Veder cose
«La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande. Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe…». È vero: guardando la crosta del pane in obliquo, non dall’alto ma di lato e da vicino, riconosciamo questa suggestiva descrizione che ci viene suggerita dallo scrittore francese Francis Ponge.
La nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose [Continua »]
La pièce intitolata Storia di un padre e di due figli mette in luce la parabola del figliol prodigo?
La vita dei testi dipende essenzialmente dal riuso; infatti solo i libri che continuano ad essere letti e studiati attraversano il tempo, sono sempre vivi, mentre altri cadono nell’oblio. Questa sorte è toccata, per ragioni ancora da chiarire, alla Tavola di Cebète, per lungo tempo, sicuramente dalla fine del Quattrocento agli inizi del Novecento, molto diffusa e famosa come strumento per esercitarsi nello studio del greco antico, grazie soprattutto alla chiarezza e semplicità dell’espressione, e molto utile per la riflessione personale e la formazione individuale. L’autore della Tavola, per ragioni linguistiche e di altra natura interne all’opera stessa, non può essere il discepolo di Socrate vissuto nel V sec. a. C., ma è ragionevole supporre che sia uno sconosciuto del I o II sec. d.C. che abbia voluto dare prestigio alla propria opera nascondendosi dietro il nome di un personaggio illustre del passato.
«Posto riservato ai mutilati ed invalidi di guerra»: è il monito che, dimenticato, occhieggia ancora su tram e autobus. Tanto per ricordarci, anche nella ressa quotidiana sui mezzi di trasporto, che la guerra è meno distante di quanto piace credere. Ma veniamo al romanzo di Marc Dugain, vincitore di ben 18 premi letterari. Francia, 1914. Il ventiquattrenne Adrien Fourner sta partendo per il fronte quando incontra la giovane Clémence. Si amano con la voracità della disperazione. Pochi giorni dopo i bei tratti di cui la ragazza si è infatuata vengono spazzati via. Durante la sua prima perlustrazione come ufficiale, una scheggia di granata gli ha polverizzato la mascella superiore, parte del palato, il naso. Adrien perde gusto e olfatto. Lo nutrono dalle narici. Non può parlare per quasi un anno. Adrien trascorre il resto della guerra – quattro anni e otto mesi – nella «prigione bianca», ovvero il reparto maxillofacciale riservato agli ufficiali sfigurati: una vasta camerata candida con le sbarre alle finestre.
In origine fu Happy Days. L’America anni ’70, già ossessionata da invasioni baccellari e incubi apocalittici, ancora impantanata nella guerra del Vietnam, turbata dal (mal)affare Watergate, trovava rifugio nelle vicende leggere e evanescenti di una famigliola media, che più media non si può. Una riscrittura – quella di Fonzie e soci – degli anni ’50, l’età dell’innocenza, che dava corpo (o meglio casa) a un sogno: l’illusione di un mondo cristallino e trasparente, scevro di tensioni, nel quale l’irrimediabile non esiste, il conflitto è bandito, la morte epurata, la passione ridotta a ossequioso perbenismo, la famiglia murata nel tranquillo ripetitivo teatro del sentimentalismo. Era l’american way of live che abbracciava l’intero globo.