di
Luigi Preziosi -
pubblicato il 17 Marzo 2012
La linea d’ombra è attraversata: senza improbabili mutazioni, senza rinnegare il se stesso di prima, ma arricchendo temi prima solo accennati, approfondendo ricerche stilistiche e scavando più a fondo in se stesso e nelle storie che lo frequentano Fabio Geda, con L’estate alla fine del secolo (Dalai editore, 2011) ci consegna il suo romanzo fino ad ora più riuscito. Sono segnali discreti ma incontrovertibili della raggiunta maturità (ma maturi non si è mai del tutto) la scrittura puntuale e sorvegliata, ma capace all’occasione di vertiginose oltranze stilistiche, la fortunata invenzione dei due caratteri principali, rappresentati con affettuosa partecipazione, la sobrietà espressiva che evita il rischio di deviazioni verso eccessi retorici, sempre possibili dati i temi della storia narrata.
Nell’ultima estate del secolo scorso, proprio quando gli si spalancano davanti i giorni immensi delle lunghe vacanze estive, Zeno, un ragazzino siciliano dodicenne, è costretto a lasciare il suo piccolo straordinario mondo di preadolescente e a partire con la mamma per Genova. Lì il padre è ricoverato in una clinica specializzata per debellare una leucemia scoperta improvvisamente. Nella casa di cura non possono essere ospitati minori, e così la mamma decide di affidare il ragazzo al nonno. I rapporti tra madre e figlia sono interrotti da anni e Zeno viene accolto senza soverchie dimostrazioni di affetto. La convivenza è faticosa, resa difficile da silenzi scavati nelle nostalgie di Zeno per la lontananza dagli affetti consueti, nonché nelle sue inquietudini per la malattia del padre, e gravata inoltre da una sorta di aridità emotiva che affligge il nonno. Ma è anche illuminante per entrambi. Il nipote scopre tanto di se stesso, è l’età giusta, ma l’occasione così particolare illimpidisce lo sguardo all’interno di sé, amplia le prospettive, rivela qualcosa dell’universo degli adulti pur sempre così misterioso. Il nonno comincia a ripensare quel senso d’inappartenenza che l’ha attraversato fin dall’infanzia, consolidato nel tempo in una bolla d’incomunicabilità che gli si è incollata all’anima. [Continua »]