Il punk gregoriano di Jeff Buckley
Alcuni avvenimenti rimangono impressi nella memoria, mentre altri finiscono nel dimenticatoio o cancellati per sempre. In un freddo pomeriggio d’inverno, davanti a un caminetto, mia sorella – durante una conversazione – tira fuori un cd portatile e comincia a tessere le lodi a un interprete, figlio di Tim Buckley. Mostro scetticismo, immaginando il destino che già lo attende. Con un genitore così illustre, il talento potrebbe non bastare (vedi Jakob Dylan e Julian e Sean Lennon). Lei insiste perché lo ascolti. Chiedo quanti albums ha inciso. La risposta è addolorata: “Uno, perché Jeff non c’è più”. Ribatto: “Uno, solo uno?! Ed è già un mito?”. Ci siamo: la solita mitopoiesi delle rockstar giovani ma dannate, quelli che amano danzare con la nera signora, la morte. Fu così per Hiller Slovak, chitarrista dimenticato dei Red Hot Chili Peppers, per Ian Curtis dei Joy Division e centinaia di talenti maturati troppo in fretta. La fine di Jeff Buckley, annegato il 29 maggio del 1997 nel canale Wolf River di Memphis, generò un pensiero malsano. Solo la morte poteva renderlo così leggendario e simile al padre. Imposto la sequenza “random” sul lettore cd, segno di un approccio superficiale al disco Grace. La madre degli ignoranti è sempre incinta. [Continua »]
Anche se può sembrare strano o ingenuo, devo confessare che nel mio lavoro di insegnante di liceo non avevo mai pensato alla forza trascinante del teatro, eppure è fin troppo evidente. Ma è così che spesso vanno le cose, finché non si fa un’esperienza concreta, il significato teorico e il valore di quella esperienza non si riesce a capire a priori, a livello meramente teorico. E così oggi, dopo l’esperienza del 25 e 26 maggio, le due date in cui insieme a quindici studenti abbiamo messo in scena un testo ispirato all’ultimo romanzo di Cormac McCarthy, Sunset Limited, mi trovo a fare mie la riflessione di Sam Gamgee, commovente personaggio del Signore degli Anelli, che così si rivolge al suo padron Frodo nel momento più cupo della storia: “noi non saremmo qui, se avessimo avuto le idee un po’ più chiare prima di partire. Ma suppongo che accada spesso. Penso agli atti coraggiosi delle antiche storie e canzoni, signor Frodo, quelle ch’io chiamavo avventure. Credevo che i
Eddie S. Glaude, professore di religione e studi afroamericani alla Princeton University, ha concluso e pubblicato il suo In a shade of blue. Una nuova politica per i neri d’America prima che Barack Obama si insediasse alla Casa Bianca. Prima cioè di quella rivoluzione – simbolica prima ancora che politica – che ha portato un afroamericano nella stanza dei bottoni, da sempre appannaggio esclusivo dell’elite bianca (la casa non a caso è bianca), concludendo una storia iniziata con la schiavitù, proseguita con la segregazione, accesa dalla lotta per i diritti civili e ora coronata dall’ascesa di un presidente nero. Insomma Glaude quando scrive il suo libro ha negli occhi l’ecatombe di Katrina più che il trionfo di Obama. Ma la vittoria di Barack Obama significa davvero che gli Stati Uniti hanno fatto i conti con la loro storia? Con la “vera tragedia nel cuore della democrazia”, come la chiama Glaude, vale a dire il razzismo?
Paure, sogni e speranze di una generazione sospesa tra la voglia di restare e il desiderio di migrare altrove. È stato questo il tema portante dell’incontro di Bomba Musica che si è svolto l’altro ieri a Cosenza e che ha visto la partecipazione di sei persone, con percorsi di vita differenti tra loro, ma con una grande passione in comune: la musica. Tra un bicchiere di birra e una sigaretta, tra una risata e una tartina, in poco più di due ore, un bar nel centro della città, si è trasformato in un club delle sette note. Ognuno dei partecipanti ha portato con sé un brano per condividerlo con gli altri.
Sabato ero in treno, luogo privilegiato per le mie letture, e avevo accanto mia moglie, grande lettrice, che stava leggendo un romanzo di Dostoevskij, “Povera gente”, dove ha trovato e mi ha segnalato questa perfetta definizione della letteratura e, poche pagine dopo, un’altra pagina magnifica che descrive con precisione l’esperienza della lettura.