La febbre della suocera di Outlaw Pete
Chi è dunque Gesù Cristo nella narrazione del Vangelo? Un grande sapiente? Un genio tanto incompreso e invidiato da diventare la vittima innocente di uomini bugiardi e crudeli? Un uomo buono? Un benefattore? Un guaritore talmente generoso e pieno di risorse da portare anche la tachipirina alla suocera di Pietro per abbassarle la febbre? Entrato Gesù nella casa di Pietro, vide la suocera di lui che giaceva a letto con la febbre. Le toccò la mano e la febbre scomparve; poi essa si alzò e si mise a servirlo. (Mt 8,14-15). Questo episodio è molto chiaro: Gesù la guarisce e lei piena di riconoscenza si dà da fare. Niente di più lineare e ovvio, ma non mi basta. Se mi fermo al livello morale del racconto, Cristo diventa solo il portavoce di una norma etica di bontà. Certo, potrebbe essere molto gratificante e rassicurante identificarsi in questo modello, ma che barba! Il racconto evangelico sarebbe semplicemente uno spot di Gesù e del suo prodotto: l’amore per il prossimo. Tutto questo mi sembra tremendamente noioso. Ho bisogno di una lettura più emozionante, coinvolgente, capace di proiettarmi dentro al racconto e rendermi protagonista della scena insieme a Cristo. Lo voglio incontrare, sento il bisogno di accendermi e di vivere un’esperienza che mi consenta di scoprire chi è Cristo e chi sono io. Ho bisogno di vivere un rapporto umano che mi faccia prendere fuoco come quando mi innamoro da perdere la testa o mi arrabbio da sfasciare tutto. Non era stato Cristo poi a dire di essere venuto a portare il fuoco sulla terra (Luca 12, 49)? Un fuoco, non un’aspirina. E quanto vorrei che questo fuoco fosse una passione bruciante! Se Lui è questo, se il suo fuoco è questo, allora sì, mi interessa. [Continua »]
E charta Michaelae Carpi Rosa Elisa Giangoia vertit
Con il suo vigore e con il grande respiro dei suoi versi, mi mette in uno stato mentale di libertà, pronto a vedere meraviglie; mi porta, per così dire, in cima a una collina o al centro di una piana; mi scuote e poi mi getta addosso migliaia di mattoni”: queste le impressioni che lo scrittore Henry David Thoreau ricavava dalla lettura della poesia del suo contemporaneo Walt Whitman (1819-92). L’anno di esordio del poeta statunitense fu il 1855. A 36 anni Whitman a proprie spese pubblicava la prima edizione di Leaves of Grass (Foglie d’erba), l’opera poetica che lo avrebbe reso un gigante all’interno del canone letterario statunitense.
Quanto è vecchio il nuovo Springsteen? Quanto è nuovo il vecchio Springsteen? Quello del rocker del New Jersey rimane un corpo poetico tra i più originali di tutta la canzone americana, un corpus nel quale tutto si allaccia, tutto si richiama, tutto mostra assonanze e echi, tutto è nuovo e vecchio, vecchio e nuovo allo stesso tempo.