Vita, storia, ordinarietà… appunti sparsi e incompleti

American-Hustle-L-apparenza-inganna-il-film-migliore-per-iniziare-l-anno_h_partb

Questo non è un “articolo” bello e fatto, ma un’accozzaglia di idee, suggestioni, spunti che spero trovino compimento nei commenti dei lettori perchè io invece non sono arrivato ad alcuna conclusione che non sia la confusione. Dunque, sono andato al cinema a vedere American Hustle di David O.Russell, film che consiglio vivamente: puro divertimento e totale immersione nell’umanità, da non perdere (tra l’altro è un film che permette di rivedere con occhi più umani e acuti una vicenda sgraziata come quella che in Italia passò sotto l’inquietante nome di Mani Pulite). Ma non voglio parlare di questo bel film, ma di una frase che mi ha colpito prima della visione del film, quando sullo schermo sono passati un po’ di trailer tra cui quello di 12 anni schiavo il nuovo film di Steve McQueen. Ho visto il trailer che non mi ha particolarmente “ispirato”, ma  proprio nell’ultimo fotogramma è apparsa la scritta: “basato su una straordinaria storia vera” che invece mi ha colpito.  [Continua »]


Auguri a BombaCarta!

Cari amici, auguri! Oggi BombaCarta compie 16 anni! Ma vi rendete conto? 16 anni!
12 gennaio 1998 – 12 gennaio 2014


La vita del legno tra memoria e significati

camino_bc_2Provare a scrivere un editoriale sul legno durante le vacanze di Natale, ipnotizzato dal focolare domestico, è stata un’esperienza quasi surreale. Pur armato di penna e buone intenzioni non sono riuscito a mettere insieme più di tre righe e qualche scarabocchio ma, come sempre, sono rimasto incantato dallo spettacolo che avevo di fronte. Perché ogni ciocco, abbandonato al calore delle fiamme, ha una sua storia da raccontare: non ci sono due lingue di fuoco uguali, non ci sono due rami che impiegano lo stesso tempo per diventare brace, poi cenere. Mio padre questo lo sa, come sa che c’è un legno adatto a ogni esigenza; ce ne vuole uno robusto al mattino che possa alimentare il camino fino all’ora di pranzo, ci sono poi quelli piccoli e asciutti, ottimi per dare vita alle fiamme o per rianimarle. Una qualche forma di istinto deve averci suggerito che solo gettando nel fuoco un materiale vivo si esalta davvero la passione del focolare.

Ma cosa rende il legno più vivo della pietra o del marmo? La prima cosa a cui ho pensato è stata la sua capacità di assumere forme diverse e soprattutto significati: l’artista che scavando nel legno, lo trasforma nel volto di una donna, ne rivela un’anima che agli altri prima sfuggiva, nascosta dall’apparente banalità del ceppo. Nel suo secondo romanzo (Tetano, 2011 – minimum fax), Alessio Torino racconta di un gruppo di ragazzi alle prese con la costruzione di una zattera. Se per alcuni di loro attraversare il fiume che scorre vicino Pieve Lanterna è soltanto un’avventura estiva, l’arrivo di Tetano, mosso dal desiderio e dal bisogno di fare pace con una parte di sé, riempie di nuovi significati la zattera e l’estate dei suoi amici. [Continua »]


