“La visione del cieco” e “Una tragedia negata”: il verbo essere e il tragico

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele
Scrivo questo post con colpevole ritardo, riprendendo in mano appunti vecchi di mesi. All’inizio l’idea era quella di scrivere una recensione al romanzo “La visione del cieco” (Einaudi) di Girolamo De Michele; poi, leggendo il saggio “Una tragedia negata” (Il Maestrale) di Demetrio Paolin, mi sono accorta che il secondo testo spiegava il primo, o meglio spiegava il motivo per cui non mi aveva convinta. Riprendendo i libri e gli appunti a qualche mese di distanza, ho deciso di concentrarmi su una caratteristica del primo e sulla tesi principale del secondo, tralasciando tutto il resto.
“La visione del cieco” è un romanzo scritto senza l’uso del verbo essere. Ho deciso di leggerlo proprio per questo, dopo che una recensione in cui si elogiava la capacità di De Michele di portare avanti una narrazione di quasi trecento pagine senza farvi ricorso mi aveva lasciata perplessa.
Leggendo le prime pagine mi sono stupita, effettivamente, di come De Michele fosse riuscito a ovviare a questa mancanza attraverso l’uso di frasi spezzate, interiezioni, ricorrendo spessissimo ai due punti e ai punti di sospensione. Eppure, in un secondo momento, queste trovate mi si sono rivelate in tutta la loro fragilità. Il motivo per cui, durante la lettura e anche in seguito, sentivo che c’era qualcosa che non andava era il fatto che il verbo essere non era stato messo fuori gioco, non era scomparso, ma era semplicemente stato nascosto. [Continua »]

«La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande. Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe…». È vero: guardando la crosta del pane in obliquo, non dall’alto ma di lato e da vicino, riconosciamo questa suggestiva descrizione che ci viene suggerita dallo scrittore francese Francis Ponge.
La pièce intitolata Storia di un padre e di due figli mette in luce la parabola del figliol prodigo?
La vita dei testi dipende essenzialmente dal riuso; infatti solo i libri che continuano ad essere letti e studiati attraversano il tempo, sono sempre vivi, mentre altri cadono nell’oblio. Questa sorte è toccata, per ragioni ancora da chiarire, alla Tavola di Cebète, per lungo tempo, sicuramente dalla fine del Quattrocento agli inizi del Novecento, molto diffusa e famosa come strumento per esercitarsi nello studio del greco antico, grazie soprattutto alla chiarezza e semplicità dell’espressione, e molto utile per la riflessione personale e la formazione individuale. L’autore della Tavola, per ragioni linguistiche e di altra natura interne all’opera stessa, non può essere il discepolo di Socrate vissuto nel V sec. a. C., ma è ragionevole supporre che sia uno sconosciuto del I o II sec. d.C. che abbia voluto dare prestigio alla propria opera nascondendosi dietro il nome di un personaggio illustre del passato.