[Report] Officina di ottobre 2019
Cristiano
Cristiano ha ripercorso gli elementi già presentati nell’editoriale, in paricolare soffermandosi sulla differenza tra una comunicazione tecnica (in cui al linguaggio deve corrispondere il più possibile una “realtà oggettuale”) e una comunicazione letteraria in cui è invece centrale uno “scarto” tra ciò che il linguaggio descrive oggettualmente e ciò che invece intende rappresentare. Ha aggiunto che ciò è altrettanto vero nelle arti visive, facendo l’esempio della differenza tra una fotografia e una fototessera.
Ha voluto però anche ricordare che l’arte sposta di continuo i limiti netti che intendiamo a volte tracciare, proiettando alcune immagini dalla serie Portraits di Thomas Ruff: ritratti eseguiti come fototessere, stampati però in grande o grandissimo formato, attraverso i quali l’oggetto “triviale”, mutato di dimensione e di contesto, acquisisce un senso ulteriore.
Margherita

Margherita ha fatto riferimento ai temi della citazione sbagliata e del colpo di scena che ci spinge a reinterpretare un’intera storia. In particolare, ha mostrato un quadro attribuito a Botticelli e conosciuto come “La derelitta”. Quest’opera ha una storia molto particolare, dato che, quando inizialmente fu riscoperta nel 1800, fu interpretata in modo completamente errato. Il quadro, infatti, non rappresenta una donna, ma un uomo. L’errore fu dovuto alla mancata considerazione del contesto in cui l’opera fu realizzata, ma anche all’ eccessiva attenzione al momento culturale in cui è stata riscoperta, dato che i critici d’arte l’avevano idealmente accomunata alle figure di donne della letteratura di quel periodo come Madame Bovary o Anna Karenina. Attualmente si conosce la vera origine e il significato di quest’opera, ma essa è ancora titolata “La derelitta”, che, proprio come “Luke, io sono tuo padre!”, è una “citazione sbagliata” rimasta celebre. Allo stesso modo, come per Luke la rivelazione paterna comporta un cambio di prospettiva, anche nel caso dell’opera attribuita a Botticelli (ma, in realtà, l’autore effettivo sembra essere Lippi) si è stati costretti a tornare mutare le proprie convinzioni.
Nel 1994 Einaudi pubblicava in un sottile volumetto i risultati di un concorso intitolato Una frase, un rigo appena. Scopo del concorso era scrivere in poche righe un racconto che avesse una storia e un senso compiuto. La raccolta veniva completata da una seconda parte in cui autori affermati selezionavano frammenti propri o di opere celebri che avessero la stessa caratteristica: contenere in poche frasi un’intera vicenda. Il libro è decisamente godibile, ma per stessa ammissione dell’editore non va oltre il divertissement: più si accorciano le storie, più si corre il rischio di scivolare verso l’aforisma, il motto di spirito o la ricerca dell’espediente.

Dopo aver superato indenni le vicissitudini più eterogenee, schivando epidemie, moti rivoltosi, monache sventurate e malvagi signorotti, Renzo e Lucia possono infine mantenere la reciproca promessa di unirsi in matrimonio. Celebrato lo sposalizio, ultimati i festeggiamenti, intrapresa una fin troppo tarda vita coniugale, ai due – non più promessi – sposi residua pur sempre un futuro radioso e allietato dalla presenza di una innumerevole prole. Ma cosa rimane al lettore?