I segni della speranza
(…) Ci vorrebbe una buona notizia
di quelle che fanno esplodere nel cuore la gioia (…).
Giovanni Gastel, Milano 2020
“Vorrei conoscere l’odore del tuo paese, camminare di casa nel tuo giardino”, vorrei “che l’oggi restasse oggi senza domani o domani potesse tendere all’infinito”. Così canta Francesco Guccini in una stupenda canzone del 1996 (Vorrei, F. Guccini in D’amore, di morte e di altre sciocchezze) esprimendo il desiderio che quel suo amore si compia sempre più.
Speranza che la presenza della sua donna non svanisca mai, che l’oggi (ancorché un oggi ipotetico – tutta la canzone è costruita infatti al condizionale) non conosca domani, sottraendo così quell’esperienza di bene alla corruzione del tempo. [Continua »]
“La speranza è l’ultima a morire”, recita l’antico adagio. Nella sua raffigurazione più diffusa, la speranza è ritratta con una catena sollevata nelle mani e un’ancora ai piedi. Se la catena rappresenta il passato da cui doversi liberare, l’ancora simboleggia invece la fiducia nel domani, visto come un approdo sicuro rispetto ai marosi dell’esistenza. Passato e futuro, ieri e domani, sono le due facce della speranza contenuta nella frase “dopotutto domani è un altro giorno”.
«Prima infatti le stirpi degli uomini abitavano la terra del tutto al riparo dal dolore, lontano dalla dura fatica, lontano dalle crudeli malattie che recano all’uomo la morte (rapidamente nel dolore gli uomini avvizziscono). Ma la donna di sua mano sollevò il grande coperchio dell’orcio e tutto disperse, procurando agli uomini sciagure luttuose. Sola lì rimase Speranza nella casa infrangibile, dentro, al di sotto del bordo dell’orcio»
Se da “grandi poteri derivano grandi responsabilità” è vero anche che da piccoli poteri derivano piccole responsabilità, da medi poteri solo medie responsabilità e infine da nessun potere nessuna responsabilità? Esiste cioè una scala gerarchica che lega in maniera biunivoca potere e responsabilità?
La prima parte dell’intervento ha preso in analisi la vita del romanziere russo Lermontov e di Pecorin, protagonista del suo romanzo Un eroe dei nostri tempi. I fatti principali delle loro esistenze sono in buona parte sovrapponibili – l’educazione, la carriera militare, furono inviati entrambi a prestare servizio in Caucaso – ma, mentre l’autore fu ucciso nella città di Pijatigorsk da un vecchio compagno d’armi durante un duello, nel romanzo il protagonista si trova nella stessa situazione, nella stessa città, quando uccide un vecchio compagno d’armi in duello. Questa grande coincidenza – sembra quasi che Lermontov abbia “predetto” la sua morte, avvenuta tre anni dopo la pubblicazione del romanzo – ci porta ad osservare quanto sia sottile il confine tra finzione e vita reale, ma anche ad interrogarci su cosa sia un eroe. Pecorin è definito sin dal titolo del romanzo un “eroe”, eppure, a differenza del proprio autore, uccide un amico.
Dall’editoriale di questo mese scaturisce una messe di riflessioni; per me emerge con forza la parola responsabilità. Ancor più della parola potere/poteri.