Preposizioni – “PER”

Il bello del PER è che a pronunciarlo ci vogliono poco meno di tre secondi e che, superata la erre, è difficile non immaginarsi una meta. Sei fermo in un punto, non importa quale, e grazie a quella parolina la tua testa può rimbalzare fino ai piedi di un igloo, nella cesta di una mongolfiera o semplicemente a due isolati da casa, dove c’è il supermercato e nel supermercato i pomodori che ti occorrono per la cena. Dopotutto, perché no, anche un piatto di pasta può essere una meta.
Ma le mete, si sa, non sono soltanto luoghi più o meno vicini. Possiamo essere noi, quando giochiamo a trasportarci nel futuro e a vederci tra dieci o venti anni con un sogno che, realizzato, ci calza perfettamente addosso. [Continua »]



Si parte con una pagina da La traccia dell’angelo, ultimo romanzo di Stefano Benni. Colpisce la scelta dei nomi dei personaggi, l’origine mitologica che fa da anticamera alla discesa di Morfeo in un inferno tutto personale, il tunnel della depressione. Diceva non sono depresso: ma aveva la paura di chi cammina sul ciglio di un burrone di cui non si vede il fondo. Anche gli inferi, in queste pagine, hanno una dimensione loro, tutta particolare: era un inferno assai diverso da quelli pittorici, una costruzione bianca, alta, enorme, con bruttissime statue nel giardino.
Mi è capitato, di recente, di leggere, inevitabilmente, il romanzo di mio fratello Antonio “L’America non esiste”, ottima seconda prova dopo il già buon esordio narrativo di “Assoluzione”. La prima cosa che sono andato a leggere sono stati i “Ringraziamenti” posti al termine del romanzo, pensavo di cavarmela in poco tempo e invece mi sono imbattuto in 4 pagine di testo! Da qui è scaturita una riflessione: ma questo romanzo, ma tutti i romanzi (ma anche i film e le altre opere d’arte) sono di un autore soltanto, come atto geniale solitario, oppure sono di tanti, centomila, piccoli autori? Penso a questo romanzo, con quella foto in copertina sull’orgogliosa guglia dell’Empire, il grattacielo simbolo della metropoli americana, ma anche con quelle 4 pagine che danno a ciascuno il suo, riconoscendo il debito che ogni artista sa di avere nei confronti di chi ha incontrato lungo il suo cammino creativo. Ma penso anche ai titoli di coda dei film, la parte più commovente, quella che non interessa a nessuno (la gente si alza e se ne va dal cinema mentre ancora scorrono, lunghissimi) tranne a chi invece fa parte di quella lunga lista. Ma penso anche ad alcune tra le grandi opere della letteratura di tutti i tempi: l’Iliade, l’Odissea, le ballate di Robin Hood, il Kalevala, i racconti della Tavola Rotonda, le Mille e una notte, il Mahabarata, la Bibbia… non c’è UN autore di questi testi, ma sono frutto di un lavoro secolare di interi popoli. Un critico è autore di un gesto, quello critico, del tutto “solitario”, ma un artista deve riconoscere (e ringraziare) che la sua opera l’ha generata perchè l’ha ricevuta, perchè lui è la foce di un fiume che attinge acqua da mille affluenti. Mi viene in mente quindi la battuta del solito Chesterton: