L’esperienza poetica in un bagno pubblico
La grotta azzurra è una prosa poetica di Roberto Mussapi che sulle pagine de Il Sole 24ore il critico Giovanni Pacchiano ha recentemente segnalato come uno dei gioielli della letteratura italiana degli ultimi dieci anni. Protagonista di questo racconto definito dall’autore “un poema teatrale in versi, dominato dal suono dell’acqua”, è una ragazza addetta alla pulizia e al presidio di un bagno pubblico sull’autostrada.
Maria è attraente, sensibile, intelligente, ma ha scelto di abbandonare la scuola e di fare questo lavoro umile per aiutare i genitori nello sforzo di ripianare i debiti di suo fratello. Molto diversa da come se l’era immaginata, la vita trascorre nel sotterraneo dell’autogrill dove, passata l’ora di punta, quando la toilette è poco frequentata, spesso la ragazza si addormenta e sogna. Allora l’acqua che scorre nelle tubature del cesso diventa un’acqua immobile, come lustrata da un azzurro eterno, l’azzurro delle mattonelle si trasfigura in quello del mare e Maria ne avverte il respiro profondo /non interrotto come il nostro, / ma lungo, continuo, eterno e incessante / come il ronzio dell’acqua nei tubi. E in mare c’è un uomo giovane e bello appoggiato al parapetto di un piroscafo che la vede nuotare tra le onde mentre lei lotta per rimanere a galla e rimanere in vista. [Continua »]

Di Gipi, Gian Alfonso Pacinotti all’anagrafe, avevo già letto il pluripremiato “Appunti per una storia di guerra” e “Questa è la stanza” (entrambi Coconino Press) e tanto era bastato per farmelo considerare il migliore della nuova generazione di autori di fumetti italiani. Un tratto personalissimo (una vignetta di GIPI la riconoscerei a 10km di distanza), un’incredibile immediatezza comunicativa, una magica capacità di fare disegni “maleducati” ma pienamente appaganti sul piano estetico. Tutte grandi qualità che avevo già riconosciuto, ma nessuna scintilla. Nessun brivido.
Il 24 aprile si celebra la strage degli armeni per mano dei nazionalisti turchi nel 1915. Il primo genocidio del ‘900 (circa 1,2 milioni di morti) è un evento storico rimasto sconosciuto ai più in Italia fino al 2004, quando Antonia Arslan pubblicò il suo primo romanzo. Il sorprendente La masseria delle allodole vinse il Premio Campiello ed ebbe un grandissimo successo di pubblico. Anche perché rivelò un’autrice capace di raccontare fatti drammatici realmente avvenuti senza recriminazioni, ma facendo vibrare la parola scritta di bellezza e di amore per la vita. Alcune settimane fa Rizzoli ha pubblicato il sequel del primo romanzo della Arslan, La strada di Smirne, un altro grande libro. In esclusiva per BombaCarta, ecco la trascrizione di una mia intervista del 26 marzo scorso ad Antonia Arslan in cui emerge tutto lo spessore umano, culturale e spirituale di questa autrice unica nell’attuale panorama letterario italiano.
Il gruppo indie italiano Una Pura Formalità pubblica nel 2008 il primo Ep “Canti Didascalici”. Tre i brani che compongono il mini album: “Sgravello”, “Il Disillusionista” (duro attacco al Papa e alla dottrina cristiana) e “Il Mio Elogio della Polvere”. Quest’ultima intercettata per l’amara riflessione sul senso della vita e il suo cominciamento. Sullo sfondo, il racconto della creazione nei primi due capitoli della Genesi: “Il Signore Dio plasmò l`uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente” (Genesi 2,7). Secondo la tradizione dei Padri della Chiesa, il termine “divenne” può essere tradotto così: (l’uomo) si trasformò in un essere spirituale. In Genesi 1,26 si parla della creazione ad “immagine e somiglianza” [vedi
Nato come una lettura presso l’Università di Stanford e poi pubblicato nel volume The Portable Atheist: Essential Readings for the Non-Believer a cura di Christopher Hitchens, Blues della fine del mondo (Einaudi, traduzione di Susanna Basso) è un esile ma robusto saggio sul rapporto tra l’uomo e la sua finitezza.