Roma non è stata costruita in un giorno
La struttura radiale della città di Roma e la raggiera delle tante possibili “vie di fuga” individuano percorsi di avvicinamento e paesaggi urbani sensibilmente diversi. La città non ha una sua skyline moderna, non ha alcun segno eminente percepibile da lontano ad occhio nudo. La stessa cupola di San Pietro è visibile soltanto all’interno della cerchia dei sette colli, oppure vagamente percepibile dalle lontane periferie. Anche la grande mole della macchina da scrivere ciclopica, ovvero del Vittoriano, è posta in uno dei punti più bassi della città, e risulta quindi visibile, soltanto parzialmente, esclusivamente da Piazza Esedra lungo via Nazionale o dal Corso. Dal Vittoriano c’è la miglior vista panoramica di Roma, proprio perché, si dice, non si vedrebbe il Vittoriano stesso.
La città monumentale, dominata dai tradizionali punti panoramici dei colli, sfugge invece alla visione di gran parte dei quartieri circostanti, a causa del denso tessuto edificato, che lascia poche vie di fuga allo sguardo. Risulta quindi impresa ardua il percepire il mosso andamento dei rilievi capitolini, in una città costruita nel corso dei secoli su una quantità innumerevole di strati.
Tutti i percorsi di ingresso a Roma consentono un inventario di più tipologie edilizie: una mescolanza di generi che sorprende il più delle volte con atipici accostamenti spontanei, ma talvolta irrita per il degrado e la noncuranza, tanto da indurre il più famoso scrittore di Girgenti ad appellarla, nei primi anni del secolo passato, con un eloquente “Acquasantiera e portacenere” in un capitolo de Il Fu Mattia Pascal. Lo stesso ossimoro della Roma di periferia, sporca ma sincera, ai margini della città borghese e politica, raccontata da Pier Paolo Pasolini. La Roma che continua a dimenarsi in età contemporanea tra l’avanguardia spaziale dell’Auditorium e l’inquietante megalite sovietico di Corviale. [Continua »]
Savona, marzo 2009 – Sentieri che non conosco, che si snodano, si srotolano, si distendono al di là dei colli romani, al di là della reggia di Caserta, al di là dei crinali appenninici – terra di lupi -, giù giù per la piana piatta del Salento.
Le Officine di quest’anno hanno messo a punto un metodo davvero nostro e originale, basato sulla consonanza, la contiguità, il collegamento, l’associazione e l’intreccio al fine di trovare un senso, qualcosa che sia importante dire, condividere, raccogliere e anche conservare.

In una notte fredda e tetra del 1943 un treno attraversa la grigia e sconfinata pianura ucraina. Seduto per terra nel corridoio del vagone tra la puzza di sudore, fumo e lucido da scarponi, un uomo tenta invano di pregare. Il treno viaggia verso il fronte orientale e l’uomo (che ha appena bevuto un sorso di grappa per riscaldarsi) è un soldato tedesco di ritorno all’inferno dopo qualche giorno di licenza. Da quando è salito in una stazione in Germania è tormentato dalla certezza assoluta di dover morire di lì a pochi giorni. Non sa di preciso dove, forse a Cernovcy, a Nikopol oppure a Leopoli, ma sa che sarà “presto”. Il suo nome è Andreas, il protagonista di Il treno era in orario, scritto da Heinrich Boll nel 1949, uno dei racconti più intensi della letteratura del ‘900