Eroismo di una debolezza che sfida il fluire del tempo
Una poesia remota e quasi sconosciuta, quale l’antica lirica cinese, rivive oggi grazie alla passione, all’umiltà e al talento di Claudio Damiani. La sua poesia, scegliendo come interlocutori i grandi lirici cinesi dell’epoca T’ang (618-906), ha mostrato come un’arte capace di toccare radicalmente i nervi dell’esistenza possa rendere naturale il dialogo tra uomini di ogni luogo e tempo.

Copertina de “Sognando Li Po”
Il bambino con il pigiama a righe.
Paola Padula sul film di Mark Herman
Bruno ha otto anni. Sua madre ha la pelle chiara, liscia come porcellana. Suo padre, la divisa delle SS. La sua sorellina ne ha dodici, e si è invaghita del generale con i baffi, gigante immortalato tra le pareti della sua cameretta.
Io, invece, sono seduta in terza fila, da sola, al buio, su di una poltrona comoda, con il poncho che mi fa da coperta, per allontanare i brividi.
Non è abbastanza riscaldata, la sala di questo cinema. Eppure è piccolina. O sono io che ho sempre freddo, quando son seduta a guardare.
Bruno intanto si annoia in quella grande casa anonima, grigia come una caserma. Lui non ha più i suoi amici per volare ad esplorare l’avventura, librando le braccia come gabbiani.
Li ha dovuti lasciare, ha dovuto lasciare Berlino. Il suo papà ha avuto una promozione. Dovrà sovrintendere a dei lavori di rimozione presso un campo fuori mano, soprannominato la “Fattoria”.
Esce tanto fumo da lì, sistematicamente, e Bruno se ne accorge, mentre si spinge in alto sulla ruota volante, la sua altalena. [Continua »]
Aperture su “Sunset Limited”
“Sunset Limited”, scritto nel 2006 dall’americano Cormac McCarthy, è un testo che cerca in ogni modo di rendersi intrigante.
Sceglie di collocarsi al crocevia tra piccolo romanzo e pièce teatrale. Un’unica scenografia: la cucina di un piccolo appartamento in un caseggiato popolare di un quartiere nero di New York. Fornelli e un grosso frigorifero. Sul tavolo una Bibbia e un giornale.
Due soli protagonisti: un nero corpulento e un bianco smilzo. Nessun nome. L’intera opera è costituita dal confronto spigoloso tra questi due appellativi generici, “bianco” e “nero”.
Il nero ha appena salvato il bianco dal suicidio. Di mattina presto, il bianco ha cercato di buttarsi sotto un treno, il “Sunset Limited” appunto. Il nero l’ha acchiappato per il bavero, l’ha portato a casa sua e trascorre buona parte della giornata a convincerlo dell’assurdità di quel gesto. Di più: questo nero ex carcerato e omicida redento indaga sulle origini della volontà autodistruttiva che attanaglia il bianco professore nichilista; tenta di fornirgli buoni motivi per tornare a credere nella vita. Senza successo.
CREPUSCOLI LIMITATI
Come si può intuire da questo brevissimo riassunto, il libro è davvero zeppo di richiami, rimandi, riferimenti. A partire dal titolo.
Un suicida tenta di “prendere l’ultimo treno”. Prenderlo sì, letteralmente. Addosso.
Scontrarsi con il “Sunset Limited”; il nome di un treno o il cognome della morte. Non una notte eterna, bensì un “crepuscolo limitato”. Come un cenno di luce in mezzo al buio, la speranza di un giorno nuovo, forse, oltre la quiete del nulla.
La metafora del treno innerva tutto il romanzo.
L’uomo è un viaggiatore pendolare; sale sul proprio treno il giorno stesso della nascita. Un treno vincolato a dei binari, una strada segnata. Scelte predeterminate che lo porteranno invariabilmente al capolinea, dopo un interminabile andirivieni privo di significato. Una sensazione di impotenza assoluta, non mitigata dalla consapevolezza di avere compagni di carrozza. Anche loro sono stati condannati al viaggio.
