Già 10 anni fa vi raccontavo il vero Carver

Raymond Carver

Raymond Carver

Ormai sembra essere la novità del momento: i racconti di Raymond Carver così come noi li conosciano non sono di Carver. O meglio: sono suoi ma poi sono stati talmente limati da Gordon Lish da essere diventati “altro”. Adesso vengono dunque ripubblicati nella loro edizione originale e sembra la scoperta del momento. Eppure in un articolo del “lontano” 1999 – 10 anni fa! – su La Civiltà Cattolica e poi in un libro nel 2001 avevo già messo in guardia i lettori invitandoli a leggere più i versi di Carver che i suoi racconti. Nei suoi versi è possibile andare in profondità e rintracciare il vero volto dello scrittore.

E 10 anni fa illustravo come erano andate le cose. Riporto qui di seguito alcune (poche) pagine – senza note – di quel libro (A. Spadaro, Carver. Un’acuta sensazione di attesa, Padova, Messaggero, 2001), proprio quelle che cercavano di fare il punto sulla questione del Carver… [Continua »]


Nuova licenza

Segnaliamo che da oggi cambia lievemente la licenza che regola il materiale originale pubblicato da questo sito, passando dalla Creative Commons 2.5 by-nc-sa alla Creative Commons 2.5 by-nc-nd.

Il materiale deve essere riprodotto nella sua integrità (non può quindi essere modificato per produrre opere derivate), non può essere utilizzato per fini commerciali e deve essere riportato l’autore.

Rimane ovviamente salva la libertà di riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare quanto qui pubblicato.


Dostoevskij vs. Hegel

Fëdor Dostoevskij

Fëdor Dostoevskij

Nel febbraio del 1854 Dostoevskij si trova ad essere condannato a servire l’esercito come soldato nella città siberiana di Semipalatinsk vicino al confine cinese. Cinque anni prima era stato condannato a morte, poi la pena era stata commutata, all’ultimo minuto, ai lavori forzati a vita; infine anche questa pena, dopo quattro anni durissimi, era stata trasformata nel servizio militare in Siberia. In questo periodo gli furono di grande supporto morale i libri inviatigli clandestinamente dal fratello Michail, tra cui i romanzi di Dumas e la Critica della ragion pura di Kant nonché Hegel. E proprio dalla lettura di Hegel prende le mosse questo strano libretto, a metà tra il racconto biografico e il saggio filosofico, scritto due anni fa dal professore ungherese di letteratura comparata Laszlo Foldèny che oggi arriva in Italia grazie all’edizioni de Il Melangolo. Foldèny si concentra in quei cinque anni della biografia del grande scrittore russo passati nell’inferno bianco della Siberia (potrà tornare nella Russia europea solo il 18 marzo 1859) ed in particolare sull’effetto che ebbe su di lui la lettura di un brano delle Lezioni sulla filosofia della storia di Hegel in cui il filosofo tedesco, parlando dell’Asia, scrive di non essere interessato alla Siberia “in nessun modo, perché la zona nordica giace fuori dalla storia“. Il più grande filosofo e il più grande romanziere discutono “a distanza” (Hegel  in realtà è già morto da oltre vent’anni) e il primo rivela al secondo, in modo secco e arrogante, di non far parte della storia. Il breve saggio di Foldèny può essere visto come un tardivo tentativo di “risarcimento”, un prendere parte nel senso proprio di “parteggiare” per Dostoevskij, duramente colpito dalla lettura hegeliana: “E’ facilmente immaginabile che proprio allora, quando capì di non far parte della storia, per la quale aveva accettato tutte le disavventure” scrive Foldèny, “nacque in lui la convinzione che la vita potesse avere delle dimensioni che non possono essere inquadrate nella storia […] Che è necessario uscire dalla storia per poter vedere i confini e i limiti dell’esistenza della storia“. Il saggio è diviso in due parti, la prima si concentra su Hegel e la sua riflessione, perfettamente lucida quanto arida, sulla storia, e la seconda invece dedicata al tumultuosa condizione in cui si trova l’animo del romanziere russo che trova nella Siberia nello stesso tempo l’Inferno per cui disperare ma anche le ragioni per una riconquista più matura della fede e della speranza. Sul filo del paradosso l’autore conduce al lettore alla conclusione che, proprio perché sconfitto dalla storia e sbattuto nel luogo più sperduto della terra, Dostoevskij riesce a osservare il mondo e l’uomo più in profondità di quanto faccia Hegel, cogliendo che nella storia c’è qualcosa di più, qualcosa di irriducibile e che sfugge anche alla più perfetta “architettura filosofica” realizzata dall’uomo occidentale.

(Recensione al libro “Dostoevskij legge Hegel in Siberia e scoppia a piangere di L.Foldèny, Il Melangolo, apparsa su Roma7 il 15.3.09)


