Sguardo ottimista

Sapevate che essere ottimisti fa bene al cuore? E che la serenità è contagiosa?

Tuttavia, è ancora possibile al giorno d’oggi essere ottimisti? È possibile ovvero guardare al futuro e farlo serenamente? E, soprattutto, l’ottimismo è fattibile a tutti? Come spiegarlo, per esempio, ai tanti giovani, spesso demotivati, del nostro Paese ed in modo particolare a quelli del Sud?

Queste domande sono strettamente connesse alle caratteristiche proprie del tempo e dello spazio in cui viviamo e, soprattutto, sorgono come esigenza propria della vita, che non si può concepire se non aperta al futuro e ad un futuro che comprenda, soprattutto per una persona giovane, la possibilità di realizzare sé stessi nella maniera più completa possibile. Pare che il termine “ottimismo” sia stato usato per la prima volta da un gruppo di Gesuiti di Trevoux, nei “Memoires di Trevoux” del 1737, in riferimento alla dottrina di Leibniz, anche se il concetto che esprime risulta di gran lunga più antico. Il termine fu particolarmente [Continua »]


e la presente / e viva, e il suon di lei…

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Compagni segreti

Ho appena terminato Compagni segreti. Storie di viaggi, bombe e scrittori, l’ultimo libro di Eraldo Affinati, e il primo pensiero, dopo questa appassionante lettura, è andato ai ragazzi della scuola.

Non perché il sottoscritto abbia qualche particolare legame con il mondo dell’istruzione. Ma per il gusto d’avventura, meraviglia e profonda solidarietà umana che ho provato nel leggere questa raccolta di recensioni e di racconti (autobiografici) di viaggio dello scrittore romano nella sua prima opera pubblicata da Fandango (i romanzi, ahimè introvabili, sono pubblicati da Mondadori).

E cioè il gusto di certi libri di grande potenza della mia infanzia e prima adolescenza (penso, ad esempio, a L’isola del tesoro di R.L. Stevenson, La storia del terzo Reich di W.L. Shirer o a La verità perduta di Bruno Tacconi), un periodo in cui purtroppo la letteratura incontrata a scuola mi giungeva insipida, legnosa o addirittura ostile.

C’era una grande differenza tra i libri che trovavo a casa o che mi dava mio padre e le letture che dovevo affrontare per l’ora di italiano. E la differenza era data, il più delle volte, per la mancanza di passione o, al contrario, per la passione astratta, idealistica e per me, quindi, incomprensibile, con cui i professori di italiano mi davano da mangiare bocconi di versi e di prosa. La solita vecchia storia dell’insegnamento, niente di nuovo.

Ma, proprio per questo, credo che il libro di Affinati sia un libro importantissimo, anzi fondamentale. Un libro da leggere a scuola. Al posto di Calvino, per esempio. Perché sono pagine che fanno venire la passione per la letteratura, gli scrittori, i viaggi, i luoghi del mondo, la grande Storia e – lo dico senza il timore di essere retorico – per la vita: la propria vita, percepita come occasione irripetibile di indagine e sorpresa, ma anche la vita intera, dall’alfa all’omega, quella del cosmo misterioso nel quale passa il tempo di ognuno e di tutta l’umanità. [Continua »]


Figli di Sisifo

Anticipiamo uno dei pezzi del nuovo numero di BombaSicilia: “Padri, Fogli e Figli” on-line dal 20 maggio.

Foto di Marco MarincolaPotevo parlarvi di Dostoevskij che iniziò a scrivere per risolvere l’omicidio del padre e comprendere la sua epilessia; potevo parlarvi ancora di Celan che nella poesia riabbraccia sua madre e la sua lingua; potevo pure rileggere per voi Conversazione in Sicilia che sulle schiene dei topi della memoria conduce Silvestro, l’io narrante degli astratti furori a recuperare il senso dell’impegno guidato dalla madre Concezione che poi passa il testimone agli altri mistagoghi, potevo pure concentrarmi sulla genitorialità in tutta l’opera di Stephen King o in qualunque altro autore.

Ma sarebbe stato davvero utile? L’ha detto bene Costantino nell’editoriale, non si può individuare in tutta la letteratura un tema così vasto come questo della genitorialità.

E allora ve lo dico subito: questo pezzo è soltanto una lunga e densissima citazione, una lettera che lo scrittore Gioacchino Martinez, protagonista de Lo Spasimo di Palermo di Consolo, scrive al figlio Mauro, terrorista rifugiato in Francia.

Lo Spasimo di PalermoUn legame si rinsalda tra l’infanzia in Sicilia, la stagione delle stragi e l’eredità dei padri che sono stati figli nel dopoguerra. Toni mitici, che legano alla storia di Martinez e del figlio Mauro la vicenda di Borsellino, anch’egli figlio che lotta per l’autorità perduta del padre-Stato. Sono siciliano e palermitano, di quegli anni ricordo solo un tema fatto in quinta elementare e parole sentite per la prima volta: cellulare e tritolo.

