BombaCarta a Roma: ecco tutte le attività

Ecco tutte le attività di BombaCarta a Roma:

Logo BombaCartaL’incontro di OFFICINA, l’appuntamento principale, è un workshop tematico in forma di seminario tra espressione scritta, visuale e musicale. Il primo appuntamento sarà Sabato 25 Ottobre, dalle 15.00 alle 19.00 nella nuova sede di via San Saba, 19 (zona Aventino).

Le altre attività consistono in LABORATORI di espressione creativa. Sono previsti laboratori di Cinema, Musica, Scrittura, Lettura, WebTv, BombaBibbia, Cineforum. [Continua »]


Un calendario provvisorio

Ecco un calendario provvisorio degli appuntamenti di BombaCarta Roma, nell’attesa che si completi la ristrutturazione del sito. Tutte le attività sono libere e gratuite.

Officina (sabato 15.00-19.00 via di San Saba, 19):

  • 25 ottobre
  • 15 novembre
  • 20 dicembre
  • 24 gennaio
  • 21 febbraio
  • 21 marzo
  • 2-5 aprile Convegno a Reggio Calabria
  • 23 maggio
  • 6 giugno

Laboratori: una volta al mese, di giovedì, a via di San Saba 19, dalle 19 alle 21:

  • BombaBibbia: 20 novembre
  • Lab O’Connor (lettura): 6 novembre – 4 dicembre
  • BombaMusica: 13 novembre – 11 dicembre
  • BombaCinema: 27 novembre – 18 dicembre

Infine c’è il laboratorio di Scrittura che inizierà sabato 25 ottobre ore 10-13 (e nel pomeriggio ci sarà l’Officina).

Partecipate!


Scrivendo oltre, sempre oltre, si va incontro all’imprevisto…

Inserisco, col suo permesso, una riflessione di Gianni De Martino suscitata dalla lettura di Abitare nella possibilità.

Sì, Antonio, scrivendo oltre, sempre oltre, si va incontro all’imprevisto… Occorre essere intrepidi, disposti a lasciarsi sorprendere da un tratto inatteso: magari un pugno, una cornata dall’invisibile.
È la scrittura meno gratuita che esista, la più pericolosa. Viene irresistibilmente in mente la storia di Sheerazade: “Racconta una bella storia o ti uccido.” È a questo “tirannico” impulso scrittorio (i romantici direbbero “ispirazione”) che ci si sottomette, o meglio si ubbidisce nel corso dell’atto dello scrivere?
SheerazadeIn ogni caso occorre sorvegliare le parole, non solo le emozioni e i sentimenti, e rendersi accoglienti: mettersi in un angolo, in posizione femminile, vivendo nel tempo dell’intervallo degli altri, sospesi a una virgola come in attesa di un dettato… [Continua »]


La voce antica di Anna Cinzia Villani

Ninnamorella - Anna Cinzia VillaniLe parole inglesi mirror e miracle derivano entrambe dal latino miraculum (che a sua volta viene da mirus, stupefacente, meraviglioso). La lingua inglese ha conservato un legame misterioso: quello tra il miracolo – inteso come ciò che desta meraviglia – e lo specchio. Il miracoloso è ciò che in qualche modo ci consente di specchiarci e di ritrovare qualcosa di noi. La voce di Anna Cinzia Villani è allora un piccolo miracolo, perchè nelle sue vibrazioni, nella sua estensione, nel suo talento, nelle sue canzoni del Salento, torna a vivere un tempo perduto ma non morto.

Nel 1959 Ernesto De Martino approda in Puglia. Dalla sua indagine, nascerà La terra del rimorso, opera in qualche modo aurorale, perché termine di paragone per tutto il lavoro etnografico che seguirà sulla Puglia. In realtà la taranta aveva inquietato e interrogato anche altre intelligenze. Tra queste il gesuita Atanasio Kircher.

