Pazienza

La coda all’entrata del supermercato aveva continuato ad allungarsi da quando ero arrivata. Ci si guardava negli occhi – l’unica parte del viso scoperta – in attesa del proprio turno e solo un paio degli avventori più annoiati cercavano di intrattenere una qualche sorta di conversazione. Tre o quattro persone e sarebbe toccato a me. Cominciò ad alzarsi un vento freddo. Mi ripetevo la lista della spesa e cercavo di ricordare in quale scaffale trovare i singoli prodotti. Bisogna risparmiare tempo. Sentii la prima goccia sulla fronte. È bel tempo, non ci sarà bisogno di portare l’ombrello, avevo pensato prima di uscire di casa. Ecco la breve storia di come mi sono ritrovata davanti alle porte scorrevoli del supermercato vicino casa, sotto un acquazzone, inerme. Nessuno sembrava propenso a perdere il proprio posto in coda per ripararsi, tutti guardavamo in cielo. Una nuvola passeggera, era la speranza di tutti. Bastava aspettare che smettesse di piovere o che arrivasse il proprio turno.

Nel trovarmi in questa situazione, qualche giorno fa, non ho potuto fare a meno di chiedermi: quand’è che abbiamo imparato a rimanere impassibili sotto la pioggia? O meglio, siamo forse diventati, in un certo senso, più pazienti?

Questi sono indubbiamente “tempi d’attesa” e forse non era così complicato, in un primo momento, evitare che divenissero anche “tempi morti”. Più, però, la nostra attesa si protrae, più quello “state a casa” diviene una sfida costante, più è necessario tenere duro, resistere. Portare pazienza. Certo, non abbiamo molta scelta, ci sono i decreti, i controlli, ma anche la necessità, la coscienza, la paura, che ci mantengono – più o meno – in riga. Eppure, credo, poco potrebbero questi elementi, se decidessimo di cedere. Aleksandr Radiscev scrive in Viaggio da Pietroburgo a Mosca:

Ho capito che troppo spesso la ragione è schiava dell’impazienza.

La pazienza è ciò che ci permette di rimanere lucidi, impedendoci di agire irrazionalmente e vanificare così tutti i sacrifici compiuti finora. È ciò, si direbbe, che ci rende in grado di attendere, ma non solo. La parola “Pazientare”, come suggerisce la sua etimologia – dal latino pati – non significa soltanto “sopportare”, ma anche “soffrire”. Ora mi chiedo, cosa ci dà – e ci darà – la forza di continuare ad accettare la realtà in cui stiamo vivendo, di non cedere a questa nuova forma di sofferenza?

Una domanda simile, incredibilmente, è quella che arriva a porsi Giobbe. Egli, uomo retto e giusto, ricco e felice, rispettoso delle leggi di Dio, viene – a sua insaputa – messo alla prova, quando Satana insinua che la sua fede si basi sul mantenere la benevolenza di Dio al solo scopo di conservare la sua vita agiata. Dio permette dunque a Satana di privare Giobbe dei suoi beni, dei suoi figli – che periscono tutti nel crollo della casa di uno di loro – e della sua stessa salute, in modo da poter accertare la sincerità della fede dell’uomo. Nel corso della vicenda, Giobbe non ha dubbi sul fatto che la sua sofferenza venga da Dio e si chiede perché Egli abbia deciso di opprimerlo con questi dolori, avendo vissuto da uomo giusto:

Ascoltate bene la mia parola
e sia questo almeno il conforto che mi date.
Tollerate che io parli
e, dopo il mio parlare, deridetemi pure.
Forse io mi lamento di un uomo?
E perché non dovrei perder la pazienza?
Statemi attenti e resterete stupiti,
mettetevi la mano sulla bocca.
Se io ci penso, ne sono turbato
e la mia carne è presa da un brivido.
Perché vivono i malvagi,
invecchiano, anzi sono potenti e gagliardi?

(Giobbe 21, 2-7)

 Perché non perdere la pazienza? Questa è la domanda che Giobbe arriva a porsi, ma si spinge ancora oltre:

Oh, potessi sapere dove trovarlo,
potessi arrivare fino al suo trono!
Esporrei davanti a lui la mia causa
e avrei piene le labbra di ragioni.
Verrei a sapere le parole che mi risponde
e capirei che cosa mi deve dire.
Con sfoggio di potenza discuterebbe con me?
Se almeno mi ascoltasse!
Allora un giusto discuterebbe con lui
e io per sempre sarei assolto dal mio giudice.
Ma se vado in avanti, egli non c’è,
se vado indietro, non lo sento.
A sinistra lo cerco e non lo scorgo,
mi volgo a destra e non lo vedo.

 (Giobbe 23, 3-9)

Giobbe non perde certamente la fede, ma nel momento in cui massimamente chiede spiegazioni dell’operato di Dio, arriva a non sentirLo accanto a sé. Questo è il momento in cui la pazienza di Giobbe, così preziosa a dimostrare l’autenticità della sua fede, non proviene più dal sentirsi nelle mani del suo Dio, né dalla speranza di avere risposte, né dalla fiducia in un futuro di benessere ristabilito. Per un attimo, Giobbe dimostra pura pazienza e proprio questo aver trovato la forza in sé stesso, gli permetterà di ristabilire il suo rapporto con Dio, riavendo oltretutto indietro tutto ciò che aveva perso.

Chi siamo noi, a questo punto, per rischiare di perdere la pazienza, quando la nostra sofferenza è ricompensata dal diminuire dei contagi, quando abbiamo la scienza e la medicina in cui riporre la speranza di recuperare, in futuro, ciò a cui oggi rinunciamo?

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