La poesia della vita

“Una folla di poeti / stanchi / con le corone d’alloro / tra le mani” è quella che viene incontro all’autrice quando inizia a scrivere le sue poesie… È il peso della tradizione letteraria, ormai “stanca”, in declino verso l’esaurimento di ispirazione, di risorse espressive, disperse nell’allontanamento dalla realtà della vita e vanificate dagli autoreferenziali funambolismi espressivi. In aiuto alla poesia ormai può solo venire la normalità del quotidiano. Infatti questa “folla” si rivolge all’autrice dicendole “Ragazzina […] ci prepareresti una torta di mele? / A forza di dire che non esiste / abbiamo dimenticato / la ricetta. / Ancora però / ne sogniamo / il sapore”. Questi poeti, che hanno tolto dalla loro testa “le corone d’alloro” e le tengono più modestamente “tra le mani”, sono gli epigoni dei “poeti laureati” di montaliana memoria, che finalmente si rendono conto della loro inadeguatezza, dovuta all’aver dimenticato che la poesia non si alimenta di se stessa, non nasce dalla finzione e non si può esprimere con la gratuità verbale, ma ha le sue radici d’ispirazione nell’autenticità della vita, quindi nella dimensione quotidiana, perché solo quest’esperienza è vera, in quanto è quella soltanto che tutti viviamo, sulla quale ci si può incontrare e soffermare in uno scambio comunicativo.
Il nucleo autentico ed originale della poetica e della poesia di Elena Buia Rutt, che trova espressione efficace e compiuta nella breve, ma significativa, silloge Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, Monterotondo (RM) 2012, pref. di Antonio Spadaro, postf. di Claudio Damiani) sta appunto nella consapevolezza che la vera poesia nasca dalla vita vera, perché la vita è in sé e di per sé un’esperienza che continuamente meraviglia e stupisce, per cui proprio da questa meraviglia e da questo stupore può derivare l’ispirazione per la creazione poetica. [Continua »]


Rhythm and Repose (2012)

“Quando canti con il cuore non ci sono note sbagliate.” Chi ha fatto questa affermazione è Glen Hansard, e nessuno più di lui può dirlo. Lui che abbandonò la scuola per andare a fare il “busker”, ovvero il cantante di strada, per le strade di Dublino. Le ferite e le lacerazioni fisiche impresse nella sua fedele chitarra possono ben rappresentare quelle che ha vissuto lui in quel periodo, la sua immersione nelle miserie e nelle fatiche umane. Dopo molti anni che lo hanno visto leader dei Frames, gruppo rock irlandese, varie vicende della vita lo portano a conoscere la cantante ceca Marketa Irglova. I due nel 2006 hanno girato il film indipendente Once in cui interpretano se stessi e la loro storia d’amore con una delicatezza ed un reciproco rispetto davvero inusuale in questi tempi. Il premio Oscar come migliore colonna sonora darà lorò il successo mondiale, e sarà seguito da tour e album del nuovo gruppo formatosi, gli Swell Season. Dopo due bellissimi dischi, il duo si separa, forse anche per ragioni sentimentali.

Esce in questi giorni Rhythm and Repose, il primo disco da solista di Glen Hansard.

Rhythm and Repose di Glen Hansard

Rhythm and Repose

Ritmo e riposo, l’alternanza di questi due aspetti è ciò che scandisce la vita. È un disco intenso, meditativo; in cui, come suggerisce il titolo, una costante profondità tutta irlandese viene illuminata da rari sprazzi di esplosione. Hansard ci parla dell’amore tra uomo e donna e del desiderio, della tristezza, e della malinconia che ne derivano. Una malinconia che deriva dalla necessità di trovare un tu a cui rivolgersi. Infatti ci parla di uomini che smarriscono la strada, e cercano una via per ritrovarla. Come nella splendida Bird of sorrow:

Hai sprecato più di quanto si possa prendere in prestito,
hai scommesso le tue gioie sul domani
nella speranza che qualcuno ritorni
mentre intorno tutto sta andando a fuoco

Può un amore perso ritrovarsi? Si può ritrovare “un cuore buono” pronto ad amarti nonostante i tuoi sbagli, si chiede il cantante? Nonostante l’incertezza e la paura io rimango qui, risponde, aggrappandomi alla mia piena fede. [Continua »]



Preposizioni – “TRA / FRA”

Keisuke MiyagiSono un figlio degli anni Ottanta. Dannazione. Il fatto è incontestabile. Mi sarebbe piaciuto cominciare l’editoriale sulla preposizione “tra” con qualche bella metafora esistenziale, tipo roboante citazione dal Simposio sulla “metaxy” e holè, tutti a casa. O almeno qualche must, tipo incipit dantesco – «Nel mezzo del cammin di nostra vita» – o l’inevitabile Terra di Mezzo. Tutt’al più un omaggio calcistico in salsa Ligabue, Una vita da mediano, e via. E invece no. Penso alla preposizione “tra” e mi viene in mente lui, il maestro Miyagi. Sì, proprio quello di Karate Kid (1984), con le perle di saggezza orientale da filmone di cassetta e gli immancabili [Continua »]


Letture. La legge dell’odio.