Il treno era in orario

In una notte fredda e tetra del 1943 un treno attraversa la grigia e sconfinata pianura ucraina. Seduto per terra nel corridoio del vagone tra la puzza di sudore, fumo e lucido da scarponi, un uomo tenta invano di pregare. Il treno viaggia verso il fronte orientale e l’uomo (che ha appena bevuto un sorso di grappa per riscaldarsi) è un soldato tedesco di ritorno all’inferno dopo qualche giorno di licenza. Da quando è salito in una stazione in Germania è tormentato dalla certezza assoluta di dover morire di lì a pochi giorni. Non sa di preciso dove, forse a Cernovcy, a Nikopol oppure a Leopoli, ma sa che sarà “presto”. Il suo nome è Andreas, il protagonista di Il treno era in orario, scritto da Heinrich Boll nel 1949, uno dei racconti più intensi della letteratura del ‘900
L’ansia che divora Andreas non è paura, ma inquietudine profonda (e feconda), febbrile attesa di una risposta che rincorre da sempre, urgenza di una resa dei conti, incandescente desiderio di verità e di pace (Non ho che da attraversare il corridoio, piantare lì il mio ridicolo bagaglio e svignarmela […] e invece me ne sto qui come se fossi di piombo, voglio restare in questo treno, ho un desiderio tremendo della tristezza che grava sulla Polonia e di quella zona sconosciuta tra Leopoli e Cernovcy dove devo morire). Nel fragore cadenzato del treno Andreas gioca a carte con due commilitoni, beve con loro, ne avverte l’alito di carne in scatola e acquavite, ne accoglie la confessione dell’intima tragedia che si cela dietro la loro spavalderia. [Continua »]


Il Colosso di New York

Come si descrive una città? Si può decidere di redigere un reportage, una sorta di documentario. Si può compilare una guida turistica. Si può scrivere un romanzo ambientato nelle sue strade. Se ne possono mostrare le suggestioni nei versi di una poesia.

Non sono pochi gli scrittori che hanno gettato lo sguardo sulla città di New York, del resto, né i film e le musiche che ne hanno voluto rappresentare l’anima. Il romanzo Il colosso di New York percorre tutte queste strade filmiche, musicali, prosastiche, poetiche, e così ne trova una propria, singolare.  L’autore è Colson Whitehead, una delle giovani promesse mantenute della narrativa statunitense. Nato nell’Upper West Side di Manhattan nel 1969, cresce leggendo i libri di Stephen King e i fumetti della Marvel. Studia e si laurea ad Harvard e torna poi a New York dove lavora come giornalista e critico televisivo. Insieme all’attività giornalistica coltiva la passione per la scrittura narrativa. I suoi romanzi sono pubblicati in quindici Paesi.

Una prosa di intensità poetica
Sfogliando le pagine del volume ci si rende subito conto della prosa di intensità poetica, che ha il gesto di un piano sequenza cinematografico e un ritmo di intensa musicalità (ad esempio, lo scrittore Gabriele Romagnoli ha accostato a questo libro la musica di Pat Metheny, Dave Matthews e Damien Rice). L’equilibrio tra prosa e poesia qui è raro ed è sostenuto, oltre che dal ritmo di vita della città, anche dal ritmo dell’architettura dei suoi luoghi.
Whitehead non racconta storie, ma offre prospettive, angoli di visuale, sguardi panoramici, postazioni da cui ricevere segnali efficaci ed eloquenti sul senso e il gusto della metropoli statunitense, sapendo che parlare di New York significa in qualche modo, parlare del mondo: ogni città è, infatti, a suo modo, un mondo. La cosa più importante è la sintonia. Occorre entrare in sintonia unica e privilegiata con una città per intuirla: «Io sto qui perché ci sono nato e quindi sono inadatto a qualsiasi altro luogo, ma di te non so», scrive Whitehead all’inizio del suo libro, quasi a sfidare il lettore e a dichiarare una relazione unica, forse gelosa. La «verità» su New York non ha nulla a che fare con l’oggettività: essa deve passare da un rapporto personale, viscerale, unico.
L’unicità della relazione è [Continua »]


La lente e il sangue: Napoli

La piccola Eugenia, protagonista di Un paio di occhiali, racconto che apre Il mare non bagna più Napoli di Anna Maria Ortese, è affetta da una galoppante miopia. Una fitta nebbia le avvolge la vista, impedendole qualsiasi nettezza. Tutto ciò che la circonda è sfocato, velato da una dolce, misteriosa indecifrabilità. La bambina vive nell’attesa sospirosa di un evento: l’acquisto di un paio di occhiali. La famiglia si affanna – tra miseria, rimbrotti, rivendicazioni – nell’impresa: acquistare qull’oggetto magico in grado di restituire alla bimba la pienezza della visione. Finalmente il miracolo si compie. La bambina inforca le lenti.

“Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l’aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi di terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all’Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali”. [Continua »]


Stanze segrete

A Roma c’è un piccolo teatro (quasi un salotto, non più di quaranta posti) e una compagnia che meritano di essere scoperti. Voglio segnalarlo anche a coloro che non sono di questa città, ma potrebbero passare per Roma e desiderare di assistere ad uno spettacolo teatrale di qualità (tanto più che il teatro si trova in Via della Penitenza, a un passo dal cuore di Trastevere, tra il carcere di Regina Coeli e Porta settimiana). È il teatro Stanze segrete (www.stanzesegrete.it). Diretto da Ennio Coltorti, regista e attore straordinario che ha legato il suo nome e quello del teatro soprattutto alla rappresentazione di A cena col diavolo di Jean-Claude Brisville, la sfida verbale tra Talleyrand e Fouché sul destino della Francia appena dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo.

In questi giorni, fino a domenica 15 marzo è in scena un’altra sfida di Brisville, quella tra Cartesio e Pascal, l’incontro-scontro, profondamente umano (e in fin dei conti solidale), tra il filosofo che rimuove tutto ciò che non può essere spiegato dalla ragione (la morte, la salvezza dell’anima, il giudizio di Dio sull’uomo) e il tormentato matematico giansenista, sedotto dal Mistero di Cristo ma schiacciato dal senso del proprio peccato. Da non perdere (è necessaria la prenotazione telefonica perché ha grande successo e i posti sono contati).

[Continua »]