La poesia della vita
“Una folla di poeti / stanchi / con le corone d’alloro / tra le mani” è quella che viene incontro all’autrice quando inizia a scrivere le sue poesie… È il peso della tradizione letteraria, ormai “stanca”, in declino verso l’esaurimento di ispirazione, di risorse espressive, disperse nell’allontanamento dalla realtà della vita e vanificate dagli autoreferenziali funambolismi espressivi. In aiuto alla poesia ormai può solo venire la normalità del quotidiano. Infatti questa “folla” si rivolge all’autrice dicendole “Ragazzina […] ci prepareresti una torta di mele? / A forza di dire che non esiste / abbiamo dimenticato / la ricetta. / Ancora però / ne sogniamo / il sapore”. Questi poeti, che hanno tolto dalla loro testa “le corone d’alloro” e le tengono più modestamente “tra le mani”, sono gli epigoni dei “poeti laureati” di montaliana memoria, che finalmente si rendono conto della loro inadeguatezza, dovuta all’aver dimenticato che la poesia non si alimenta di se stessa, non nasce dalla finzione e non si può esprimere con la gratuità verbale, ma ha le sue radici d’ispirazione nell’autenticità della vita, quindi nella dimensione quotidiana, perché solo quest’esperienza è vera, in quanto è quella soltanto che tutti viviamo, sulla quale ci si può incontrare e soffermare in uno scambio comunicativo.
Il nucleo autentico ed originale della poetica e della poesia di Elena Buia Rutt, che trova espressione efficace e compiuta nella breve, ma significativa, silloge Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, Monterotondo (RM) 2012, pref. di Antonio Spadaro, postf. di Claudio Damiani) sta appunto nella consapevolezza che la vera poesia nasca dalla vita vera, perché la vita è in sé e di per sé un’esperienza che continuamente meraviglia e stupisce, per cui proprio da questa meraviglia e da questo stupore può derivare l’ispirazione per la creazione poetica. [Continua »]

Sono un figlio degli anni Ottanta. Dannazione. Il fatto è incontestabile. Mi sarebbe piaciuto cominciare l’editoriale sulla preposizione “tra” con qualche bella metafora esistenziale, tipo roboante citazione dal Simposio sulla “metaxy” e holè, tutti a casa. O almeno qualche must, tipo incipit dantesco – «Nel mezzo del cammin di nostra vita» – o l’inevitabile Terra di Mezzo. Tutt’al più un omaggio calcistico in salsa Ligabue, Una vita da mediano, e via. E invece no. Penso alla preposizione “tra” e mi viene in mente lui, il maestro Miyagi. Sì, proprio quello di Karate Kid (1984), con le perle di saggezza orientale da filmone di cassetta e gli immancabili
1969 e dintorni. L’altro sguardo.
Lo sguardo di Sherburn percorse con lentezza la folla; e dove si posava, la gente cercava di fissarlo con più forza, ma non ne era capace; abbassavano gli occhi con un’aria servile. Comincia così, con un passaggio da Le avventure di Huckleberry Finn, il nostro laboratorio di lettura mensile presso la libreria Aquisgrana: la voce di Mark Twain separa la folla, raccontando le due metà ostili di un’America in evoluzione.
La mia teoria tuttavia è che fumetto e cinema siano due realtà diverse, con una storia e delle tradizioni differenti. Non è assolutamente detto infatti che ciò che funziona per il fumetto si possa anche adattare al linguaggio cinematografico (strategie narrative, personaggi ecc…). C’è bisogno quindi (e questo vale anche per i film tratti dai romanzi) di uno sguardo differente, di un tocco personale che in alcuni casi abbia anche il coraggio di tradire e andare contro il fumetto stesso.