La legge dell'odio, di Alberto Garlini 1969 e dintorni. L’altro sguardo.

     In un saggio di qualche anno fa (fine 2006, precisamente), Una tragedia negata, uscito in prima edizione anche presso Vibrisse,libri, e dunque ancora liberamente prelevabile in rete, Demetrio Paolin analizzava la produzione narrativa italiana derivante dalla lacerante esperienza collettiva dei cosiddetti  “anni di piombo” . Lo studio è ancora pienamente attuale, e merita una rilettura. In estrema sintesi, Paolin, con ricca documentazione a sostegno, individua, quali tratti comuni ai romanzi esaminati, l’assenza della figura del nemico e la conseguente attenuazione della cifra tragica degli eventi narrati. Sotto un profilo diverso e non strettamente letterario, colpisce nelle opere catalogate un certo unanimismo, una quasi assoluta unilateralità di vedute circa l’analisi della società che è sottintesa alle scelte e alle azioni dei protagonisti.

     La prospettiva messa in luce cinque anni fa da Paolin è adesso rovesciata dall’ultimo romanzo di Alberto Garlini, La legge dell’odio (Einaudi, 2012), in cui, invece, è ben presente sia la consapevolezza dell’esistenza del nemico come essere di carne e di sangue, percepito quindi anche nella sua disarmata essenza di vittima, sia la tensione alla sublimazione in tragedia delle vicende narrate. E’ poi nell’universo della destra estrema degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta del secolo scorso che Garlini affonda il suo scandaglio (elemento anche questo di originalità, anche se non di assoluta novità), e lo fa senza pietà, infingimenti o velature retoriche. Di esso ci sono restituiti i deliri ideologici, l’osceno disprezzo per le masse in nome di presunte quanto inesistenti superiorità “spirituali”, originato direttamente dal più cupo armamentario concettuale del nazismo, l’ossessivo richiamo per la fine di tutto in una catartica tragedia purificatrice, o almeno in un’individuale ma eroica “bella morte”, sia pure coesistente con una nutrita produzione di progetti rivoluzionari tesi al rovesciamento dell’assetto sociale esistente. [Continua »]


Report Laboratorio O’Connor aprile 2012

Lo sguardo di Sherburn percorse con lentezza la folla; e dove si posava, la gente cercava di fissarlo con più forza, ma non ne era capace; abbassavano gli occhi con un’aria servile. Comincia così, con un passaggio da Le avventure di Huckleberry Finn, il nostro laboratorio di lettura mensile presso la libreria Aquisgrana: la voce di Mark Twain separa la folla, raccontando le due metà ostili di un’America in evoluzione.

Il nuovo continente ritorna nel titolo del romanzo di Antonio Monda, L’America non esiste, da cui proviene la seconda lettura. Siamo in viaggio lungo l’oceano, in compagnia di Maria e di un uomo robusto e barbuto, che pure le si è affezionato. Il comandante era un uomo sicuro, che non si sarebbe mai fatto spaventare da quelle onde piene di schiuma bianca. (…) Le disse che non c’e nulla di più bello al mondo di quando il mare prende il colore del vino. (…) Maria pensò che dovesse esistere qualcosa di più grande della natura che uccide con le onde e rallegra con il tramonto.

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Fumetti al cinema: non solo popcorn-movies

Ma a voi piacciono i film tratti dai fumetti?
In questi ultimi anni ne sono usciti veramente tanti e si può dire che ormai siano i film che rendono di più al botteghino. Se c’è un film che oggi attira i ragazzi ad andare al cinema è proprio il film tratto dal fumetto.
BatmanLa mia teoria tuttavia è che fumetto e cinema siano due realtà diverse, con una storia e delle tradizioni differenti. Non è assolutamente detto infatti che ciò che funziona per il fumetto si possa anche adattare al linguaggio cinematografico (strategie narrative, personaggi ecc…). C’è bisogno quindi (e questo vale anche per i film tratti dai romanzi) di uno sguardo differente, di un tocco personale che in alcuni casi abbia anche il coraggio di tradire e andare contro il fumetto stesso.

Questa introduzione potrebbe far pensare che io detesti questo nuovo “genere” cinematografico ma in realtà il mio giudizio è un altro. Penso infatti che una parte di questi lavori siano dei buoni prodotti da popcorn movies, forse i migliori popcorn movies di questi ultimi anni (Spider Man, Iron Man e il recente The Avengers), anche se un’altra parte, forse più numerosa, non sempre raggiunge gli stessi livelli (I fantastici quattro, Hulk, i sequel di Spider Man e Iron Man).
Ci sono poi dei film che detesto, probabilmente perchè pretendono di essere qualcosa di più che un buon prodotto d’intrattenimento e sto parlando di film come Watchman, Sin City, Trecento, The Spirit… Il difetto principale di questi film consiste forse proprio nell’essere troppo fedeli al fumetto, nel prendersi troppo sul serio, nella violenza efferata e cinica che pervade ogni immagine della pellicola (Sin City è l’esempio più eclatante) e in una messa in scena caratterizzata spesso da toni cupi e da un virtuosismo che nasconde solamente una grande superficialità. [Continua »]