Sono tutti “pendolari terminali”, infettati da quel male incurabile che è la vita. Alcuni, come il nero, tentano di “tenersi sul binario”, avvinghiati. Magari alleviano le pene del viaggio intrattenendosi con il prossimo. Altri, come il professore bianco, non scendono a patti con l’orrore della propria condizione; provano a deragliare, ma è impossibile. Ecco allora balenare l’idea di potersi giocare consapevolmente l’unico grado di libertà concesso: accorciare il percorso, ridurre il tempo di percorrenza, affrettare l’arrivo alla meta.
YING E YANG
Può non colpire la scelta dei due protagonisti, il bianco e il nero? Lo Ying e lo Yang che si cercano, si compenetrano, si completano, ma senza mescolarsi; con un po’ di bianco nel nero, un po’ di nero nel bianco.
All’interno dell’ellisse, da una parte un sapiente yogurt bianco magro. Inacidito, ha meditato sulla vita e ha deciso di compiere il gesto più saggio: togliersela. Quel tarlo tenebroso in fondo all’anima ha rosicchiato e rosicchiato. Ora è un buco nero che risucchia la materia cristallina dell’anima.
All’altro lato, un tartufone oscuro come il suo spirito immondo. È stato spruzzato da un po’ di chiarore alle soglie del decesso per dissanguamento, dopo l’ultima lite in prigione. Qualcuno ha acceso uno zolfanello in mezzo all’oscurità, grattando su quella pellaccia ispida. L’illuminazione. La luce prima del tunnel, non dopo. Wamm! Lo splendore colpisce e lo rende fiaccola, il salvato vuole farsi salvatore. L’ignorante vuole farsi docente del dotto. L’inversione dei ruoli, però, non porterà ad uno stravolgimento delle intenzioni del bianco.
Bianco e nero si confrontano in una cucina squallida, ma accogliente. Il bianco è lontano miglia dal candore virginale; il nero sembra essere riuscito a sfuggire alla tenebra.
ALTRI RIFERIMENTI ESPLICITI
Che dire poi dei gesti liturgici compiuti dal nero? Prepara la mensa lavandosi prima le mani e detergendosele con un asciugamano; spezza il pane bianco, lo mette su un piatto e lo serve in tavola. Addirittura afferma che il pane sarà più buono tra due giorni (quando sarà risorto!). E lo chiama pure “soul food”, cibo dell’anima.
Oppure del ricorso continuo a numeri presi in prestito dalla tradizione ebraica? Il nero vive da “sei anni, quasi sette” nel luogo che ha deputato alla redenzione del prossimo, suggerendo come egli non sia ancora perfetto nella propria opera di salvezza. Mentre il bianco legge libri da quarant’anni e ha insultato almeno quarantamila persone (cioè ha trascorso la propria esistenza a studiare e a giudicare malamente chi lo ha sfiorato durante il viaggio).
RISPOSTE COMUNI A LUOGHI COMUNI
Proseguiamo però oltre il tiro d’acchito del buon Cormac.
La prima metà del testo si snoda attraverso i luoghi comuni proposti dal bianco. Alcuni esempi?
“Chi è sempre pronto a occuparsi dei perfetti sconosciuti molto spesso non si occupa delle persone di cui dovrebbe occuparsi. Se uno si limita a fare ciò che dovrebbe, non diventa un eroe.”
“Il Natale non è più quello di una volta.”
“Non credo più a una serie di cose in cui credevo una volta, ma questo non significa che non creda più in niente”.
“Non si può essere felici se si soffre.”
“Le cose in cui credevo non esistono più.”
“Non pensa che si debba credere in tutto quello che c’è scritto qui dentro (riferendosi alla Bibbia, ndr) per essere salvati?” (approccio esattamente identico a quello dei Testimoni di Geova)
“La Bibbia è piena di storie che devono servire da ammonimento.”
“Non sono abbastanza virtuoso (perché Gesù mi parli, ndr).”
