Excellere et res novas studere
Ex Christiani Mariae Gaston cartha Rosa Elisa Giangoia vertit
Remigius coquus fieri vult, sed parentes sui minime assentiunt. Adde quod singula eius consilio impedimento sunt: Remigius mus est. Personae primae pelliculae motus descriptos et pictos signantis quae Ratatouille inscribitur a domu Pixara anno MMVII facta ingenium, votum, consilium est; praeterea in loco ubi est semper magis alienus (qui locus etiam eum semper magis alienum contra videt) vivit; intellegit iter ad excellendum se ferre longe a loco ubi natus est. Sed etiam cum init hoc excellendi iter, aliud genus ei impedimento est: hominum, coquorum, cauponarum genus.
Quid Remigium impellit? Quid eum vere impellit? Quid ei verum propositum est? Praesertim: cum propositum nostrum in magnam difficultatem in loco ubi sumus incurrit, quomodo impedimentum infringere possumus?
Ho il piacere di annunciarvi l’uscita di L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura, vol. II, Milano, Jaca Book, 2009, pp. 300.
Mohammad Asaf Soltanzade, nato a Kabul nel 1964, ha studiato al liceo francese Esteqlal. Ha lasciato il suo paese nel 1985 per il Pakistan prima e l’Iran dopo. Qui viene scoperto da Hushang Golshiri, una delle figure maggiori della letteratura persiana contemporanea e, grazie a lui, nel 2000 pubblica a Teheran la sua prima raccolta di racconti, poi tradotta in francese e in italiano nel 2002 col titolo di Perduti nella fuga. Nella sua vita ha fatto di tutto: diplomato in farmacologia a Kabul, ha lavorato come muratore, operaio, panettiere e sarto. Nel suo esilio iraniano ha scritto anche quattro opere teatrali che sono state rappresentate solo in teatri di provincia. Si è anche dedicato alla scrittura di sceneggiature per il cinema. La sua insomma è una passione a tutto campo per la scrittura. Attualmente vive in Danimarca.
Remy vuol diventare cuoco, ma la sua famiglia non è assolutamente d’accordo. Come se non bastasse, un altro dettaglio ostacola il suo progetto: Remy è un ratto. Il protagonista di Ratatouille, film d’animazione della Pixar del 2007, ha un talento, un desiderio, un progetto; vive anche in un contesto nel quale si sente via via sempre più estraneo (e che – reciprocamente – lo vede “strano”); percepisce che la strada verso l’affermazione di sé lo porta lontano dal sistema nel quale è nato. Ma anche quando intraprende questo percorso di affermazione, un secondo sistema lo ostacola: quello degli uomini, dei cuochi, dei ristoranti.
Flannery O’Connor il 4 maggio 1963 scrisse a suor Mariella Gable in maniera assolutamente inequivocabile: I can’t write about anything subtle . Dichiarava così di non poter scegliere come argomento della sua narrativa nulla che fosse sottile, vago, impercettibile. La concretezza e il legame con la materia che cade sotto i sensi caratterizzano infatti la sua ispirazione. Un’immagine realistica della O’Connor è quella che lei stessa dipinse in una lettera del 17 gennaio 1956. Si tratta di un ricordo biografico dagli echi biblici: «Tutto voglio fuorché essere un angelo, per quanto da un po’ di tempo a questa parte i miei rapporti con loro sono migliorati. Prima non ci rivolgevamo nemmeno la parola. […] Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa. È impossibile far male a un angelo ma mi sarei accontentata di sapere che gli avevo insozzato le piume, perché è