La lunga, anzi inesauribile, storia del rock

In questi giorni esce il libro di Walter Gatti “La lunga strada del rock” (Lindau). L’autore mi ha chiesto di scriverne la prefazione, ecco quello che ho realizzato, buona lettura e buona conclusione di vacanze a tutti!

“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Trascorrendo gli anni, popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di navi, d’isole, di pesci, di dimore, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto.” Al termine della Lunga storia del rock scritta, anzi “raccolta” da Walter Gatti, mi è venuta in mente il famoso epilogo-apologo di Borges; anche l’autore di questo saggio si è proposto il compito di disegnare il mondo e forse anche lui, concluso il paziente lavoro, ha finito per realizzare un autoritratto. Il mondo disegnato da Gatti è il brulicante mondo del rock, un universo popoloso, variegato, degno di un quadro di Bosch: “Nel pianeta rock si incontrano popoli diversissimi” avverte in apertura e di questo mondo quindi la prima cosa da fare è una mappa. Una mappa non è l’immagine fotostatica della realtà, perché paradossalmente una mappa è il contrario dell’oggettività (e qui viene ancora in soccorso Borges con il racconto dei cartografi che su richiesta dell’Imperatore della Cina finirono per realizzare una mappa grande quanto l’Impero), la mappa non è mai statica ma dinamica perchè è basata sulla ricerca di una “scala”, di un valore, di un principio, di qualcosa che ha a che fare con lo sguardo di chi ha deciso di esplorare il territorio “mappato”; ne consegue che questa splendida mappa del rock è, anche, in parte, l’autoritratto del cartografo-esploratore.

[Continua »]



Cattive abitudini

Un articolo del quotidiano La Repubblica di martedì 31 luglio riporta la traduzione di un’intervista di Pamela Paul allo scrittore americano Dave Eggers, autore de L’opera struggente di un formidabile genio. La chiacchierata tra i due, la cui versione originale è stata pubblicata giorni prima sul New York Times, ruota intorno ai gusti dello scrittore e ai libri che tiene in questo momento sul comodino. Tra una curiosità e l’altra, Pamela Paul chiede a Dave Eggers se per caso abbia delle cattivi abitudini durante la lettura, e se sì quali, proponendo un breve elenco  di opzioni a corredo del quesito: «tendi a interrompere la lettura di un libro? A saltare le pagine? A scribacchiare ai margini? Ad addormentarti mentre leggi?» Dave Eggers risponde di sì e aggiunge che si riconosce in tutti i malcostumi denunciati un istante prima, per poi descriverne altri: «la maggior parte dei miei libri si è bagnata, perché mi piace leggere mentre faccio il bagno nella vasca».

[Continua »]


Gli errori sono regali

Esiste un’attività di BombaCarta di cui non si trova alcuna traccia su questo sito. Per qualche motivo è stata completamente censurata: il BombaCalciotto. Ebbene sì, noi bombers giochiamo a pallone. E di cosa si parla, negli spogliatoi, a fine partita? Di calcio, di cibo, di donne (di donne poco, in realtà) e,  soprattutto, di cinema.

In particolare, il nostro magnifico stopper e il terzino fluidificante riescono a guardare 200 film a settimana e si scambiano commenti a mitraglietta in un gergo quasi inaccessibile ai compagni di squadra. A un certo punto, però, una cosa sono riuscito a coglierla: secondo loro Melancholia è un gran bel film, probabilmente il migliore di Lars von Trier. Così, alla prima occasione e nonostante le perplessità mostrate dal nostro voluminoso fantasista, me lo sono procurato in DVD.

Melancholia, un’elegante l’elegia sulla fine del mondo, si è confermato un bel film, con due-tre idee che non mancherò di rubare. Un sonnellino straordinariamente prolungato di mio figlio mi ha persino concesso una sbirciatina agli extra ed è da questi che ho preso lo spunto per il presente pezzo.  Manuel Alberto Claro, uno degli operatori a mano, racconta come il regista gli chieda di filmare senza schemi predefiniti, seguendo l’energia degli attori, reagendo alla loro recitazione senza preoccuparsi di sbagliare. “Gli errori sono regali”, sostiene Lars. “La telecamera non deve sapere nulla, deve reagire in modo impulsivo a quello che accade. Le cose migliori avvengono quando la telecamera non sa cosa sta succedendo”.

A me viene in mente che questa è una bella lezione di scrittura: ho sperimentato di persona che le pagine più belle sono quelle che ti colgono di sorpresa, che ti vengono dettate da un personaggio che hai imparato a conoscere bene quando gli lasci lo spazio per vivere. [Continua »]


Scusa, non ho capito, cosa hai detto?

Pare sia l’estate più calda da 50 anni a questa parte, dal 1962 (la mitica estate di American Graffiti, di Blowin’ in the wind e di Love me do). E il caldo debilita, impedisce qualsiasi azione, qualsiasi “fare“. Forse è questo il bello dell’estate, che non si “fa” niente. E quindi finalmente si può “fare” altro.

