Preposizioni – “IN”

Editoriale, Preposizione "In"Tema della prossima Officina di BombaCarta del 18 febbraio sarà “IN”. Per chi ci legga per la prima volta o si trovi serendipitamente a sfogliare le pagine del nostro sito, forse saprà che le Officine di BombaCarta svolgono un ampio tema annuale che viene declinato attraverso l’approfondimento di un particolare argomento in occasione di ciascun incontro, che avviene a cadenza mensile.  Se negli ultimi due anni abbiamo affrontato quella parte variabile del discorso indicante un’azione che è il verbo, quest’anno il nostro ciclo di workshop è dedicato alle preposizioni. “DI”, “A”, “DA”, “IN”, “CON”, “SU”, “PER”, “TRA/FRA” sono i temi che verranno approfonditi attraverso l’esperienza e la discussione stimolata da testi, film e musiche (spesso dal vivo e unplugged)  proposti dagli animatori di ogni incontro.  Dopo “DI”, “A” e “DA”, è quindi la volta di “IN”, una preposizione con forte valore inclusivo che si manifesta nello spazio e nel tempo. [Continua »]


Il ragazzo con la bicicletta

locandinaCyril. Ragazzo, cinerino, francese. Solo, nella grande città. Abbandonato in un istituto per minori. Ribelle, ovvio. Voglia di scappare.
Qual è la radice della tua rabbia, Cyril?
Il Padre. Cyril lo desidera, lo anela, lo ambisce con tutte le proprie forze. Dove sei, papà?
La creatura è in cerca del creatore. Papà, sei in casa?
Sfascerebbe il campanello, abbatterebbe la porta. Dove sei?
Tuo padre non c’è. Se n’è andato.
E’ impossibile, ha la mia bicicletta.
L’ha venduta. Ha liquidato tutto e se ne è andato. Per soldi si è dimenticato di te.
Incomprensibile per un figlio. La fiducia della creatura è incrollabile.
Se il Padre è niente, allora io sono niente.
Per il Padre Cyril mente, piange, distrugge. Vive. Attende. Spasima.
A Cyril si accosta una donna. Parrucchiera. Non ha in testa cosa la aspetta. Prova ad aiutare il piccolo e rimane intrappolata nel suo mondo. Ricomprando la bicicletta riscatta l’infanzia del biondino. E si mette in cerca accanto a Cyril. [Continua »]


Maurice Maeterlinck. Le serre traslucide dell’interiorità

“L’anima umana è capace di una insaziabile fame”
Giovanni di Ruusbroec

I poeti traducono altri poeti per sensibilità congeniali. Quando un poeta traduce uno o più poeti, lo fa perché nella versione in lingua originale ha attuato quella fase di assorbimento a seguito della quale il poeta traduttore, senza emendamento, ha fatto suo ciò che era di quel poeta. Il poeta traduttore ruba le immagini e le riplasma in un felice gioco di assonanze, richiami, creazioni nuove ispirate dalla fonte originaria.
(E già sentiamo l’eco di quello che ci ricorda Ceronetti: “traduzione: ri-creazione”).
Nell’edizione Oscar Poesia la curatela di De Angelis fa emergere la vibrazione interna del testo originale francese e fa risalire alla superficie della parola tradotta le memorie dei poeti frequentati dall’autore delle Serre Calde. La parola poetica sta sempre sulla soglia-limite fra il dire e il rivelare. La poesia di Maeterlinck sta pertanto “au milieu” di qualcosa da disvelare ed è lì per uscire dall’inesploso. Se consideriamo il termine “inéclos” dalla poesia Oraison, eliminando la “in” privativa, riconosciamo la radice verbale di éclore (schiudere, aprire) comune al termine di “éclater”, quindi “éclat, éclatement” (e mi viene in mente il tanto amato libro Lire aux éclats del rabbino Ouaknin) che possiede il senso di scoppiare, esplodere. Che cos’è quindi l’inéclos se non l’inesploso, “ogni cosa non sbocciata”? La realtà inosservata, la poesia stessa vive in un “milieu” che sta fra l’inesploso e la rivelazione, come una bomba la cui miccia è stata avviata ma ancora non ha raggiunto la deflagrazione: l’esistenza, la realtà delle cose, passano inesplose, se i nostri occhi non applicano una lettura del senso che intrinsecamente possiedono. Maeterlinck sorprende perché quando lo leggiamo esplode.
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Pep.o.ni, un piccolo contributo al tema del mese, “da”

Pep.o.ni è la parola in Swahili che significa paradiso. Paradiso è quel “giardino”, quel luogo magico e misterioso da cui il genere umano è stato cacciato. Quelle radici da cui siamo stati allontanati e alle quali ci riallacciamo ogni momento della nostra vita. Quella linea di cui parla Valerio nell’editoriale.

