La ghianda
Ai margini di un bosco una quercia secolare stendeva i rami ricchi di foglie e di ghiande nel sole ancora caldo di settembre: sembrava allargarsi ad accogliere la luce e il calore e nello stesso tempo offriva ai suoi piedi ombra preziosa nei momenti di afa ancora frequenti e rifugio ad uccelli, piccoli roditori ed insetti.
Una ghianda attaccata ad un ramo dalla punta del rugoso cappello color nocciola ben intonato col vestito marrone rigato da sottili striature verticali, si lasciava cullare dalla brezza e curiosa guardava tra le foglie dell’albero tante ghiande piccole e grandi che, sospese come lei ai rami dalla punta del buffo cappello, chiacchieravano tra loro su quello che avveniva nel bosco in un intrecciarsi di domande, risposte, esclamazioni di gioia, che si mescolavano al fruscio del vento e dal vento erano portate lontano.



Come emblematicamente sottolinea il titolo, il nesso costitutivo delle poesie qui raccolte è rappresentato dal legame “perdita-poesia”: nella Premessa, orientativa di tutta la raccolta, si precisa che la “purissima perdita” è appunto la poesia, che non serve a nessuno, ma che non serve perché regna. L’autore, sulla base di questa convinta affermazione, si domanda Che cosa resta alla poesia? e con sicurezza risponde Niente, come sempre.
Negli ultimi anni l’interesse per la nuova poesia statunitense è cresciuto costantemente. Se ci è possibile generalizzare, forse un po’ troppo sommariamente, proprio questo colpisce maggiormente: essa vive su una soglia. Non porta con sé sentimenti accesi, visioni talmente folgoranti da esaurire l’immaginazione, storie che hanno un senso definito. Le poesie dei «ultimi americani» d’oggi non sono prive di sentimento, immagini e storie. Tutt’altro. Tuttavia, in un linguaggio ordinario, comune, che ha già vinto ogni tentazione d’ermetismo, esse si dimostrano essenziali sia nel loro realismo sia nel loro procedere meditativo.
Appena letto l’offesa che Materazzi avrebbe rivolto a Zidane e che avrebbe scatenato la testata del francese. Uso il condizionale perché la notizia che ho letto è riportata così. “Terrorista” sarebbe la parola.
Del secolo che si è da poco chiuso alle nostre spalle è ormai consolidata consuetudine scolastica trattare diffusamente Luigi Pirandello, Italo Svevo, i Crepuscolari e i Futuristi, i poeti la cui iscrizione alla comune linea dell’Ermetismo viene sempre più messa in discussione a vantaggio dell’emergere di personalità singole e differenziata, tra le quali, oltre a Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Salvatore Quasimodo, si vanno consolidando le figure di Umberto Saba, Giorgio Caproni e Mario Luzi. In questa prospettiva possiamo anche rilevare che la produzione poetica è quella in cui il canone si è venuto delineando con maggiore sicurezza.