“Il Giardino dell’Eden. La conoscenza che distrugge lo spirito. Che distrugge il bene. […] Immagino che dal punto di vista di Dio la conoscenza sia vanità.”
“Il quadro più pessimistico è sempre quello giusto. Quando uno legge la storia del mondo, legge una saga fatta di stragi, avidità e follia la cui gravità è impossibile da ignorare. Eppure immaginiamo sempre che il futuro in qualche modo sarà diverso. Non so come facciamo a essere ancora qui, ma con ogni probabilità non ci resteremo per molto.”
A queste sentenze ritrite si oppongono i toni da predicatore televisivo del nero, che trasudano una certa realtà protestante americana attuale. “Dio” o “Gesù” sono i termini più ricorrenti del suo sproloquio, origini o mete dei ragionamenti, le clave più ricorrenti da dare benevolmente in testa all’interlocutore. A volte si rimpiange il “Siamo in missione per conto di Dio”; magari vecchio, ma decisamente più dissacrante e letale.
“(Gesù, ndr) È nella mia testa.”
“La prima cosa che devi tenere presente è che io, nella testa, non ho manco un pensiero originale. Se non ho dentro la scia del profumo della divinità, allora non mi interessa.”
“Tu eri prigioniero da prima di venire qui.”
“Ma possibile che non ti vedi, zuccherino? Sei trasparente come il vetro. Vedo le rotelline che girano dentro la testa. Gli ingranaggi. E vedo anche la luce. Una luce buona. Una luce vera. Tu non la vedi?”
“Se non sapeva già da prima che io ero pronto ad ascoltarlo, non mi diceva neanche una parola.”
“Se nella tua vita non ci fosse la sofferenza, come faresti a capire quando invece sei felice?”
“Credere non è come non credere. Uno che crede alla fine arriva alla fonte della fede e non deve più cercare altro.”
QUANDO IL GIOCO SI FA DURO
Poco oltre la metà del libro, però, si assiste ad un cambio improvviso. Non tanto di ritmo, quanto di profondità delle riflessioni. Il nero mugugna in modo diverso. Il prosieguo è un rotolare velocemente verso il nocciolo della questione.
Interessante. La variazione accade qualche minuto dopo il pasto. Come se quel pane bianco condiviso avesse svelato il lato più profondo e vero di ognuno dei personaggi; come se avesse dispensato autocoscienza. Il pane diventa un occhio di bue puntato sull’anima bianca del nero, poi su quella nera del bianco. Il testo comincia ad essere veramente intrigante, forse al di là delle aspettative dell’autore stesso.
Il nero va in pressing. Desidera ardentemente essere convincente. Racconta al bianco la propria storia di redenzione. Il messaggio è: attenzione, come è stato per me, così è anche per te. Tu stesso rappresenti il maggior ostacolo alla Salvezza. Tua e mia.
Tu stesso, come me, puoi essere protagonista sia della tua dannazione che del tuo affrancamento. Ti basta alzare lo sguardo. Smetti di farti ombra da solo e abbraccia la luce.
“La luce è tutta intorno a te, sennonché tu non vedi nient’altro che ombra. E l’ombra è la tua. Sei tu che la fai.”
Non basta. Allora il nero snocciola i cardini della sua fede, adempiendo così al proprio bisogno/dovere di missionarietà: amore fraterno e gratitudine verso Dio.
Poi, non trovando ancora pertugi per affondare il colpo vincente, gioca la carta migliore: la speranza in una nuova vita che supererà le sofferenze attuali.
Ed è proprio su questo ultimo punto, sull’asse di briscola sfoderato nella mano finale, che il nero perde la partita.
PENDOLARI TERMINALI
Questo bianco va oltre il pessimismo. È un “pendolare terminale”. La sua “bancarotta spirituale” si colloca al di là dello sconforto di fronte alla follia del mondo, al di là del dolore.
“Che cos’è esattamente questo dolore che porta i pendolari a infilarsi un bel cappotto di legno? […] Se non è quello che uno ha perso a dare questa sofferenza insopportabile, allora forse è quello che uno non perderà mai. È quello che preferirebbe morire, piuttosto di mollare.”
