Roma non è stata costruita in un giorno

La struttura radiale della città di Roma e la raggiera delle tante possibili “vie di fuga” individuano percorsi di avvicinamento e paesaggi urbani sensibilmente diversi. La città non ha una sua skyline moderna, non ha alcun segno eminente percepibile da lontano ad occhio nudo. La stessa cupola di San Pietro è visibile soltanto all’interno della cerchia dei sette colli, oppure vagamente percepibile dalle lontane periferie. Anche la grande mole della macchina da scrivere ciclopica, ovvero del Vittoriano, è posta in uno dei punti più bassi della città, e risulta quindi visibile, soltanto parzialmente, esclusivamente da Piazza Esedra lungo via Nazionale o dal Corso. Dal Vittoriano c’è la miglior vista panoramica di Roma, proprio perché, si dice, non si vedrebbe il Vittoriano stesso.

La città monumentale, dominata dai tradizionali punti panoramici dei colli, sfugge invece alla visione di gran parte dei quartieri circostanti, a causa del denso tessuto edificato, che lascia poche vie di fuga allo sguardo. Risulta quindi impresa ardua il percepire il mosso andamento dei rilievi capitolini, in una città costruita nel corso dei secoli su una quantità innumerevole di strati.

Tutti i percorsi di ingresso a Roma consentono un inventario di più tipologie edilizie: una mescolanza di generi che sorprende il più delle volte con atipici accostamenti spontanei, ma talvolta irrita per il degrado e la noncuranza, tanto da indurre il più famoso scrittore di Girgenti ad appellarla, nei primi anni del secolo passato, con un eloquente “Acquasantiera e portacenere” in un capitolo de Il Fu Mattia Pascal. Lo stesso ossimoro della Roma di periferia, sporca ma sincera, ai margini della città borghese e politica, raccontata da Pier Paolo Pasolini. La Roma che continua a dimenarsi in età contemporanea tra l’avanguardia spaziale dell’Auditorium e l’inquietante megalite sovietico di Corviale. [Continua »]


Lepanto

di Guglielmo Spirito

Savona, marzo 2009 – Sentieri che non conosco, che si snodano, si srotolano, si distendono al di là dei colli romani, al di là della reggia di Caserta, al di là dei crinali appenninici – terra di lupi -, giù giù per la piana piatta del Salento.
Lecce, la barocca, la città del tufo lavorato in facciate di un ricamo plateresco che la rende una contrada dell’Andalusia o magari del Messico coloniale. Dentro la chiesa del Rosario, già domenicana, appena lasciati una via ed un portale dei tempi e con gli stemmi di Carlo V, dall’alto del retablo, in cima, mi sorride la lignea figura di suo figlio naturale, il grande don Giovanni d’Austria, il vincitore di Lepanto.
Il sole abbagliante rifrange nei ghirigori degli altari di un biancore lucente, trafiggente. Dardi di luce nella volta vuota, tenda bianca trapuntata di [Continua »]


Oro

OroLe Officine di quest’anno hanno messo a punto un metodo davvero nostro e originale, basato sulla consonanza, la contiguità, il collegamento, l’associazione e l’intreccio al fine di trovare un senso, qualcosa che sia importante dire, condividere, raccogliere e anche conservare.
Può essere interessante, però, individuare anche altri che siano in sintonia con noi, che abbiano qualche relazione di somiglianza con questo nostro metodo. Io l’ho trovato nella rivista FMR, soprattutto nell’ultimo numero (30/2009), in particolare nella prima parte, dedicata all’oro, non visto come metallo prezioso, merce di scambio, realtà fisica, ma preso in considerazione per cercare di afferrarne ed esprimerne la luce, il pregio, soprattutto le sue capacità di farsi simbolo, diventare mito, superare il piano fisico per aprirsi alla dimensione metafisica. [Continua »]


Già 10 anni fa vi raccontavo il vero Carver

Raymond Carver

Raymond Carver

Ormai sembra essere la novità del momento: i racconti di Raymond Carver così come noi li conosciano non sono di Carver. O meglio: sono suoi ma poi sono stati talmente limati da Gordon Lish da essere diventati “altro”. Adesso vengono dunque ripubblicati nella loro edizione originale e sembra la scoperta del momento. Eppure in un articolo del “lontano” 1999 – 10 anni fa! – su La Civiltà Cattolica e poi in un libro nel 2001 avevo già messo in guardia i lettori invitandoli a leggere più i versi di Carver che i suoi racconti. Nei suoi versi è possibile andare in profondità e rintracciare il vero volto dello scrittore.

