“La visione del cieco” e “Una tragedia negata”: il verbo essere e il tragico

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele

Copertina di "La visione del cieco" (Einaudi) di Girolamo De Michele

Scrivo questo post con colpevole ritardo, riprendendo in mano appunti vecchi di mesi. All’inizio l’idea era quella di scrivere una recensione al romanzo “La visione del cieco” (Einaudi) di Girolamo De Michele; poi, leggendo il saggio “Una tragedia negata” (Il Maestrale) di Demetrio Paolin, mi sono accorta che il secondo testo spiegava il primo, o meglio spiegava il motivo per cui non mi aveva convinta. Riprendendo i libri e gli appunti a qualche mese di distanza, ho deciso di concentrarmi su una caratteristica del primo e sulla tesi principale del secondo, tralasciando tutto il resto.

“La visione del cieco” è un romanzo scritto senza l’uso del verbo essere. Ho deciso di leggerlo proprio per questo, dopo che una recensione in cui si elogiava la capacità di De Michele di portare avanti una narrazione di quasi trecento pagine senza farvi ricorso mi aveva lasciata perplessa.

Leggendo le prime pagine mi sono stupita, effettivamente, di come De Michele fosse riuscito a ovviare a questa mancanza attraverso l’uso di frasi spezzate, interiezioni, ricorrendo spessissimo ai due punti e ai punti di sospensione. Eppure, in un secondo momento, queste trovate mi si sono rivelate in tutta la loro fragilità. Il motivo per cui, durante la lettura e anche in seguito, sentivo che c’era qualcosa che non andava era il fatto che il verbo essere non era stato messo fuori gioco, non era scomparso, ma era semplicemente stato nascosto. [Continua »]


La poesia cinese: la parola come germoglio

Quatrain on Heavenly Mountain, quatrain poem attributed to Emperor Gaozong of Song (1107–1187; reigned 1127–62), the tenth Chinese Emperor of the Song Dynasty. Fan mounted as album leaf; ink on silk; 23.5 x 24.5 cm; four columns in cursive script;

Quatrain on Heavenly Mountain, attribuito all'Imperatore Gaozong of Song (1107–1187).

La poesia classica cinese dipinge visioni. Il nesso profondo tra le idee e le immagini, tipico di questa esperienza poetica, ha colpito in vario modo l’immaginario occidentale. «Senza dubbio l’uso dei caratteri ideografici ci ha impedito di separare le idee, come avete fatto voi, da quella sensibilità plastica che per noi è sempre collegata con esse»: così si esprime André Malraux, uno dei miti del Novecento francese, vestendo i panni di un giovane cinese di nome Ling in un suo romanzo epistolare del 1926 dal titolo La tentation de l’Occident (1). E basterebbe ricordare quanto lo sguardo cinese abbia inciso su scrittori quali Ezra Pound e William Carlos Williams, che hanno anche curato la compilazione e la traduzione di antologie memorabili (2). Il valore dell’immagine dai contorni netti si univa, in questi poeti, all’esigenza di rifiutare il superfluo, di ricercare una misura nel verso. E queste esigenze nascevano o si consolidavano proprio grazie al contatto con la lettura degli scrittori cinesi: le forme poetiche cinesi implicano un’essenzialità radicale. È ciò che Williams definì come «il rigore della bellezza (3). [Continua »]


Veder cose

«La superficie del pane è meravigliosa prima di tutto per l’impressione quasi panoramica che dà: come se si avesse a disposizione, sotto mano, le Alpi, il Tauro o la Cordigliera delle Ande. Così dunque una massa amorfa in stato di eruzione fu introdotta per noi nel forno stellare, dove indurendo si è foggiata in valli, creste, ondulazioni, crepe…». È vero: guardando la crosta del pane in obliquo, non dall’alto ma di lato e da vicino, riconosciamo questa suggestiva descrizione che ci viene suggerita dallo scrittore francese Francis Ponge.
La nostra vita quotidiana è piena di piccoli oggetti, di piccole cose [Continua »]


Osservando le mani di mia madre

Osservo le mani di mia madre. E mi ricordo quelle di sua madre, mia nonna. Fino a qualche tempo fa erano molto diverse tra loro ma ora si assomigliano tanto, in particolare le dita mediane, un po’ storte, deformate dall’artrosi. Ma quando è accaduta questa metamorfosi? Difficile dirlo, la crescita, si sa, se è tale è sempre impercettibile. [Continua »]


