Marc Dugain: cosa ci rende umani?
«Posto riservato ai mutilati ed invalidi di guerra»: è il monito che, dimenticato, occhieggia ancora su tram e autobus. Tanto per ricordarci, anche nella ressa quotidiana sui mezzi di trasporto, che la guerra è meno distante di quanto piace credere. Ma veniamo al romanzo di Marc Dugain, vincitore di ben 18 premi letterari. Francia, 1914. Il ventiquattrenne Adrien Fourner sta partendo per il fronte quando incontra la giovane Clémence. Si amano con la voracità della disperazione. Pochi giorni dopo i bei tratti di cui la ragazza si è infatuata vengono spazzati via. Durante la sua prima perlustrazione come ufficiale, una scheggia di granata gli ha polverizzato la mascella superiore, parte del palato, il naso. Adrien perde gusto e olfatto. Lo nutrono dalle narici. Non può parlare per quasi un anno. Adrien trascorre il resto della guerra – quattro anni e otto mesi – nella «prigione bianca», ovvero il reparto maxillofacciale riservato agli ufficiali sfigurati: una vasta camerata candida con le sbarre alle finestre. [Continua »]
In origine fu Happy Days. L’America anni ’70, già ossessionata da invasioni baccellari e incubi apocalittici, ancora impantanata nella guerra del Vietnam, turbata dal (mal)affare Watergate, trovava rifugio nelle vicende leggere e evanescenti di una famigliola media, che più media non si può. Una riscrittura – quella di Fonzie e soci – degli anni ’50, l’età dell’innocenza, che dava corpo (o meglio casa) a un sogno: l’illusione di un mondo cristallino e trasparente, scevro di tensioni, nel quale l’irrimediabile non esiste, il conflitto è bandito, la morte epurata, la passione ridotta a ossequioso perbenismo, la famiglia murata nel tranquillo ripetitivo teatro del sentimentalismo. Era l’american way of live che abbracciava l’intero globo.