Anche il bianco sta cercando una luce, bagliore di quiete e di pace. È identica al vuoto dell’oscurità più totale. Il cuore del professore anela solo all’ottenimento di quest’oblio luminoso. Lo abbraccia nel solo modo che conosce: uscendo.
Andandosene in un posto dove il bianco collima col nero. Un posto abbandonato dall’essere. Perfino dall’Essere. L’annullamento. Il niente. Ecco la meta del bianco. Ecco perché il professore non può che rifiutare, fuggire, bestemmiare la proposta del nero.
“Io anelo all’oscurità. Io prego che arrivi la morte. La morte vera. […] Nessuna comunità. Mi si scalda il cuore soltanto all’idea. Silenzio. Buio. Solitudine. Pace. E tutto questo, nell’arco di un battito di ciglia.”
“La sua chiesa prepara solamente ad altra vita. Ad altri sogni, illusioni e bugie. Se si potesse bandire la paura della morte dal cuore degli uomini, non vivrebbero un giorno di più. Chi sarebbe disposto a sopportare quest’incubo se non per la paura dell’incubo che lo seguirà? Sopra ogni gioia pende l’ombra dell’ascia.”
Il bianco possiede una netta percezione di sé. E la mostra al nero in tutta la sua terrificante verità.
“Un uomo. Una cosa che penzola con le sue espressioni insensate in mezzo a un vuoto ululante. Senza che ci sia significato nella sua vita. […] Sono un professore delle tenebre. Della notte travestita da giorno.”
Una visione atroce e impossibile da redimere, perché ciò a cui aspira è l’atarassia del non essere. La liberazione eguaglia su un lato dell’equazione la distruzione totale. La condizione al contorno è la fuga dal rumore stridente, incessante, vomitevole della realtà.
Il professore se ne va. In tutti i sensi.
Il nero si rivolge al suo Dio. Che non risponde. Non ha risposte.
APERTURA
“Sunset Limited” può rappresentare perfettamente il diario di un uomo in terapia. Un tentativo di auto-convincimento. Lo sforzo di un autore distrutto dal proprio cinismo scettico, che ha scoperto qualcos’altro e che cerca ora di tirare le somme di fronte ai classici interrogativi umani.
McCarthy si scinde e pone davanti a sé le due componenti della propria anima. Una radicata nel pessimismo disilluso e senza futuro. L’altra illuminata da una Parola di speranza. La seconda vorrebbe cancellare la prima, destrutturarla, privarla di argomenti. Ma non ci riesce. E alla fine, non vi è alcuna risposta, ma un abisso di altri interrogativi.
La cosa buffa è che questo, dal punto di vista della ricerca spirituale, è nientemeno che un ottimo inizio.
La visione bicroma del mondo non funziona. Il confronto tra posizioni nere macchiate di bianco e bianche tempestate di nero, non regge proprio. Nemmeno se il contraddittorio è tenuto a cena. Nemmeno se in mezzo ci poniamo una Bibbia.
Lo suggerisce proprio quella Parola. Forse è bene ricordare un tal Predicatore del III secolo avanti Cristo. Di lui ci rimane solo un appellativo (già, proprio come “bianco” e “nero”). Il suo soliloquio, il libro del Qoelet, può essere facilmente accostato al testo che stiamo considerando.
Si tratta infatti di due discese.
DUE DISCESE
Sia Qoelet che McCarthy partono da considerazioni generali circa la vanità delle cose, del mondo, della realtà circostante.
“Vanità delle vanità, dice Qoelet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.”
(Qo 1, 2-4)
Qoelet fissa le proprie riflessioni al tramonto (“sunset”) della vita. L’Ecclesiaste si rende conto che nulla conterà più tra poco e che forse nulla è mai contato davvero. Si guarda dietro e intorno; scorge la futilità della fatica umana. L’uomo trascorre i suoi giorni tormentato dal bisogno, vuoi di sopravvivere, vuoi di lasciare un segno ai posteri.
