di
Rosa Elisa Giangoia -
pubblicato il 29 Ottobre 2010

Cheikh Tidiane Gaye
Per scrivere un testo letterario bisogna innanzitutto affidarsi ad una lingua. Di solito la scelta è facile ed immediata, in quanto si privilegia quella materna, che è poi quella del proprio paese, attraverso la quale ci si è formati la propria cultura e della cui tradizione letteraria ci si sente in qualche modo partecipi ed eredi. Non sempre, però, è così, e non sempre lo è stato nella storia, anzi proprio dalle scelte non scontate e convenzionali della lingua in cui scrivere hanno avuto origine inaspettati rinnovamenti nella storia letteraria. Così è stato quando alcuni coraggiosi, in Sicilia e in Umbria, hanno deciso, pur per ragioni molto diverse, di abbandonare il latino e di usare il volgare per i loro testi, ma altrettanto importante è stato, qualche secolo dopo, quando la nostra letteratura ha ripreso vigore proprio dal rinnovato contatto con il mondo classico le cui lingue sono entrate vitalisticamente anche nella nostra letteratura, per venire poi al Novecento, quando scrittori dell’ Impero Austro-ungarico hanno voluto scrivere in italiano ed entrare, di conseguenza, per loro libera scelta, nella nostra letteratura, o altri hanno deliberatamente utilizzato le lingue marginali delle loro ristrette aree geografiche.
Oggi emerge un altro interessante aspetto della scelta del proprio linguaggio letterario, quella di chi, emigrato da paesi lontani di altri continenti, sceglie di scrivere in italiano, impegnandosi di conseguenza anche a conoscere sempre meglio questa nostra lingua per sfruttarne tutte le possibilità espressive.
La cosa aveva già avuto negli ultimi decenni significativi esempi, ma soprattutto a livello di diario e di memorialistica, mentre particolarmente interessante si sta rivelando la produzione del senegalese Cheikh Tidiane Gaye, giunto con Ode nascente/ Ode naissante (Edizioni dell’Arco, 2009) alla sua seconda silloge bilingue, dopo Il canto del djali (2007) ed alcune opere in prosa. Un corpus poetico, ormai di una certa consistenza e di sicuro rilievo, di un poeta di solida cultura francofona, ma anche erede di una tradizione della voce, ovvero dell’oralità, che appunto porta alcune caratteristiche di questa prassi nella nostra lingua, piegandola e forgiandola per un’espressione efficacemente comunicativa, non solo a livello della scrittura, ma soprattutto sul piano fonico. Il suo è un verso ricco di sonorità [Continua »]