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Dalle sponde del mare bianco

In Napoli Ferrovia Ermanno Rea invoca per Napoli un destino: il meticciato. Solo l’annacquarsi di un’etnia – scrive – può offrire alla città la possibilità di un riscatto. In un libro di qualche anno fa, ancora su Napoli, Raffaele La Capria impugna l’arma della nostalgia. Una nostalgia che non è – spiega – un arroccarsi o un mitizzare un passato che non è più, ma al contrario “serve ad armare la memoria contro la rassegnazione, è un combustibile per alimentare la non assefuazione”. Come conciliare queste due voci, quella che pretende un futuro diverso – di mescolanza – e quella che invece indugia sul dolore suscitato da un passato tradito, un passato che chiede la non-rassegnazione? Una via paradossale – forse – c’è: il sud ascolti la voce di ciò che sta ancora più a sud. Solo così – forse – potrà ritrovare se stesso, potrà riagganciare al contempo il suo passato e il suo futuro. La casa editrice di Messina Mesogea lavora da tempo a comporre, registare, recuperare queste voci. Voci del Meditteraneo, voci del sud, come quella del poeta tunisino Moncef Ghachem. [Continua »]


Abitare nella possibilità

Dopo il saggio del 2002 A che cosa “serve” la letteratura?, in cui era arrivato alla conclusione che la letteratura “serve” fondamentalmente a dire la nostra presenza nel mondo e, come uno “strumento ottico” (Proust), a interpretarla, a cogliere ciò che va oltre la superficialità del vissuto, il gesuita Antonio Spadaro, docente di “Introduzione all’esperienza della letteratura” presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, e redattore letterario della rivista “La Civiltà Cattolica”, ha ulteriormente approfondito la sua indagine sul valore e sul senso della letteratura nel recente saggio Abitare nella possibilità. L’esperienza della letteratura.  Nella prima parte del volume lo studioso traccia un percorso che attraversa e intreccia gli itinerari di critici e scrittori per individuare che cosa sia la letteratura e quali siano i modi per viverla e comprenderla. Passando attraverso concezioni diverse, Spadaro giunge ad “intuire come la “verità” della  letteratura stia nella sua “capacità di interpretare l’esistenza e di condurla al di là di se stessa”. [Continua »]