Anche il professore bianco è un uomo di mezza età. Anche lui è giunto ad un tramonto, anche se non legato al naturale corso degli eventi. È evidentemente un uomo ferito. Decide di suicidarsi il giorno del proprio compleanno, sotto Natale. Le statistiche sui suicidi indicano queste due ricorrenze come quelle a più alto tasso di mortalità. La società ti dice che devi festeggiare con qualcuno, che devi essere attorniato dall’affetto degli altri. E invece sei solo e sconfitto; anzi no: una compagna ce l’hai, la tua depressione.
“Le cose in cui credevo non esistono più.” “Le cose che amavo un tempo erano molto fragili. Molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo che fossero indistruttibili. E mi sbagliavo.”
Possiamo leggerci affetti perduti, naufragati insieme alle certezze ideologiche sugli scogli del tempo. “Una graduale illuminazione circa la natura della realtà”. L’approfondimento è anche uno sprofondamento.
“Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perché molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere, aumenta il dolore.”
(Qo 1, 17-18)
E ancora:
“Mi sono proposto di ricercare e investigare con saggezza tutto ciò che si fa sotto il cielo. È questa una occupazione penosa che Dio ha imposto agli uomini, perché in essa fatichino. Ho visto tutte le cose che si fanno sotto il sole ed ecco tutto è vanità e un inseguire il vento.
Ciò che è storto non si può raddrizzare
e quel che manca non si può contare.”
(Qo 1, 13-15)
Qoelet disseziona il mondo. È uno studioso. Un professore. Proprio come il nostro “bianco”. Qual è il risultato dell’esame? Quale panorama coglie il suo occhio? Vanità e futilità. Esattamente come il personaggio di McCarthy.
“Per me il mondo è fondamentalmente un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte i detenuti – perché vengano giustiziati.”
“L’evoluzione non potrà condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità.”
Due professori in ricerca. Professori. Nella duplice accezione.
Il docente investiga e studia. Si applica con dedizione. In premio la saggezza, il sapere le cose. È un’occupazione questa che somma dolore al dolore. La presa di coscienza acuisce il disagio, non lo dissipa.
Vi è però un secondo aspetto. Il professore professa: ciò che è, è. Immutabile. Tutto il penare, l’attività creativa, l’inclinazione che porta innatamente l’uomo a modellare la propria realtà (intesa come ambiente e condizione), non giova a nulla e a nessuno. È così, è così.
“Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.”
(Qo 1, 9)
Tutto è vano. Ovvero, non vi è frutto in alcuna opera umana. Nulla conviene.
L’uomo è stato catapultato sotto il sole. Una calura che inaridisce.
Niente lascerà il segno. Niente cambierà poiché già tutto è.
Nulla potrà mai essere diverso da ciò che è ora. Progresso, speranza, evoluzione…
Quante parole vengono messe ai bordi della stazione, giù dal treno. Perfino il significato di termini temporali come oggi e domani viene meno. Il nulla è già qui.
“Questo posto è un lazzaretto dello spirito”, afferma il bianco. La peste di cui siamo malati è la vita stessa.
Come si può dunque stare allegri? Come si può discutere di qualsivoglia “prospettiva”, allorché la tremenda verità si pone dinanzi? Quando anche l’ultimo velo dell’illusione casca?
“Del riso ho detto: “Follia!” e della gioia: “A che giova?”
(Qo 2, 2)
Diventa dunque assordante, stridente e fuori luogo il buonismo ottimista del nero. Una frenata tirata sui binari.
Anche il nero è senza futuro. Non capisce di essere egli stesso un “portatore sano” di non vita. Aderisce alla tristissima metafora della stazione e del treno.
“Bisogna mettersi nella fila giusta. Comprare il biglietto giusto. Prendere il treno dei pendolari normali e tenersi lontano dalla linea veloce. Tenersi sul binario come gli altri pendolari. Magari fargli anche un saluto con la testa. O addirittura dirgli ciao.”
Sposa l’assurdità del mondo. Nega l’intelligenza del comprendere. Non vuole vedere. Cela dietro a una fedeltà (più che a una fede) la propria impotenza.