Ecco Pep.o.ni, la versione di Paradise dei Coldplay realizzata dai Pianoguys in “african style”.

I Pianoguys sono un gruppo musicale che “vive” su YouTube e che ha una storia interessante: un incontro casuale fra un venditore di pianoforti e un musicista che, prima di un concerto, chiede il permesso di esercitarsi brevemente alla tastiera. 

DA qui, DA un incontro casuale, un’esperienza di condivisione, di vita.

Ho scoperto i Pianoguys – un duo pianoforte-violoncello – grazie ad un amico e appena ho sentito/visto questo pezzo ho pensato a come le nascono le storie, DI cosa parlano le storie, DA dove vengono le idee, A cosa portano le idee.

È sufficiente guardare i luoghi dove è stato girato questo video, ascoltare le parole che per moltissimi di noi hanno un suono ma non un significato e tornare alle radici. Entrare nel Paradiso.

Cominciamo a pensare al prossimo passo, alla preposizione IN.


Lab O’Connor: gennaio in trasferta

Anno nuovo, vita nuova. Anche per il nostro laboratorio O’Connor che ha eccezionalmente aperto il calendario 2012 con un incontro “in trasferta” presso il Caffè Letterario Aquisgrana a via Ariosto 28.

Un appuntamento in una location suggestiva e originale, dove libri e lettura convivono con la possibilità di bere qualcosa di caldo (e non solo); insomma una compagnia perfetta per gli affezionati della lettura, che si sono presentati in tanti, ben 15 persone!

Per mancanza di tempo non è stato possibile leggere tutti i testi; di seguito ecco la nostra piccola biblioteca serale.

In apertura, un frammento da uno dei più noti racconti di Flannery O’Connor, Un brav’uomo è difficile da trovare. La fine di questo racconto colpisce sempre per la rapidità e l’inevitabilità delle azioni, per la crudezza e per il realismo, ben riassunto in queste righe: “Il Balordo scattò all’indietro come se l’avesse morsicato un serpente, e le sparò tre volte, trapassandole il petto. Poi depose la pistola, si levò gli occhiali e si mise a pulirli”. [Continua »]


Ancora per Luisito Bianchi


Luisito Bianchi, difficile definirlo. Proviamoci. Un grande umile? Baudelaire scrisse che esistono solo tre persone rispettabili – il prete, il guerriero, il poeta –, mentre tutti gli altri «sono soggetti a taglie e servitù, son fatti per la scuderia, cioè per esercitare quelle che si chiamano professioni» (Il mio cuore messo a nudo XIII, 22). Luisito Bianchi era andato oltre: sacerdote, testimone della Resistenza, romanziere e “uomo di scuderia”. Sì, prete-operaio, prete-benzinaio, prete-infermiere, prete-traduttore – perché mai avrebbe accettato di ricevere un soldo in quanto sacerdote. Come in Paolo di Tarso (1Cor 9,13-15), brillava in lui l’intransigente orgoglio di chi vanta sudarsi il pane giorno per giorno pur di non fare del cristianesimo – ai propri occhi – roba da mestieranti, buona per saziare lo stomaco. Roba, questa sì, “soggetta a taglie e servitù”. [Continua »]


Luisito Bianchi: un ricordo

Don Luisito Bianchi* è morto il 5 gennaio scorso.
L’incontro con lui è stato per me folgorante: La Messa dell’uomo disarmato è un romanzo che apre orizzonti senza limiti, letterariamente straordinario, spiritualmente immenso. Nel tentativo di spiegarlo a me stesso, e consentirgli di leggermi dentro, ne ho scritto con entusiasta meraviglia (vedi la sezione Monografie in questo sito). Inizia da allora un non frequente ma intenso colloquio epistolare: non ci siamo mai incontrati di persona, ma mi piaceva pensare di essere un suo amico. Ovunque, nelle sue lettere, così come nelle sue opere letterarie e nei suoi saggi, un ustionante amore per l’uomo, ed un’inesausta tensione all’offerta di sé: come altrimenti rendere vero quel “gratis accepistis, gratis date” che orientava in senso profetico la sua fedeltà alla Chiesa e guidava il suo cammino nel mondo ?
Con mite fermezza ha proclamato il cristianesimo più radicale, intriso di passione per Dio e per gli uomini, della quale si rintracciano segni già nell’infanzia, età solo apparentemente inconsapevole. Dell’umile serenità di quel tempo ha, infatti, raccontato in una delle sue ultime opere (quanto meno nella sua ultima edizione), Le quattro stagioni di un vecchio lunario, alla quale a volte in questi giorni ritorno, per essere meno solo. [Continua »]