BombaBibbia Report (11/2010)

Il secondo incontro di BombaBibbia si apre con un invito alla ricerca della Sapienza… o meglio, una vera e propria battuta di caccia. Siracide 14,20-27 parla infatti di appostamenti, di piste da fiutare, di squarci da spiare: la Sapienza sfugge come una bestia selvatica, forse perché è qualcosa di affine all’istinto naturale dell’animale braccato. Una cosa è certa: non la si cattura aspettando che ci cada tra le braccia.

Dalla caccia passiamo all’agricoltura: il così detto “piccolo Credo” di Deuteronomio 26,1-11 invita ad accompagnare l’offerta delle primizie con una attestazione legale («Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci») e una ricapitolazione della propria storia: «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero…». La forza del Signore viene descritta con espressionismo pittorico – «con mano potente e braccio teso» – un gesto imperioso, michelangiolesco, ma anche cubista: non descrive un’azione precisa, ma suggerisce accostando due forme in tensione (mano/braccio). [Continua »]


La morale non ha le gambe corte

Lezioni di arabo, Rossana Campo, Feltrinelli

Romanzo scritto con ogni angolo del corpo, anche il più segreto. Senza reticenze e falsi pudori, Rossana Campo racconta una storia difficile da leggere senza il rischio di cadere nell’insidiosa trappola del perbenismo. L’autrice non giudica mai i suoi personaggi ma li lascia liberi di muoversi su un terreno sgombro di paletti morali. La protagonista, Betti, è una donna coraggiosa. Reduce da un divorzio, si guadagna da vivere facendo la cameriera in un locale di Parigi, una metropoli profumata di spezie ed etnie diverse. Pur se carica di disincanto, Betti prova, in nome di un quasi inconfessato desiderio d’amore, a scrostarsi il dolore di dosso. Un dolore vecchio di anni, dalle radici profonde.

Nel ristorante in cui lavora quando è a corto di soldi, Betti incontra Suleiman, un ragazzo arabo, malinconico, professore di Liceo. A segnare gli albori della loro relazione, scambi rapidi di pensieri e amplessi feroci: i due si conoscono unendosi subito con rabbia, sofferenza, fatica, piacere “mi viene a stanare nel nascondiglio dove tengo tutti i miei segreti, coi suoi colpi sta portando fuori dalla tana tutto quanto, tutti gli anni lontani, e le mie esperienze e le ferite e tutti gli uomini che sono stati in me, tutto quanto”. Le descrizioni dei loro rapporti sessuali sono accese e cariche di erotismo, ma nulla va mai a scapito dell’eleganza e dell’equilibrio formale. La prosa scorre rapida, seguendo i guizzi di due personaggi che, pur nella loro diversità culturale e caratteriale, si incontrano sul florido terreno della parola. Ed è proprio la parola a farsi carico di rivelazioni e segreti pesanti come macigni. La Betti bambina ha il volto segnato da un dolore adulto, adulto come l’uomo con cui decide di intraprendere una relazione: Betti si ascolta, abbraccia la propria vera natura, dà fuoco alla propria adolescenza ed entra anima e corpo nel mondo dei grandi. [Continua »]


Custodire le presenze

VerArte di Roberta Conigliaro, Roma, Palazzo Doria Pamphilj, via del Plebiscito 107 – dal 9 novembre su appuntamento

Due sono gli aspetti di questa mostra che mi hanno colpito.
Primo: nell’arte è sempre possibile sovvertire le regole (forse perché non ci sono regole).
Secondo: il silenzio è di diritto una componente dell’arte.
Faccio una premessa: Roberta Conigliaro è una mia amica. Quindi parto da una base di assoluta parzialità. Ma anche di profonda e ininterrotta conoscenza delle sue opere. Ciò che mi ha incuriosito (e mi è piaciuto) è stata la scelta della location, ovvero il venir meno di uno dei “canoni” dell’esposizione: no a gallerie o musei, sì ad uno studio legale, un posto “fuori dagli schemi”, che diventa punto di riferimento, approdo non solo per la creazione artistica, ma per il pubblico, che fa esperienza dell’arte in modo nuovo, responsabile e sociale, e per l’artista stessa, che si confronta con un habitat che ridefinisce, in parte, le sue realizzazioni.
Dunque un esperimento (o una scommessa?) che Roberta Conigliaro, come tanti artisti del momento, decide di fare. E per lei, forse, è un po’ più complicato. [Continua »]


Carlo Ossola su Peregrin d’amore

Carlo Ossola presenta Il continente interiore con Corrado Bologna e Antonio Gnoli, mercoledì 10 novembre alle 18:00 alla Libreria Bibli in Via dei Fienaroli 28 a Roma (Trastevere). Di seguito, la splendida recensione di Carlo Ossola di Peregrin d’amore, l’ultimo libro di Eraldo Affinati, apparsa ieri su Il sole 24Ore.