Il nuovo libro di Elena Bono

Margherita Faustini ha intervistato Elena Bono in occasione dell’uscita del suo nuovo libro che contiene due pièce teatrali, Storia di un padre e di due figli e Sere di Emmaus (Le Mani, 2008). Il primo testo, dedicato dall’autrice all’attrice Claudia Koll, è incentrato sulla costante ed ineffabile azione di Dio Padre nelle vicende terrene dei suoi figli, mentre il secondo, che trae ispirazione anche dalla Cena in Emmaus del Caravaggio, sviluppa con originalità il tema del pentimento di Barabba.

La pièce intitolata Storia di un padre e di due figli mette in luce la parabola del figliol prodigo?
In realtà è ispirata alla parabola del figliol prodigo.

Vicenda da cui emergono, in tutta chiarezza, alcuni sentimenti portanti; in primis: è quasi sempre oggetto di maggiore comprensione, da parte dei genitori, il figlio ribelle, trasgressivo, che non il figlio ubbidiente, fedele agli insegnamenti della famiglia…
Spesso è così, perché siamo portati ad amare di più chi ci procura dolore rispetto a chi non ci dà preoccupazione. Del resto anche Gesù parla spesso di sé come pastore che va in cerca della pecora smarrita, di quell’una piuttosto che di quelle altre novantanove tranquille nell’ovile… [Continua »]


La Tavola di Cebète

CebèteLa vita dei testi dipende essenzialmente dal riuso; infatti solo i libri che continuano ad essere letti e studiati attraversano il tempo, sono sempre vivi, mentre altri cadono nell’oblio. Questa sorte è toccata, per ragioni ancora da chiarire, alla Tavola di Cebète, per lungo tempo, sicuramente dalla fine del Quattrocento agli inizi del Novecento, molto diffusa e famosa come strumento per esercitarsi nello studio del greco antico, grazie soprattutto alla chiarezza e semplicità dell’espressione, e molto utile per la riflessione personale e la formazione individuale. L’autore della Tavola, per ragioni linguistiche e di altra natura interne all’opera stessa, non può essere il discepolo di Socrate vissuto nel V sec. a. C., ma è ragionevole supporre che sia uno sconosciuto del I o II sec. d.C. che abbia voluto dare prestigio alla propria opera nascondendosi dietro il nome di un personaggio illustre del passato. 
Davvero interessante è il contenuto di questo testo, di carattere morale, in veste allegorica.  [Continua »]


Ancora a proposito di case…

Mentre rientravo a Roma da un rapido viaggio in Francia ho deciso di fermarmi a Viareggio con l’intenzione di recarmi, malgrado il furore balneare, alla Farmacia di Piazza del mercato. La farmacia appartiene da diverse generazioni alla famiglia di Mario Tobino e volevo incontrare i nipoti per chiedere loro il permesso di visitare la casa – lo studio, in particolare – in cui ha vissuto e lavorato lo scrittore de Il clandestino, Le libere donne di Magliano e altri romanzi preziosi. Sono stato accolto con calore e ci siamo accordati per una visita in settembre (c’è qualche bomber che vuole unirsi a me?). Avrei voluto chiedere anche della casa della madre di Tobino, che si trova nell’entroterra, a Vezzano, per la mirabile descrizione che ne fa lo scrittore ne Le braci dei Biassoli, il racconto dei luoghi e delle storie della famiglia materna, ma non volevo sembrare invadente. Non è la prima volta che seguo l’istinto di vedere le case e i luoghi cari di alcuni scrittori a me cari. E non sono il primo certamente. Penso, ad esempio, alla visita di Antonio Spadaro alla casa di Flannery O’Connor negli Stati Uniti del sud o ai numerosi viaggi di Eraldo Affinati sui luoghi della vita e dei romanzi dei suoi “compagni segreti”. Eppure non solo le dimore degli scrittori. Quante volte sono rimasto affascinato dal mistero di una vecchia casa intravista durante un viaggio in treno o in macchina! Quanti usci, quante persiane chiuse, quanti muri su cui erano evidenti le tracce del tempo, hanno suscitato in me un languore, quasi una nostalgia, il richiamo verso una storia sconosciuta, vita di altri che però sentivo improvvisamente pungermi, chiamarmi in causa. [Continua »]