Verso la maturità

Officina di BombaCarta

E così ci lasciamo alle spalle il 2013 e ci apriamo, con fiducia, al 2014. Senza fiducia è difficile aprirsi, in effetti. Che dire di quest’anno che si chiude? Mi sembra che sia stato intenso, ricco, movimentato. I ricordi sono magmatici dentro di me e difficili da esprimere e riordinare, penso alla partnership sempre più feconda con l’Università Gregoriana e con la Civiltà Cattolica, penso ai nostri Laboratori, così dinamici, sempre sull’orlo di chiudere e al tempo stesso ricchi di resurrezione ed entusiasmo, penso soprattutto alle Officine e al passaggio dal tema annuale dei Binomi a quello dei Materiali, se nel primo si privilegiava il ragionamento per distinzione (evitando le facili contrapposizioni) nel rispetto della complessità del reale, nel secondo si vuole sottolineare l’opzione per la concretezza che, da sempre, è una cifra distintiva di questa strana “associazione” che si chiama BombaCarta. Un gruppo di amici, anzi, direi, “una storia” (questa è BC), che ormai è arrivata al suo 16° anno di età, visto che il prossimo 12 gennaio saranno appunto sedici gli anni da quando padre Antonio Spadaro dava vita a questa indefinibile realtà vivente (indefinibile proprio perchè vivente). Sedici anni, ci si avvicina alla maturità, caspita! Se ripenso ai miei 16 anni li ricordo come un periodo davvero bello della mia vita, lieto e spensierato. Se penso al futuro direi che, da una parte, spero di non arrivarci mai alla maturità, visto che il frutto maturo poi non può far altro che cadere dall’albero, dall’altra è bella proprio questa tensione, questo approssimarsi, questo essere in movimento incessante. Vivere vuol dire cambiare e viceversa, osservava John Henry Newman (un altro “oscuro” punto di riferimento, secondo me, di BC) e BombaCarta è cambiata tanto, perchè tanto ha vissuto. È una bella storia questa, fatta di tanti volti, di tanti sguardi, di accoglienza e confronto, di tanti incontri sempre pronti a diventare amicizie vere. È cambiata BC e da qui nasce il continuo bisogno di rimetterne a fuoco l’essenza, magari andando a rivedere di continuo i nostri “punti di riferimento”, senza però cadere nell’errore della “fissazione”, sempre in nome di quella “concretezza” che vuol dinamismo, accoglienza dell’irruenza della vita. Cosa dire invece di questo anno che si apre? Posso fare solo degli auguri: che si apra veramente, che “ci” apra, che ci trovi predisposti ad aprirci, a cogliere e accogliere la sorpresa inesauribile che è la vita, perchè in fondo, lo diceva lo scrittore americano John Cheever nei suoi diari “C’è una meravigliosa serietà in questa faccenda del vivere”, dove l’aggettivo “meravigliosa” fa da antidoto al rischio della seriosità, il rischio peggiore, anche per una storia come quella di BombaCarta, questa splendida sedicenne… Buon 2014 a tutti, andiamo avanti verso la maturità, godendoci il cammino passo dopo passo, con coraggio e gioia.


L’uomo che nascose la sua anima in una pietra

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Vi propongo la lettura di questa parabola, posta in apertura al romanzo Devoti a Babele di Valter Binaghi. Accompagniamo la lettura tenendo a mente due semplici domande: perché, tra tanti materiali, scegliere di nascondere l’anima proprio nella pietra? Sarà poi il materiale più adatto?

L’uomo che nascose la sua anima in una pietra ebbe prima mani forti e pazienti, per cercarla tra tutte nella pietraia franata dai fianchi del monte, spezzandosi le unghie e riconoscendo quella adatta dopo molto lavoro, finalmente: un sasso tondeggiante, scuro, appena attraversato da una venatura candida, dalla forma che ricordava un cuore.
Allora sciolse il sacchetto di pigmento che portava al collo, lo versò e lo impastò con la saliva nell’incavo della mano, e quando immergendovi il dito e ritraendolo vide che tingeva perfettamente, tracciò tre circoli concentrici sul sasso, e poi il punto centrale. [Continua »]


A proposito di pietra: una pagina memorabile

250.6Quando uscivi dalla porta del retro di casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo a quelle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo. [Continua »]


Il “touch” dell’artista

Le evoluzioni tecniche e stilistiche in qualsiasi linguaggio artistico sono sempre state accompagnate da critiche, dubbi e discussioni sulla natura dei nuovi strumenti. Mi vengono in mente gli impressionisti e la terribile stroncatura dei critici del tempo (famoso l’articolo di Louis Leroy ne Le Chiarivari, 25 aprile 1874) o l’avvento della fotografia, visto da molti come uno snaturamento del senso dell’arte.

Recentemente si è parlato in rete del lavoro realizzato da Kyle Lambert (illustratore inglese), che – tramite un’applicazione per iPad (Procreate) – ha ricreato una foto di Morgan Freeman utilizzando la tecnica del finger painting, una riproduzione delle pennellate realizzata con le dita sullo schermo capacitivo di un tablet, supportato da software di riconoscimento e regolazione del raggio di “pennellata”, marcatura e sfocatura. Il lavoro, che ha richiesto oltre 200 ore per la realizzazione, ha suscitato diverse reazioni. Oltre alle critiche sulla tecnica utilizzata, molti ritengono che la diffusione del video e dunque l’attenzione sull’artista non sia da ricercarsi nella bellezza dell’opera ma sia solamente frutto del marketing dell’azienda produttrice del tablet e della società di produzione della app.

Se scansassimo quest’ultima considerazione (d’altronde anche molti dei meravigliosi lavori che hanno fatto la storia dell’arte erano commissionati da questa o quella famiglia, che puntavano anche sulle opere per mostrare la loro potenza, e così anche le major discografiche “benedicono” gli album delle loro teste di serie) e ci focalizzassimo sul lavoro, potremmo chiamarlo arte?