di
Saverio Simonelli -
pubblicato il 18 Luglio 2008

Derek Walcott
Mentre qui da noi le pagine della rete alimentano forse anche troppo una discussione su cosa sia la nuova epica italiana, quali dinamiche abbia messo in movimento e quale sia il suo rapporto con l’italico pubblico, che, com’è noto, non è poi così avvezzo alla lettura e spesso si innamora di oggetti-libro che fanno tendenza per poi riporli sullo scaffale; bene, mentre questa discussione infiamma e fomenta senza produrre un gran costrutto oltre all’illusione di essere sul fronte di una battaglia che comunque altri realmente combatte, ecco che la parola di un poeta, smagliante, concisa, mai ridondante viene in soccorso a chi dalla scrittura si aspetta squarci sull’uomo, sul suo destino, sul suo rapporto con le cose, apertura di questo e altri mondi più che discussione su derive, spiriti del tempo e storie di specie.
In un’intervista rilasciata al quotidiano Il Manifesto, Derek Walcott, Nobel per la poesia – ed uno degli ultimi veramente credibili nella storia del prestigioso riconoscimento – così si esprime sul rapporto tra tra parola e mondo.
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