Excellere et res novas studere

Ex  Christiani Mariae Gaston cartha Rosa Elisa Giangoia vertit

Remigius coquus fieri vult, sed parentes sui minime assentiunt. Adde quod singula eius consilio impedimento sunt: Remigius mus est. Personae primae pelliculae motus descriptos et pictos signantis quae Ratatouille inscribitur a domu Pixara anno MMVII facta ingenium, votum, consilium est; praeterea in loco ubi est semper magis alienus (qui locus etiam eum semper magis alienum contra videt) vivit; intellegit iter ad excellendum se ferre longe a loco ubi natus est. Sed etiam cum init hoc excellendi iter, aliud genus ei impedimento est: hominum, coquorum, cauponarum genus.
Quid Remigium impellit? Quid eum vere impellit? Quid ei verum propositum est? Praesertim: cum propositum nostrum in magnam difficultatem in loco ubi sumus incurrit, quomodo impedimentum infringere possumus?


L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura

Ho il piacere di annunciarvi l’uscita di L’altro fuoco. L’esperienza della letteratura, vol. II, Milano, Jaca Book, 2009, pp. 300.

Dalla quarta di copertina:
La parola poetica brucia ma non si consuma, rivelando una presenza permanente che la abita. Quando la parola è davvero «poetica» – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente.

Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (M. Luzi). E soprattutto non «divora» il lettore annullandolo, assimilandolo in se stessa. Il fuoco prodotto da selci brucia e consuma in sé.

L’esperienza della letteratura invece è generata da un «altro fuoco», che infiamma ma proprio per questo potenzia. Ecco dunque la necessità di scoprire senza selci l’altro fuoco, come afferma un verso di Bartolo Cattafi.

La vera esperienza estetica rafforza l’uomo, non lo annienta, come invece fa l’ideologia o la mistificazione. La parola poetica è una invisibile fiamma (O.Sedakova), che resta viva e lascia vivi. Anzi produce i suoi effetti lentamente, modificando nel lettore il suo modo [Continua »]



Ci perdiamo quando fuggiamo via?

Mohammad Asaf Soltanzade, nato a Kabul nel 1964, ha studiato al liceo francese Esteqlal. Ha lasciato il suo paese nel 1985 per il Pakistan prima e l’Iran dopo. Qui viene scoperto da Hushang Golshiri, una delle figure maggiori della letteratura persiana contemporanea e, grazie a lui, nel 2000 pubblica a Teheran la sua prima raccolta di racconti, poi tradotta in francese e in italiano nel 2002 col titolo di Perduti nella fuga. Nella sua vita ha fatto di tutto: diplomato in farmacologia a Kabul, ha lavorato come muratore, operaio, panettiere e sarto. Nel suo esilio iraniano ha scritto anche quattro opere teatrali che sono state rappresentate solo in teatri di provincia. Si è anche dedicato alla scrittura di sceneggiature per il cinema. La sua insomma è una passione a tutto campo per la scrittura. Attualmente vive in Danimarca.

Perduti nella fuga raccoglie otto racconti accomunati da un clima di fuga e spaesamento surreale che è il frutto del caos provocato dall’invasione sovietica. Il volume si apre col racconto di ispirazione autobiografica che dà il titolo alla raccolta. Racconta di un profugo afghano a Teheran che [Continua »]


7 maggio 2009, appuntamento con il Lab. O’Connor

Giovedì 7 maggio, consueto appuntamento mensile con il laboratorio di lettura O’Connor.

L’appuntamento è in via San Saba 19 (Roma), dalle 19:00 alle 21:00.

Coloro che verranno dovranno scegliere una pagina di un testo che amano particolarmente o che li interroga o che non amano o che comunque li sollecita e portarne una decina di fotocopie. Durante l’incontro di laboratorio dovranno leggerlo a tutti i partecipanti e commentarlo in qualche punto (5/6 minuti) e poi lasciare spazio ai commenti degli altri.


L’affermazione di sé e la lotta al sistema

Remy (Ratatouille)Remy vuol diventare cuoco, ma la sua famiglia non è assolutamente d’accordo. Come se non bastasse, un altro dettaglio ostacola il suo progetto: Remy è un ratto. Il protagonista di Ratatouille, film d’animazione della Pixar del 2007, ha un talento, un desiderio, un progetto; vive anche in un contesto nel quale si sente via via sempre più estraneo (e che – reciprocamente – lo vede “strano”); percepisce che la strada verso l’affermazione di sé lo porta lontano dal sistema nel quale è nato. Ma anche quando intraprende questo percorso di affermazione, un secondo sistema lo ostacola: quello degli uomini, dei cuochi, dei ristoranti.

Cosa spinge Remy? Cosa lo spinge «veramente»? Qual è il suo reale obiettivo? E soprattutto: quando l’obiettivo che ci poniamo trova ostacolo nel contesto che ci accoglie, come superare l’impasse?

Questo editoriale non contiene altro, tranne un invito a rispondere a queste domande nei commenti (il 30 maggio faremo qualche ipotesi nell’officina dal tema “A partire da Ratatouille – l’affermazione di sé e la lotta al sistema”).


Scazzottare l’impercettibile

(dal testo della relazione all’International Flannery O’Connor Conference, Roma 20/4/2009)

Flannery O' Connor (illustrazione)Flannery O’Connor il 4 maggio 1963 scrisse a suor Mariella Gable in maniera assolutamente inequivocabile: I can’t write about anything subtle . Dichiarava così di non poter scegliere come argomento della sua narrativa nulla che fosse sottile, vago, impercettibile. La concretezza e il legame con la materia che cade sotto i sensi caratterizzano infatti la sua ispirazione. Un’immagine realistica della O’Connor è quella che lei stessa dipinse in una lettera del 17 gennaio 1956. Si tratta di un ricordo biografico dagli echi biblici: «Tutto voglio fuorché essere un angelo, per quanto da un po’ di tempo a questa parte i miei rapporti con loro sono migliorati. Prima non ci rivolgevamo nemmeno la parola. […] Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa. È impossibile far male a un angelo ma mi sarei accontentata di sapere che gli avevo insozzato le piume, perché è [Continua »]