Le voci e le storie

La nostra vita è immersa nei suoni, nei rumori e nelle voci, che per lo più ci infastidiscono e ci stancano, per cui per il riposo cerchiamo la quiete e il silenzio, soprattutto a contatto con la natura, dove recuperiamo altri suoni, altri rumori, altre voci. Quest’ultimi ci portano fuori dal presente, ci trascinano indietro nel tempo, anche lontano, tanto che possiamo essere indotti a chiederci quale fosse l’ambiente sonoro degli antichi Greci e Romani. È quanto ha fatto Maurizio Bettini (nella foto), con la sua straordinaria capacità di indagine nei testi classici, spaziando dai più ai meno noti, nell’interessante saggio Voci. Antropologia sonora del mondo antico (Einaudi, 2008). Innanzitutto lo studioso ci fa notare che il mondo antico possedeva tutta una serie di sonorità, legate ad attività artigianali scomparse (come i colpi di martello dei fabbri, lo strepito delle macine dei mugnai, il cigolio dei carri, i colpi di frusta), che noi abbiamo perduto, ma molto più presenti erano le voci degli animali, ossia latrati, ragli, nitriti, belati, grugniti, cinguettii, di cui noi, oltre a quest’ultimi prodotti da alcune specie d’uccelli, conosciamo quasi unicamente l’abbaiare dei cani e il miagolio dei gatti. Gli antichi invece erano a contatto con un repertorio di voci di animali molto più ampio, per designare le quali avevano inventato verbi fortemente espressivi, come il caccabare delle pernici, il iubilare dei nibbi, il gannire delle volpi e il drindrare delle donnole. Queste voci dei diversi animali si sentivano perché c’erano meno rumori di disturbo, perché si viveva più a contatto con la natura, ma anche perché c’era un preciso interesse ad ascoltarle. Gli antichi infatti consideravano le voci degli animali, in particolare degli uccelli, messaggi di buono o di cattivo augurio, attribuivano loro la funzione di annunciare le stagioni, ma anche la capacità di predire il futuro. Per di più i canti degli uccelli erano capaci di far recuperare vicende di antichi miti e di fornire a musicisti e poeti occasioni di ispirazione melodica, come ci attesta soprattutto il famoso frammento di Alcmane in cui il poeta fa riferimento al canto delle pernici come sua fonte d’ispirazione. A queste voci gli uomini antichi hanno dovuto dare dei nomi, hanno dovuto creare dei verbi che le esprimessero; tutto questo ha indotto a produrre dei testi e a tessere delle storie, che le testimonianze scritte di autori maggiori e minori ci conservano, permettendoci di recuperare molte di quelle voci. Muovendosi attraverso i testi che consentono in vari modi di riappropriarci di qualcosa di queste voci ormai per lo più mute per sempre, Maurizio Bettini ha percorso quattro itinerari di ricerca, che sovente si intersecano tra di loro. Dapprima indaga la “densità” della voce animale, cioè la sua capacità di veicolare significati simbolici e culturali, talvolta anche con esiti di carattere decisamente narrativo, attraverso il modo in cui gli uomini l’hanno registrata ed espressa in forma metaforica: di qui nascono le connessioni tra il verro e il suo quiritare, il nibbio e il suo iubilare, il lupo e il suo ululare. Il secondo percorso di indagine è quello che riguarda la riarticolazione sonora delle voci degli animali per individuare nelle loro sonorità brevi messaggi dotati di significato anche per gli uomini. È una lunga tradizione, mantenutasi fin quasi ai giorni nostri nel mondo contadino, che possiamo ritrovare ancora in versi famosi del Pascoli, pervasi di stupore e meraviglia per il legame tra mondo animale e mondo umano: Un cocco! /ecco ecco un cocco un cocco per te! Il terzo percorso viene definito dallo studioso del “discorso dispiegato”: è quanto accade in quei racconti mitologici in cui agli animali, ed in particolare agli uccelli, viene attribuita una vera e propria capacità di parlare un linguaggio comprensibile per quegli uomini che hanno ricevuto il dono magico di capirla! È quanto avviene per personaggi di mitologie di paesi diversi, da Melampo a Eleno a Sigurdht. Il quarto percorso è quello della pratica divinatoria, attraverso i cui strumenti ermeneutici gli àuspici e gli indovini sono in grado di estrapolare dal canto degli uccelli presagi ed ordini per gli uomini.

Dalla lettura di questo libro comprendiamo come un più stretto rapporto tra gli uomini e gli animali, soprattutto attraverso la percezione delle loro voci, sia stato per gli antichi un’inesauribile incentivo all’immaginazione e una costante occasione di creazione di storie, talvolta concentrate nell’elaborazione di un vocabolo, altre volte dispiegate in un concatenarsi di eventi, storie, però, sempre percepite come veritiere, per quell’adesione fiduciosa dell’uomo dell’antichità al mondo della natura di cui si sente parte. Questa giustificazione affabulatoria dei vocaboli inventati dagli uomini antichi per indicare le voci degli animali, mette in crisi l’affermazione della linguistica generale secondo cui il legame che intercorre tra significante e significato è puramente arbitrario. Nel nostro caso, alla base del processo creativo, c’è piuttosto la meraviglia, la meraviglia con cui si guarda alla cosa, all’oggetto, nel caso specifico all’animale. Di qui possiamo capire che senza l’oggetto non ci sarebbe il pensiero, all’origine del quale c’è appunto la meraviglia che le “cose” intorno a noi riescono a suscitare: di qui sono nate le storie.