E 10 anni fa illustravo come erano andate le cose. Riporto qui di seguito alcune (poche) pagine – senza note – di quel libro (A. Spadaro, Carver. Un’acuta sensazione di attesa, Padova, Messaggero, 2001), proprio quelle che cercavano di fare il punto sulla questione del Carver… [Continua »]


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Dostoevskij vs. Hegel

Fëdor Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij

Nel febbraio del 1854 Dostoevskij si trova ad essere condannato a servire l’esercito come soldato nella città siberiana di Semipalatinsk vicino al confine cinese. Cinque anni prima era stato condannato a morte, poi la pena era stata commutata, all’ultimo minuto, ai lavori forzati a vita; infine anche questa pena, dopo quattro anni durissimi, era stata trasformata nel servizio militare in Siberia. In questo periodo gli furono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la Critica della ragion pura di Kant nonché Hegel. E proprio dalla lettura di Hegel prende le mosse questo strano libretto, a metà tra il racconto biografico e il saggio filosofico, scritto due anni fa dal professore ungherese di letteratura comparata Laszlo Foldèny che oggi arriva in Italia grazie all’edizioni de Il Melangolo. Foldèny si concentra in quei cinque anni della biografia del grande scrittore russo passati nell’inferno bianco della Siberia (potrà tornare nella Russia europea solo il 18 marzo 1859) ed in particolare sull’effetto che ebbe su di lui la lettura di un brano delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel in cui il filosofo tedesco, parlando dell’Asia, scrive di non essere interessato alla Siberia “in nessun modo, perché la zona nordica giace fuori dalla storia“. Il più grande filosofo e il più grande romanziere discutono “a distanza” (Hegel  in realtà è già morto da oltre vent’anni) e il primo rivela al secondo, in modo secco e arrogante, di non far parte della storia. Il breve saggio di Foldèny può essere visto come un tardivo tentativo di “risarcimento”, un prendere parte nel senso proprio di “parteggiare” per Dostoevskij, duramente colpito dalla lettura hegeliana: “E’ facilmente immaginabile che proprio allora, quando capì di non far parte della storia, per la quale aveva accettato tutte le disavventure” scrive Foldèny, “nacque in lui la convinzione che la vita potesse avere delle dimensioni che non possono essere inquadrate nella storia […] Che è necessario uscire dalla storia per poter vedere i confini e i limiti dell’esistenza della storia“. Il saggio è diviso in due parti, la prima si concentra su Hegel e la sua riflessione, perfettamente lucida quanto arida, sulla storia, e la seconda invece dedicata al tumultuosa condizione in cui si trova l’animo del romanziere russo che trova nella Siberia nello stesso tempo l’Inferno per cui disperare ma anche le ragioni per una riconquista più matura della fede e della speranza. Sul filo del paradosso l’autore conduce al lettore alla conclusione che, proprio perché sconfitto dalla storia e sbattuto nel luogo più sperduto della terra, Dostoevskij riesce a osservare il mondo e l’uomo più in profondità di quanto faccia Hegel, cogliendo che nella storia c’è qualcosa di più, qualcosa di irriducibile e che sfugge anche alla più perfetta “architettura filosofica” realizzata dall’uomo occidentale.

(Recensione al libro “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di L.Foldèny, Il Melangolo, apparsa su Roma7 il 15.3.09)


Il treno era in orario

In una notte fredda e tetra del 1943 un treno attraversa la grigia e sconfinata pianura ucraina. Seduto per terra nel corridoio del vagone tra la puzza di sudore, fumo e lucido da scarponi, un uomo tenta invano di pregare. Il treno viaggia verso il fronte orientale e l’uomo (che ha appena bevuto un sorso di grappa per riscaldarsi) è un soldato tedesco di ritorno all’inferno dopo qualche giorno di licenza. Da quando è salito in una stazione in Germania è tormentato dalla certezza assoluta di dover morire di lì a pochi giorni. Non sa di preciso dove, forse a Cernovcy, a Nikopol oppure a Leopoli, ma sa che sarà “presto”. Il suo nome è Andreas, il protagonista di Il treno era in orario, scritto da Heinrich Boll nel 1949, uno dei racconti più intensi della letteratura del ‘900
L’ansia che divora Andreas non è paura, ma inquietudine profonda (e feconda), febbrile attesa di una risposta che rincorre da sempre, urgenza di una resa dei conti, incandescente desiderio di verità e di pace (Non ho che da attraversare il corridoio, piantare lì il mio ridicolo bagaglio e svignarmela […] e invece me ne sto qui come se fossi di piombo, voglio restare in questo treno, ho un desiderio tremendo della tristezza che grava sulla Polonia e di quella zona sconosciuta tra Leopoli e Cernovcy dove devo morire). Nel fragore cadenzato del treno Andreas gioca a carte con due commilitoni, beve con loro, ne avverte l’alito di carne in scatola e acquavite, ne accoglie la confessione dell’intima tragedia che si cela dietro la loro spavalderia. [Continua »]