Questa lettera è anche per me, che dello Spasimo di Palermo ricordo il tetto mancante e gli spettacoli teatrali fatti proprio in onore di Falcone ogni anno, a fine maggio, con in testa le stelle. Per arrivare allo Spasimo s’attraversano le vie in cui Falcone e Borsellino hanno giocato, picciriddi con quelli che poi sarebbero diventati mafiosi. Consolo sceglie proprio la paternità come tema portante, una paternità ferità che nasce sulle ceneri di un rimorso mai sopito, di figlio in padre, eredità con cui è d’obbligo confrontarsi e infuriarsi.

Leggendo questo testo il mito lievita, Palermo come Troia, città distrutta, col centro storico mai ricostruito di case sventrate, vestigia perdute e la memoria che cola nei rivoletti delle strade. Padri e figli, come Enea, che si porta sulle spalle il padre Anchise e per mano Iulo. Una lettera che parla a ciascuno di noi, che da ciascuno di noi esige una risposta.

Mauro, figlio mio,

sì, è così che sempre ti ho chiamato e continuo a chiamarti: figlio mio. Ora più che mai, lontani come siamo, ridotti in due diversi esili, il tuo forzato e il mio volontario in questa città infernale, in questa casa… smetto per timore d’irritarti coi lamenti.

Figlio, anche se da molto tempo tu mi neghi come padre.

So, Mauro, che non neghi me, ma tutti i padri, la mia generazione, quella che non ha fatto la guerra, ma il dopoguerra, che avrebbe dovuto ricostruire, dopo il disastro, questo Paese, formare una nuova società, una civile, giusta convivenza.

Abbiamo fallito, prima di voi e come voi dopo, nel vostro temerario azzardo.

Ci rinnegate, e a ragione, tu anzi con la lucida ragione che ha sempre improntato la tua parola, la tua azione. Ragione che hai negli anni tenacemente acuminato, mentre in casa nostra dolorosamente rovinava, nell’innocente tua madre, in me, inerte, murato nel mio impegno, nel folle azzardo letterario.

In quel modo volevo anch’io rinnegare padri, e ho compiuto come te il parricidio. La parola è forte, ma questa è.

Il mio primo, privato parricidio non è, al contrario del tuo, metaforico, ma forse tremendamente vero, reale.

Tu sai dello sfollamento per la guerra a Rassalemi, del marabutto, dell’atroce fine di mio padre, della madre di tua madre, del contadino e del polacco. Non sono riuscito a ricordare, o non ho voluto, se sono stato io a rivelare a quei massacratori, a quei tedeschi spietati il luogo dove era stato appena condotto il disertore. Sono certo ch’io credevo di odiare in quel momento mio padre, per la sua autorità, il suo essere uomo adulto con bisogni e con diritti dai quali ero escluso, e ne soffrivo, come tutti i fanciulli che cominciano a sentire nel padre l’avversario.

Quella ferita grave, iniziale per mia fortuna, s’è rimarginata grazie a un padre ulteriore, a un non padre, a quello scienziato poeta che fu lo zio Mauro. Ma non s’è rimarginata, ahimè, in tua madre, nella mia Lucia, cresciuta con l’assenza della madre e con la presenza odiosa di quello che formalmente era il padre.

Sappi che non per rimorso l’ho sposata ma per profondo sentimento, precoce e inestinguibile. Quella donna, tua madre, era per me la verità del mondo, la grazia, l’unica mia luce, e per sempre viva.

La mia capacità d’amare una creatura come lei è stato ancora un dono dello zio.

Al di là di questo, rimaneva in me il bisogno della rivolta in un altro ambito, nella scrittura. Il bisogno di trasferire sulla carta – come avviene credo a chi è vocato a scrivere – il mio parricidio, di compierlo con logico progetto, o metodo nella follia, come dice il grande Tizio, per mezzo d’una lingua che fosse contraria a ogni altra logica, fiduciosamente comunicativa, di padri o fratelli – confrères – più anziani, involontari complici pensavo dei responsabili del disastro sociale.

Ho fatto come te, se permetti, la mia lotta e ho pagato con la sconfitta, la dimissione, l’abbandono della penna.

Compatisci, Mauro, questo lungo dire di me. È debolezza d’un vecchio, desiderio estremo di confessare finalmente, di chiarire.