Associare a una città un classico, a ogni classico un lembo di vita vissuta, è rendere il mondo una cartografia del memorabile, fare dello spazio una mappa scritta con la sanguigna del bello. Ne è stato maestro, ai tempi del “Nouveau roman”, Michel Butor con i suoi celebri “cronotopi”: in particolare con Degrés, 1960, ove scorrono –nelle biografie sincrone degli allievi di un liceo- le tappe dell’umanità, i crocevia della storia, e quelle dell’invenzione letteraria, dalla Description du Monde di Marco Polo agli Essais di Montaigne. Ora Eraldo Affinati percorre i grandi classici della nostra letteratura, con l’urgere appassionato del porla di fronte, esporla, lasciare che su essa infierisca il nostro presente scipito, privo di gusto, e pronto a far strame di tutto ciò che può rinviare, come specchio di verità, il deforme che vi si affaccia. [Continua »]


Alla ricerca dei padri

Secondo alcuni critici cinematografici i temi fondamentali dell’opera di Steven Spielberg sono due: il rapporto preda/cacciatore e la perdita/recupero del padre, ovviamente strettamente collegati tra loro (per questo Prova a prendermi rimane uno dei suoi capolavori assoluti). Se l’assunto è vero allora Eraldo Affinati è lo Spielberg della letteratura italiana: praticamente tutti i suoi libri hanno al centro gli stessi temi, da Campo del sangue a Secoli di gioventù, da La città dei ragazzi a Sulle tracce di Bonhoeffer che già nel titolo indica questa dimensione ad un tempo “predatoria” ed “orfana” (e forse predatoria proprio perché orfana). [Continua »]


Festeggiare

“Odo augelli far festa”… chi di noi non ricorda il più che celebre verso leopardiano de “La quiete dopo la tempesta”? A tal punto che ci suona un po’ ridicolo, soprattutto per l’uso del termine “augello” che ci fa ridere. Ma se ci fermiamo un istante a comporre l’immagine che questo verso dipinge non faremo fatica a perderci in essa… io ho sempre immaginato un coro di usignoli che cinguettano all’impazzata. Il loro cinguettare sonoro e corale dice il senso di un festeggiamento. Avete mai visto persone festeggiare in silenzio?

La festa implica sempre in sé l’esplicitazione di uno stato d’animo che si crea nel momento in cui si sta insieme. Quando andiamo a una festa spesso siamo presi dai nostri pensieri. Anche se sappiamo che stiamo per andare a festeggiare qualcuno o qualcosa, in genere andando nel luogo di ritrovo non saltelliamo o facciamo schiamazzo. La festa inizia nel momento in cui ci troviamo in un luogo preciso dove c’è altra gente si è data appuntamento per far festa. E così tutti possono far festa. Non si fa festa da soli. Forse neanche in due, almeno in un senso proprio. E non si può far festa in silenzio. La parola e tutta la capacità espressiva dei muscoli mimetici del viso e tutto il resto sono ingredienti necessari: il cibo, le bevande e i [Continua »]


Adam Zagajewski: l’ispirazione è gioia o malinconia?

Adam Zagajewski, uno dei maggiori poeti polacchi viventi e vincitore del Premio Europeo di Poesia 2010, ha definito l’ispirazione come «un certo stato mentale, eccezionale e straordinario», che è in qualche modo necessario «perché sembra che ci innalzi al di sopra della meschina rete empirica delle circostanze che forma il nostro destino e il nostro limite. Ci innalza al di sopra del quotidiano, cosicché possiamo scrutare il mondo attentamente e ardentemente». Se «non ci libera completamente da questi limiti empirici», d’altra parte «sembra offrire, a coloro che sono in grado di accoglierla, la possibilità di un certo avanzamento, una certa forma di levitazione, invisibile e meramente interiore. A volte il processo creativo la arricchisce di una forma più perfetta, e di un maggiore potere intellettuale».

Zagajewski esprime una posizione antica e sempre nuova, che rende ragione del senso dell’ispirazione in maniera più piena di altre: l’ispirazione non è pura emozione, né puro sentimento, né pura astrazione, ma vera e propria forma di conoscenza attenta e ardente del mondo. È ciò che T. S. Eliot vedeva chiaramente nella poesia dantesca quando, in un saggio de Il bosco sacro (1920), metteva in guardia dalla tentazione di ritenere che scopo della poesia fosse il «produrre in noi un certo stato» , cioè una sensazione emotiva pura e semplice. No: la poesia, se autentica, è un movimento di conoscenza, spesso piena di affetto. Mentre, quando i poeti si limitano alla sensazione, a ciò che hanno «percepito», allora [Continua »]