Prendiamo ad esempio il parlare. D’estate il parlare prende il sopravvento, finalmente si parla, perché invece nelle altre tre stagioni prevale il comunicare, ordinare, chiedere, richiedere…insomma tutto quel parlare che parlare non è ma è solo comunicazione funzionale, di servizio. Il parlare, il dire, invece, ha qualcosa di “creativo” (In principio era il Verbo) e questa dimensione creativa ha forse bisogno di tempi lunghi, di tempi morti (e poi vedremo che anche qui la morte è, come sempre, importante), insomma di maggiore rilassatezza e distensione. [Continua »]


Cosmopolis, un film-lama rovente

Qualche settimana fa ho visto Cosmopolis, l’ultimo film di David Cronenberg, tratto dal romanzo omonimo di Don De Lillo. Da allora penso a questo film e cerco di capire cosa ne pensino gli altri. A dispetto dalle opinioni del regista, ritengo azzeccato lo slogan che lo presenta come un “film sul nuovo millennio”. Cercherò di spiegare perché.

Poster "Cosmopolis"Il film è ambientato quasi interamente in una limousine di un giovane plurimiliardario uomo d’affari di Manhattan, il quale vuole attraversare la città per andare dal barbiere a tagliarsi i capelli. Per raggiungere il barbiere però la macchina impiegherà un’intera giornata, molte persone entreranno ed usciranno dalla “corte” ambulante del protagonista e lui stesso si fermerà più volte per motivi diversi. Lo stile del regista si adatta bene ai discorsi lunghi, complessi e oscuri del protagonista e dei personaggi che gli “sfilano” davanti.
Esteticamente il film corrisponde con quello che profondamente vuole comunicare. Cronenberg mi ha tenuto incollato allo schermo facendomi semplicemente sentire due persone che parlano in un’automobile che lentamente si muove nel traffico. Tensione, irrisolutezza, mancanza di compimento sono elementi fondamentali a mio parere del messaggio stesso della trama e della sceneggiatura. Il dialogo domina sull’azione e interminabili discorsi assordano lo spettatore. Oltre che lunghi questi discorsi mi sono sembrati a tratti anche incomprensibili ed enigmatici. Macroeconomia, socio-economia e filosofia si mischiano in discorsi già cominciati, non finiti, poco chiari. Per tutto il film non si chiarisce bene il contesto della storia, rimandando ad esso in maniera sempre fumosa e allusiva. A mio parere questo è il punto di forza del film: la sua totale estraneità da qualsiasi razionalità o schema narrativo. [Continua »]


Tre belle storie

Grazie anche alla generosità degli amici di BC, nel mese di maggio son tornato al cinema e mi sono riconciliato con la settima arte. Ho visto tre film dopo tanto tempo che non andavo a cinema e sono uscito risollevato dalla visione di 3 film piccoli piccoli, molto “pop”, popolari, ma che hanno fatto bene al mio spirito. Tre film americani: Margin call, Men in black 3 e The Avengers. Non hanno nulla in comune a parte la provenienza ma hanno suscitato in me una serenità, una sorta di riconciliazione con la vita. Mi chiedo cosa c’è in questi film, che faranno senz’altro storcere il muso a chi si ritiene esperto di cinema, e forse la risposta sta nel fatto che ho sentito che in quei tre film (nelle dovute proporzioni) c’erano  tre storie, tre storie vere, belle e ben scritte.

Il primo, Margin call, il film migliore dei tre, racconta  la nascita della crisi (il plot segue la vicenda del crollo finanziario della Lehman Brothers) nel 2008, tutto nell’arco di 24 ore, con una lucidità scarna, ritmo serrato, fotografia oscura e livida. Un film che mi ha ricordato The Social Network: anche lì lo stesso ritmo serrato, ma in questo caso a raccontare un momento di crescita e “rivoluzione”, mentre in Margin call l’altro grande evento, ma tutto di segno negativo, di quest’alba del terzo millennio.  Un film importante (e poi c’è Kevin Spacey). In Men in black 3  ci sono due grandi divi, Will Smith e Tommy Lee Jones, e due grandi del cinema americano che collaborando hanno realizzato l’episodio migliore della serie: Steven Spielberg, in produzione, e Ethan Cohen, in sceneggiatura (e si vede). Anche qui una bella storia, ricca di umanità, intelligenza, letizia. Infine The Avengers, qui non riesco a mantenere l’obiettività (che peraltro non esiste), ma I Vendicatori erano i miei fumetti preferiti quando ero adolescente.. come fare a resistere? Ero dunque andato al cinema ma con un pessimo stato d’animo, convinto di assistere ad un filmaccio d’azione e basta e invece sono stato felicemente smentito. Una storia vera, un bell’intreccio narrativo, un gran divertimento non solo per la spettacolarità delle scene. Anche qui ha giocato un ruolo importante la recitazione degli attori ed in particolare di quello che per me è l’attore più simpatico in circolazione: Robert Downey Jr., formidabile nella parte del disincantato ma ancora umano Tony Stark, il playboy miliardario alias Iron Man, l’uomo di ferro ma che è ancora dotato di un cuore pulsante. Un film sull’amicizia, cos’altro c’è da desiderare o da pretendere?  E a voi, lettori, quali film di recente vi hanno riconciliato col cinema?