Questa città, lo sai, è diventata un campo di battaglia, un macello quotidiano. Sparano, fanno esplodere tritolo, straziano vite umane, carbonizzano corpi, spiaccicano membra su alberi e asfalto – ah l’infernale cratere sulla strada per l’aeroporto! – è una furia bestiale, uno sterminio. Si ammazzano tra di loro, i mafiosi, ma il loro principale obiettivo sono i giudici, questi uomini diversi da quelli d’appena ieri o ancora attivi, giudici di una nuova cultura, di salda etica e di totale impegno costretti a combattere su due fronti, quello interno delle istituzioni, del corpo loro stesso giudiziario, asservito al potere o nostalgico del boia, dei governanti complici e sostenitori dei mafiosi, da questi sostenuti, e quello esterno delle cosche, che qui hanno la loro prima linea, ma la cui guerra è contro lo Stato, gli Stati per il dominio dell’illegalità, il comando dei più immondi traffici.

Ma ti parlo di fatti noti, diffusi dalle cronache, consegnati alla più recente storia.

Voglio solo comunicarti le mie impressioni su questa realtà in cui vivo.

Dopo l’assassinio in maggio del giudice, della moglie e delle guardie, dopo i tumultuosi funerali, la rabbia, le urla, il furore della gente, dopo i cortei, le notturne fiaccolate, i simboli agitati del cordoglio e del rimpianto, in questo luglio di fervore stagno sopra la conca di cemento, di luce incandescente che vanisce il mondo, greve di profumi e di miasmi, tutto sembra assopito, lontano. Sembra di vivere ora in una strana sospensione, in un’attesa.

Ho conosciuto un giudice, procuratore aggiunto che lavorava già con l’altro ucciso, un uomo che sembra aver celato la sua natura affabile, sentimentale dietro la corazza del rigore, dell’asprezza. Lo vedo qualche volta dalla finestra giungere con la scorta in questa via d’Astorga per far visita all’anziana madre che abita nel palazzo antistante. Lo vedo sempre più pallido, teso, l’eterna sigaretta fra le dita. Mi fa pena, credimi, e ogni altro impiegato in questa lotta. Sono persone che vogliono ripristinare, contro quello criminale, il potere dello Stato, il rispetto delle sue leggi. Sembrano figli, loro, di un disfatto padre, minato da misterioso male, che si ostinano a far vivere, restituirgli autorità e comando…

Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Mondadori, Milano 1998.


Affidamento, intimità e rigenerazione: l’arte di dormire

Alcyon Sleep di Rodney Graham

Disteso sul sedile posteriore di un furgone, mentre le immagini della periferia di Vancouver si riflettono sul suo pigiama di seta blu, Rodney Graham dorme beato. Autore e protagonista del video di 26 minuti, intitolato Alcyon Sleep, l’artista canadese sperimenta e rappresenta una delle caratteristiche principali del dormire:l’affidarsi. Come un bambino si abbandona al movimento cullante della macchina, come un bambino si fa portare. Eppure nel video chi guida non si vede, ma ci deve essere…perché in quel guidatore ogni fiducia è riposta. [Continua »]


L’arte della Fuga nelle mani di un talento

Bahrami RaminLa nuova stella del pianismo internazionale, Ramin Bahrami, a Urbino per eseguire l’opera di Bach.

Martedì 16 maggio rappresenta una data che tutti gli appassionati di musica devono segnare in rosso: al Teatro Sanzio di Urbino, alle ore 21,00, l’acclamato pianista Ramin Bahrami, indicato come l’erede naturale di Glenn Gould, eseguirà L’Arte della Fuga (Die Kunst der Fuge BWV 1080) di Johann Sebastian Bach.

Il concerto costituisce una delle due uniche date italiane del tour europeo che l’artista ha concesso prima di dedicarsi alla incisione dell’opera per la Decca.

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Un nodo d’acciaio

Nell’antologia Un nodo d’acciaio, pubblicata dalla casa editrice ExCogita e curata dall’associazione TarantoViva, non c’è posto per disfattisti, piagnoni o narratori dall’inchiostro d’aria. La questione non è di certo nuova – purtroppo – ma resta estremamente seria, e perciò non si scherza: Taranto e Ilva. E il nodo che li lega e che li stringe, soffocando via via ora un capo ora l’altro.
Cronache, racconti, resoconti, ricordi, riflessioni e analisi economico-sociali gettano luce su alcune delle tante sfaccettature di una città al cospetto di un ingombrante stabilimento siderurgico. Due mondi paralleli – dalla ormai comune polverosa anima rossa − le cui vite si incrociano, si invadono e si fondono, talvolta annullandosi. Ilva come erma bifronte? Anche, ma non solo. Lavoro e sostentamento da un lato, infortuni e inquinamento dall’altro. Ma Ilva anche come tassello fondamentale di un processo che porta il capoluogo jonico a meditare sulla possibilità di ricercare una nuova vocazione economica.
A firmare gli svariati contributi sono stati giornalisti, scrittori, fotografi, illustratori, [Continua »]