La lunga, anzi inesauribile, storia del rock
In questi giorni esce il libro di Walter Gatti “La lunga strada del rock” (Lindau). L’autore mi ha chiesto di scriverne la prefazione, ecco quello che ho realizzato, buona lettura e buona conclusione di vacanze a tutti!
“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” Al termine della Lunga storia del rock scritta, anzi “raccolta” da Walter Gatti, mi è venuta in mente il famoso epilogo-apologo di Borges; anche l’autore di questo saggio si è proposto il compito di disegnare il mondo e forse anche lui, concluso il paziente lavoro, ha finito per realizzare un autoritratto. Il mondo disegnato da Gatti è il brulicante mondo del rock, un universo popoloso, variegato, degno di un quadro di Bosch: “Nel pianeta rock si incontrano popoli diversissimi” avverte in apertura e di questo mondo quindi la prima cosa da fare è una mappa. Una mappa non è l’immagine fotostatica della realtà, perché paradossalmente una mappa è il contrario dell’oggettività (e qui viene ancora in soccorso Borges con il racconto dei cartografi che su richiesta dell’Imperatore della Cina finirono per realizzare una mappa grande quanto l’Impero), la mappa non è mai statica ma dinamica perchè è basata sulla ricerca di una “scala”, di un valore, di un principio, di qualcosa che ha a che fare con lo sguardo di chi ha deciso di esplorare il territorio “mappato”; ne consegue che questa splendida mappa del rock è, anche, in parte, l’autoritratto del cartografo-esploratore.


Esiste un’attività di BombaCarta di cui non si trova alcuna traccia su questo sito. Per qualche motivo è stata completamente censurata: il BombaCalciotto. Ebbene sì, noi bombers giochiamo a pallone. E di cosa si parla, negli spogliatoi, a fine partita? Di calcio, di cibo, di donne (di donne poco, in realtà) e, soprattutto, di cinema.
Pare sia l’estate più calda da 50 anni a questa parte, dal 1962 (la mitica estate di American Graffiti, di Blowin’ in the wind e di Love me do). E il caldo debilita, impedisce qualsiasi azione, qualsiasi “fare“. Forse è questo il bello dell’estate, che non si “fa” niente. E quindi finalmente si può “fare” altro.
Il film è ambientato quasi interamente in una limousine di un giovane plurimiliardario uomo d’affari di Manhattan, il quale vuole attraversare la città per andare dal barbiere a tagliarsi i capelli. Per raggiungere il barbiere però la macchina impiegherà un’intera giornata, molte persone entreranno ed usciranno dalla “corte” ambulante del protagonista e lui stesso si fermerà più volte per motivi diversi. Lo stile del regista si adatta bene ai discorsi lunghi, complessi e oscuri del protagonista e dei personaggi che gli “sfilano” davanti.