E’ la sua stupida, pervicace positività a non aver nulla a che vedere con questo mondo, non il disincanto scetticismo (skeptomai, mi guardo intorno) del professore bianco.
“Mi sono accorto che il vantaggio della sapienza sulla stoltezza è il vantaggio della luce sulle tenebre: il saggio ha gli occhi in fronte, ma lo stolto cammina nel buio. Ma so anche che un’unica sorte è riservata a tutti e due.”
(Qo 2, 13-14)
Ecco la chiave di lettura. Il bianco rappresenta davvero una luce. La luce viene gettata sul mondo, illumina la realtà. E la rivela per ciò che è. L’universo e l’esistenza vengono rischiarati e ciò che emerge è trasparente quanto tetra insensatezza. Il buio (nero) dell’illusione rifugge. Il bianco ha gli occhi in fronte e vede. Il suo è uno sguardo disincantato e illuminato. Il nero è preda della tenebra. Il suo credere stolto lo rende cieco. Vuole salvare, ma è egli il primo ad essere condannato. Arreso alla speranza. Sconfitto dalla falsità.
Il passaggio successivo è scontato: che fare?
“Ho poi considerato tutte le oppressioni che si commettono sotto il sole. [..] Allora ho proclamato più felici i morti, ormai trapassati, dei viventi che sono ancora in vita; ma ancor più felice degli uni e degli altri chi ancora non è e non ha visto le azioni malvage che si commettono sotto il sole.”
(Qo 4, 1-3)
Il non essere è di gran lunga preferibile all’infinta pena di questo essere. È deciso, allora. D’altra parte,
“Allo stesso modo muoiono il saggio e lo stolto.”
(Qo 2,16)
Allo stesso modo moriranno il bianco e il nero. Il saggio che ha scandagliato il mondo, ha cercato la sapienza e vi ha trovato stoltezza; lo stolto che si vede redento e che non si fa domande, ma che cerca di comunicare agli altri il proprio stato di grazia.
Allo stesso modo finirà l’illuminato e l’illuso. Nati e vissuti nella vanità, finiranno nella futilità. Un soffio. E via.
Il solo margine di libertà che rimane conviene goderselo. E coglierlo. Guardare il treno dritto in faccia. Afferrare i binari e aspettare, senza battere ciglio.
UNA SOLA RISALITA
Perché il ragionamento del Qoelet non sfocia nella medesima considerazione?
Il finale del suo libro è destabilizzante quanto lo svolgimento.
“Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto.
Infatti Dio citerà in giudizio ogni azione, tutto ciò che è occulto, bene o male.”
(Qo 12, 12-14)
Perchè a partire da premesse uguali si giunge a conclusioni così differenti?
Proviamo a fare un passo indietro e a considerare questi due detti.
“Ciò che è, già è stato; ciò che sarà, già è; Dio ricerca ciò che è già passato.
Ma ho anche notato che sotto il sole al posto del diritto c’è l’iniquità e al posto della giustizia c’è l’empietà. Ho pensato: Dio giudicherà il giusto e l’empio, perché c’è un tempo per ogni cosa e per ogni azione. Poi riguardo ai figli dell’uomo mi sono detto: Dio vuol provarli e mostrare che essi di per sé sono COME BESTIE. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa; come muoiono queste muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. Non esiste superiorità dell’uomo rispetto alle bestie, perché tutto è vanità. Tutti son diretti verso la medesima dimora: tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna alla polvere.”
(Qo 3, 15-20)
“Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell’eternità nel loro cuore, senza però che gli uomini possano capire l’opera compita da Dio dal principio alla fine.”
(Qo 3, 10-11)
La rappresentazione dell’uomo è quanto mai terrificante e concorde con quella del professore bianco di “Sunset Limited”. Agghiacciante, se si pensa che Qoelet è “parola di Dio”. Ma le due posizioni sono armoniche solo in superficie.
