“C’è del metodo in questa follia”, mormora fra sé uno sconcertato Polonio di fronte ai bizzarri ragionamenti di Amleto. È dunque pazzo il giovane Principe di Danimarca? Tutti a corte se lo chiedono – e la considerazione di Polonio non è di alcun aiuto.
In verità, lungo la tragedia il confine tra salute e follia viene scavalcato di continuo: Amleto simula con Polonio, ma nella Scena II del primo Atto così aveva risposto alla madre che lo incoraggiava a scrollarsi di dosso il malumore (elargendo ciò che da più parti è stato modernamente definito un eccellente ritratto della depressione):
Sembra, signora? No, non sembra, è; io non conosco “sembra”. Non è soltanto il mantello d’inchiostro, buona madre, né il mio vestir consueto, sempre così solennemente nero, né il sospirar violento del mio petto, né il copioso fluire dei miei occhi, né l’aspetto contratto del mio volto con gli altri segni e mostre del dolore, ad esprimere il vero di me stesso. [Continua »]
Il 2+2=5 e il suo lato oscuro. Anzi due: da una parte il potere che impone la sua verità (perchè evidentemente ha un popolo pronto ad accoglierla), dall’altra l’amore che rischia di accecare e di portare l’innamorato alla “rimozione” della realtà.
Sul potere una scena irresistibile è quella del Dittatore dello stato libero di Bananas, di Woody Allen, divertentissima ma non lontana dalla verità storica dei regimi dittatoriali.
Altra scena inquietante è quella tratta dal documentario-intervista a Fritz Lang realizzata da William Friedkin in cui il grande regista tedesco racconta il suo incontro con Goebbels, il temibile ministro della propaganda del Terzo Reich nazista: “Herr Lang, decidiamo noi chi è ariano e chi non lo è”.
Ma non c’è bisogno di arrivare alle grande dittature, per riscontrare il 2+2=5 frutto dell’arbitrio del potere è sufficiente recarsi in un qualsiasi ambiente di lavoro, come dimostra la famosa sequenza della partita di biliardo di Fantozzi:
https://www.youtube.com/watch?v=wrpw4JUrLSE
Infine la reazione all’imposizione di un potere asfissiante, più o meno occulto (e se è occulto è ancora più asfissiante): è la figura di Truman il protagonista di The Truman Show di Peter Weir. Truman (true-man, l’uomo vero) rappresenta la resistenza dell’uomo, irriducibile nella sua sete di infinito, che non accetta i limiti imposti in modo irrazionale e violento dal “sistema”. Alla moglie che vuole tarpargli le ali, Truman ribatte il suo desiderio di viaggiare oltre i limiti del suo paese (la prigione dorata in cui è stato rinchiuso a sua insaputa) perchè, dice, “sarebbe un’avventura”. Ritorna quindi il tema dell’Officina di ottobre (e di tutto l’anno): la vita come eccedenza, che va accolta in tutta la sua debordante pienezza. [Continua »]
Come tutte le realtà umane anche il “due più due fa cinque” conosce il suo lato oscuro.
Ne abbiamo visto, a ottobre, il volto luminoso: quell’eccedenza che riempie la vita e che oltrepassa ogni nostra possibile immaginazione fantasiosa, congetturazione logica, programmazione e così ogni tentazione di controllo. Ora è necessario esplorare il lato opposto, quando cioè affermare che due più due fa cinque non è per l’uomo il riconoscimento stupito del proprio limite ma al contrario è il segno della superbia di chi vuole rifiutare-controllare il reale al punto di manipolarlo e fare delle percezione della realtà l’occasione per l’esercizio del proprio potere. La letteratura si è spesso occupata di questa inquietante ipotesi, spesso immaginando futuri distopici. Ecco, mentre scrivevo questa parola il correttore automatico – altro esempio di manipolazione della realtà? – ha corretto e riscritto “dispotici”, che in effetti è un’altra parola efficace per esprimere lo stesso concetto: l’uomo che non si piega alla realtà ma al contrario la piega al suo volere, che s’incaponisce e capricciosamente impone la sua interpretazione della realtà come verità assoluta, oggettiva, degna di fede cieca. Il despota impone la sua forza così come gli pare (e soprattutto piace).[Continua »]
Per affrontare il tema dell’anno (2+2=5) si è deciso di partire dalla ben più nota formula (2+2=4), ponendo le due ipotesi a confronto. Esse ci appaiono, infatti, come due modi speculari di intendere e vivere l’esistenza: il 2+2=4 sottintende un’ideale di calcolabilità assoluta del mondo, dove tutto appare prevedibile con esattezza aritmetica e dove ogni evento è causato da una catena di cause ed effetti noti e replicabili. L’illusione è quella di poter vivere come divinità, ovvero come il narratore onnisciente de Il curioso caso di Benjamin Button.
D’altronde, se fosse vero che “tutto è calcolabile”, sarebbe sufficiente un computer per darci risposta alle piccole o grandi domande che attraversano la nostra esistenza. Ma, come nella celebre scena di Guida galattica per autostoppisti, la risposta potrebbe non piacerci; perché sbagliamo la domanda? o perché è sbagliato il procedimento? o forse, ancora, è sbagliata a prescindere la pretesa di una risposta totale e precisa come un numero?
Sellati i cavalli e sciolti i cani, apprestate le reti e convocato il paggio, salutate le mogli e baciate le amanti, due conti galoppano verso una battuta di caccia, lasciando disposizioni affinché una tavola imbandita e dei letti caldi li attendano alla sera. La caccia si dipana priva di gloria, quando un inatteso temporale coglie impreparati conti, cavalli e paggio, che si trovano costretti a cercare riparo in un vetusto casino situato nelle vicinanze. I nobili decidono di trascorrere ivi la notte, incaricando il loro servo di recare la notizia al castello. Tuttavia le campagne pullulano di nemici e il foglietto sdrucito che un paggio fradicio di pioggia porgerà al primo maggiordomo, una volta raggiunta la signorile magione, recherà un messaggio in codice: “2+2=5”. I conti non tornano.
Stavo passeggiando tornando verso casa e la musica di accompagnamento al mio cammino era quella che la playlist del mio Iphone trasmetteva in modalità shuffle; tutto insomma era lasciato al caso, aperto alla possibilità, ed io “bel bello” a tratti mi mettevo spontaneamente anche a fischiettare i motivi che si avvicendavano nelle cuffie. Quando è stato il turno di I don’t know how to love Him, il famoso brano cantato dalla Maddalena nella colonna sonora di Jesus Christ Superstar, ad un certo punto mi metto a cantare “mentalmente” seguendo la canzone finchè arriva un passaggio infinitesimale che accenno anche se non corrisponde alla musica che sto sentendo, un’impercettibile “deviazione” che so bene “da dove” arriva: da bambino ascoltavo questa canzone sul vecchio vinile e in quel preciso momento la puntina saltava e così nella mia memoria quel passaggio si è impresso come non è veramente, ma così come lo ricordo io. La musica trasmessa dai vinili a volte “saltava”, altre volte “friggeva”, era una musica ben diversa da quella pulita e perfetta che ascoltiamo dai cd o dai nostri più avanzati dispositivi. [Continua »]