Di quali storie abbiamo bisogno?

Tra le lettura di quest’estate mi è capitato tra le mani Se ti abbraccio non aver paura, senza conoscere il “caso” creatosi su settimanali e programmi tv. Alle spalle, una storia grande. Quella di un padre che parte in viaggio con il figlio autistico: in moto, negli States, coast to coast. Una partenza senza certezze – resisteremo un giorno? tre? una settimana? – che diventa un’avventura di tre mesi.
Una storia talmente incredibile che in Fulvio Ervas, affermato giallista trevigiano, è scattata la necessità di raccontarla. Prestando la propria scrittura. Non sono mancate le polemiche sull’attendibilità della vicenda, nonostante Ervas chiarisca nelle prime pagine che il romanzo «intreccia vicende ed emozioni autentiche con fantasia e arte narrativa».
Ma a dirla tutta, non mi interessa. Mi interessa altro.
E cioè il senso di quelle tre parole – assolute, assertive – sapientemente messe in risalto: «una storia vera».
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Come si diceva a settembre, il tema che per quest’anno di BombaCarta è legato all’aspetto bifronte della vita, all’esplorazione dei binomi, delle antinomie, della sana e inquietante ambiguità della vita. “Io è un altro” diceva Rimbaud; siamo sempre (almeno) due. Forse la prima “parola non verbale” che l’uomo formula nella sua mente è il “tu”, non l’io. Non sono esperto di queste cose ma forse il bambino comincia a capire chi è quando comprende che non è tutt’uno con la madre, quando capisce il “tu” della mamma (un tu che lo guarda, lo ri-guarda, che soprattutto lo ama) e quindi comprende prima l’altro del sé. Prima viene il 2 poi l’1. Poi, piano piano, capirà anche che il 2 è anche il numero che trova dentro di sé. 