Gli uomini sono bestie. Forse peggio. Gli animali hanno il privilegio di non farsi domande. Gli uomini sono bestie in cui è stata instillata la “nozione di eternità”. Questo seme è stato posto nel loro cuore. Un bisogno irrinunciabile di contestualizzare la propria esistenza finita in un universo infinito, in un tempo infinito… ecco cosa brucia di più. Il bisogno di mettersi in relazione con qualcosa. Di non arrendersi al vuoto.
E’ questo passaggio che differenzia alla fine Qoelet dal bianco protagonista del romanzo.
Qoelet è lucido di fronte all’illusorietà del mondo, ma rimane aperto alla sorpresa, alla rivelazione. Alla salvezza.
E’ consapevole dell’esistenza di Dio. E che a Dio basta essere Dio (cfr. “La sapienza di un povero”, Eloi LeClerc). Qoelet colpisce perché ci spoglia, scuote senza sosta il nostro orizzonte di pensiero. Perché spara dritto all’essenziale. A ciò che non vorremmo mai accettare, al di là di tutte le nostre preghiere. Quanto è duro ammettere che non vi è nulla al di fuori di Dio? Ma se Dio è tutto, allora non vi è nulla al di fuori di Lui. Cioè, tutto è vanità.
Il bianco, invece, è annichilito dalla luce. Annientato. Rispetto a una vita di nulla ululante, preferisce credere in una non vita di quiete, di silenzio, di oblio. Già, anche la sua è fede. Egli non sa cosa si troverà oltre il “Sunset Limited” in viso. La verità può distruggere. Lo sguardo di Dio può incenerire. Il mangiare dell’albero della conoscenza, può condurre alla morte.
Qoelet riesce a sopravvivere alla Conoscenza, perché ha dato un nome a quell’inquietudine che si porta dentro. Il germe dell’eternità è amato e odiato dono dell’Eternità stessa. Qoelet è profondamente certo dell’esistenza di Dio. L’alternativa è necessariamente la morte, la fine delle cose per come sono (cfr. Nietzche).
Il bianco purtroppo non è arrivato a questa conoscenza perfetta. È stato vinto.
E nonostante tutto, nemmeno il nero rappresenta un “idiot savant”, affranto com’è dal bisogno di risposte che non possono arrivare.
A MARGINE
Ora sta a noi. Il gioco passa in mano nostra. Non si tratta certo di schierarsi col bianco o col nero. Come detto poco sopra, non funziona. La vita è un insieme di sfumature di colori ancora non scoperti.
Il profondo pessimismo che emerge sia da “Sunset Limited” che dal libro del Qoelet è ovviamente condivisibile, ma è comunque uno sguardo dall’alto. Se con uno zoom passassimo dall’inquadratura delle nuvole a quella del cielo azzurro, ai continenti, alle nazioni, alle città, fino ad arrivare alla strada e ai suoi passanti, potremmo riprendere innumerevoli miracoli quotidiani. Come quello di un nero pluriomicida che salva la vita di un professore bianco.
Allora esiste un motivo per vivere questa vita? A mio avviso sì, l’occasione unica di amare. Esperienza peculiare e insostituibile dell’uomo. Quella che meglio di ogni altro aspetto identifica la nostra umanità, intesa come differenza rispetto ad ogni altro essere vivente.
D’altronde, se Dio stesso ha scelto di incarnarsi quaggiù, non sarà in fondo la Terra un luogo così triste, la vita un’esperienza così tremenda, no?
