di
Margherita Morelli -
pubblicato il 22 Maggio 2020
La coda all’entrata del supermercato aveva continuato ad allungarsi da quando ero arrivata. Ci si guardava negli occhi – l’unica parte del viso scoperta – in attesa del proprio turno e solo un paio degli avventori più annoiati cercavano di intrattenere una qualche sorta di conversazione. Tre o quattro persone e sarebbe toccato a me. Cominciò ad alzarsi un vento freddo. Mi ripetevo la lista della spesa e cercavo di ricordare in quale scaffale trovare i singoli prodotti. Bisogna risparmiare tempo. Sentii la prima goccia sulla fronte. È bel tempo, non ci sarà bisogno di portare l’ombrello, avevo pensato prima di uscire di casa. Ecco la breve storia di come mi sono ritrovata davanti alle porte scorrevoli del supermercato vicino casa, sotto un acquazzone, inerme. Nessuno sembrava propenso a perdere il proprio posto in coda per ripararsi, tutti guardavamo in cielo. Una nuvola passeggera, era la speranza di tutti. Bastava aspettare che smettesse di piovere o che arrivasse il proprio turno.
Nel trovarmi in questa situazione, qualche giorno fa, non ho potuto fare a meno di chiedermi: quand’è che abbiamo imparato a rimanere impassibili sotto la pioggia? O meglio, siamo forse diventati, in un certo senso, più pazienti?
Questi sono indubbiamente “tempi d’attesa” e forse non era così complicato, in un primo momento, evitare che divenissero anche “tempi morti”. Più, però, la nostra attesa si protrae, più quello “state a casa” diviene una sfida costante, più è necessario tenere duro, resistere. Portare pazienza. Certo, non abbiamo molta scelta, ci sono i decreti, i controlli, ma anche la necessità, la coscienza, la paura, che ci mantengono – più o meno – in riga. Eppure, credo, poco potrebbero questi elementi, se decidessimo di cedere. Aleksandr Radiscev scrive in Viaggio da Pietroburgo a Mosca:
Ho capito che troppo spesso la ragione è schiava dell’impazienza.
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