenale: Antonio Maniero è un consumatore quarantenne e nostalgico, che vive in una dimensione purtroppo parallela alla sua età aurea, il 1978 stroboscopico e un po’ ricchione della Saturday Night Fever, ove giovinetti per niente efebici tralasciavano la cura delle sopracciglia e le delizie della depilazione totale, per dedicarsi invece al rimorchio pecoreccio in discoteche di periferia. Ciò rigorosamente una sola serata a settimana (da tale sana abitudine l’abusato “one shot”), in perfetta compatibilità con una quantomai sottoborghese esistenza, animata dal sogno programmato per il sabato successivo. [Continua »]


You said something!

PJ Harvey

PJ Harvey

You said something è una canzone di PJ Harvey tratta da “Stories from the City, Stories from the Sea” (un grande disco) e vuole essere un augurio per le Officine di BombaCarta di quest’anno, che tutti possano vivere la sorpresa di sentire una parola importante, una parola che non si dimentica. Nella storia raccontata in questa canzone non sappiamo di che parola si tratti, ma avvertiamo che è una parola nuova, inaspettata, tanto potente da incidersi indelebilmente nella memoria (ovvero nel cuore).

Di seguito trovate il testo in inglese e una mia traduzione, ma ecco anche il filmato della canzone cantata dal vivo e una versione acustica senza immagini (se preferite ascoltare senza farvi influenzare dallo sguardo e dal look di Polly).

I protagonisti sono su un tetto di Brooklin e l’orizzonte è vasto, la vista ampia. I tetti dei palazzi in città sono come le cime dei colli, se si sale su un tetto, anche inconsciamente, è perché si vuole vedere lontano, ci si vuole specchiare nel cielo, interrogarlo e lasciarsi interrogare. Da quel tetto di Brooklin si vedono le luci, i ponti e i grattacieli di Manhattan, un’immagine che sembra contenere, per la sua magnificenza e la sua formicolante dinamicità (flashing lights), una domanda. [Continua »]


Su Jovanotti, la solitudine e il respiro del mondo

Il seguente articolo è di Valerio De Felice, studente della classe III A del Liceo Albertelli ed è stato “provocato” da una mia domanda: “scrivete un commento alla canzone Fango di Jovanotti”. Eccolo qua, buona lettura!

Bimbi e fangoTrattenete il respiro. Tappatevi il naso e serrate le labbra. Potete resistere due minuti, due minuti e mezzo con un po’ d’allenamento, poi il vostro cervello implorerà nuovo ossigeno e vi sembrerà di morire. La sensazione è corretta, se aspettaste ancora potreste effettivamente morire. È un dato certo, l’uomo non può sopravvivere senza ossigeno. Potete ricominciare a inspirare, ora. [Continua »]


La nobile avventura del corpo (e le sue cinque vie)

Almeno Cinque, Erri de Luca e Gennaro MatinoDopo Mestieri all’aria aperta. Pastori e pescatori nell’Antico e nel Nuovo Testamento del 2004 e dopo Sottosopra. Alture dell’Antico e del Nuovo Testamento del 2007, ecco un nuovo piccolo libro della “strana coppia” napoletana composta dal romanziere studioso della Bibbia Erri De Luca e dal parroco-scrittore Gennaro Matino, questa volta dedicato ai cinque sensi, da cui il titolo che sembra essere una richiesta: Almeno cinque. Almeno, come a dire che ci sarebbe bisogno di altri sensi, di sensi “ulteriori” per riuscire a percepire ciò che per sua natura è al di là della percezione umana: Dio. È lui il protagonista di questo breve saggio, come lo è della Bibbia, il “campo lavorato” dai due autori che, ancora una volta, si sono spartiti la fatica tra Antico Testamento (De Luca) e Nuovo Testamento (Matino). [Continua »]