Gabriele Guzzetti
La febbre della suocera di Outlaw Pete
Chi è dunque Gesù Cristo nella narrazione del Vangelo? Un grande sapiente? Un genio tanto incompreso e invidiato da diventare la vittima innocente di uomini bugiardi e crudeli? Un uomo buono? Un benefattore? Un guaritore talmente generoso e pieno di risorse da portare anche la tachipirina alla suocera di Pietro per abbassarle la febbre? Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. (Mt 8,14-15). Questo episodio è molto chiaro: Gesù la guarisce e lei piena di riconoscenza si dà da fare. Niente di più lineare e ovvio, ma non mi basta. Se mi fermo al livello morale del racconto, Cristo diventa solo il portavoce di una norma etica di bontà. Certo, potrebbe essere molto gratificante e rassicurante identificarsi in questo modello, ma che barba! Il racconto evangelico sarebbe semplicemente uno spot di Gesù e del suo prodotto: l’amore per il prossimo. Tutto questo mi sembra tremendamente noioso. Ho bisogno di una lettura più emozionante, coinvolgente, capace di proiettarmi dentro al racconto e rendermi protagonista della scena insieme a Cristo. Lo voglio incontrare, sento il bisogno di accendermi e di vivere un’esperienza che mi consenta di scoprire chi è Cristo e chi sono io. Ho bisogno di vivere un rapporto umano che mi faccia prendere fuoco come quando mi innamoro da perdere la testa o mi arrabbio da sfasciare tutto. Non era stato Cristo poi a dire di essere venuto a portare il fuoco sulla terra (Luca 12, 49)? Un fuoco, non un’aspirina. E quanto vorrei che questo fuoco fosse una passione bruciante! Se Lui è questo, se il suo fuoco è questo, allora sì, mi interessa. [Continua »]
Giovedì 19 febbraio 2009 appuntamento con il Lab. O’Connor
Giovedì 19 febbraio, dopo la ribalta televisiva, il laboratorio di lettura O’Connor ritorna alla sua straordinaria normalità.
L’appuntamento è in via San Saba 19 (Roma), dalle 19:00 alle 21:00.
Coloro che verranno dovranno scegliere una pagina di un testo che amano particolarmente o che li interroga o che non amano o che comunque li sollecita e portarne una decina di fotocopie. Durante l’incontro di laboratorio dovranno leggerlo a tutti i partecipanti e commentarlo in qualche punto (5/6 minuti) e poi lasciare spazio ai commenti degli altri. Per maggiori info sul laboratorio.
Fidanzata in coma
To E.
Nel ’98 usciva in Italia il romanzo dello scrittore canadese Douglas Coupland dal titolo Fidanzata in coma (Feltrinelli). Il titolo è ripreso da una canzone degli Smith: «Girlfrend in a coma I know, I know, it’s serious» e il testo è costellato da frasi tratte dai testi delle canzoni di Morrissey, il leader del gruppo. La copertina dell’edizione americana mostra il volto di donna evanescente e sfocato. La storia ha come protagonista un gruppo di ragazzi: Karen, Jared, Richard, Hamilton, Wendy, Pamela e Linus. Jared, una sorta di giovane dongiovanni, è colui che dà avvio al romanzo, ma in realtà nello sviluppo della trama è già morto durante una partita. La sua è come una voce dall’aldilà. La vita di questi ragazzi è semplice, spontanea, soprattutto senza fretta. Karen, improvvisamente, dopo alcune visioni inquietanti, cade in coma. Lascia i genitori, gli amici e soprattutto il suo ragazzo Richard in uno stato di apprensione che si arricchisce di ulteriori connotazioni quando si apprende che la ragazza è in cinta. Nascerà una bambina, Megan, senza che alla madre accada nulla di nuovo. Il tempo passa, la bambina cresce, il mondo cambia. I cinque amici rimasti passano dagli anni ’70 agli anni ’80 tra alcolismo, droghe, yuppismo per tornare sempre indietro, come in un terribile gioco dell’oca, senza concludere nulla: Pam e Ham si bucano, Wendy si butta anima e corpo nella routine quotidiana di lavoro massacrante, Linus vaga alla ricerca di un significato, Richard si limita ad ubriacarsi. Il racconto è in mano a quest’ultimo che descrive con cura le sue inquietudini e la sua situazione, i suoi pensieri e i suoi sentimenti nei confronti di una bambina che cresce e di una donna che cresce anche lei, ma è assente dal mondo della coscienza. Gli avvenimenti si susseguono come per inerzia e senza convinzione.
Dopo 6719 giorni, cioè nel 1997, Karen si sveglia miracolosamente: una vera e propria «epifania». Si guarda attorno [Continua »]