Viaggio attraverso le Georgiche II

Dopo l’invocazione a Bacco, Virgilio entra in argomento con il trattare degli alberi in generale, la cui procreazione, già di per sé varia in natura, è stata ulteriormente arricchita dall’esperienza dell’uomo. Poi il poeta rivolge un pensiero a Mecenate, per assicurarsi che non venga meno la sua protezione, dato che questo personaggio è visto come l’ispiratore della poesia didascalica. Successivamente si sofferma sul fatto che l’ingegno e l’attività umani possano migliorare la cultura degli alberi per mezzo dell’innesto e dell’inoculazione, tecniche a riguardo delle quali dà indicazioni molto precise, assicurando sul successo dei risultati, pur nella consapevolezza dell’impegno e della fatica che richiedono. [Continua »]


I radiosi oggetti di Walcott

Derek Walcott

Derek Walcott

Mentre qui da noi le pagine della rete alimentano forse anche troppo una discussione su cosa sia la nuova epica italiana, quali dinamiche abbia messo in movimento e quale sia il suo rapporto con l’italico pubblico, che, com’è noto, non è poi così avvezzo alla lettura e spesso si innamora di oggetti-libro che fanno tendenza per poi riporli sullo scaffale; bene, mentre questa discussione infiamma e fomenta senza produrre un gran costrutto oltre all’illusione di essere sul fronte di una battaglia che comunque altri realmente combatte, ecco che la parola di un poeta, smagliante, concisa, mai ridondante viene in soccorso a chi dalla scrittura si aspetta squarci sull’uomo, sul suo destino, sul suo rapporto con le cose, apertura di questo e altri mondi più che discussione su derive, spiriti del tempo e storie di specie.
In un’intervista rilasciata al quotidiano Il Manifesto, Derek Walcott, Nobel per la poesia – ed uno degli ultimi veramente credibili nella storia del prestigioso riconoscimento – così si esprime sul rapporto tra tra parola e mondo. [Continua »]


La vertigine e il mistero: Abitare nella possibilità

È ancora possibile accostarsi alla letteratura con gli occhi della meraviglia? A leggere Abitare nella possibilità (Milano, Jaca Book, 2008) di Antonio Spadaro la risposta è decisamente affermativa. Non solo perché l’autore restituisce alla letteratura tutto il suo “campo di battaglia”, il suo cogliere “il mistero della nostra posizione sulla terra”, ma perché lo sguardo di Spadaro è esso stesso capace di suscitare stupore, di custodire – nella complessità degli argomenti – la scaturigine dell’esperienza poetica.

Spadaro traccia un percorso densissimo che è impossibile richiamare qui in tutta la sua ampiezza. Il cuore della sua investigazione può essere così formulato: la letteratura come passione per il possibile. Il possibile inteso non come fuga o evasione dal reale, ma come ciò che apre il reale ad una dimensione ulteriore, redimendolo dal mutismo e dal frastuono che lo copre. La letteratura insomma come provocazione, nel senso pieno della parola: come qualcosa che chiama il reale ad uscire dai suoi confini e – in questa fuoriuscita – a rivelare il senso che custodisce. Perché [Continua »]


La gentilezza che spezza il cuore di pietra

Statua di Oscar WildeIl De profundis, tra le più intense della produzione di Oscar Wilde, è una lunga lettera a lord Alfred Douglas. Perché Wilde l’ha scritta? Per rispondere è necessario entrare almeno succintamente nella biografia dello scrittore. La vita di Wilde è definibile come “estetica”, catturata dalla bellezza e dai suoi riflessi fascinosi. In fondo poi tutto, fino a un certo punto, andò bene nella sua esistenza:  una brava e affettuosa moglie, due bambini, il successo. Ma non durò a lungo. L’affetto per la moglie era fin troppo spiritualizzato ed estetizzante per resistere. I luoghi dove il giovane Wilde, certe notti, si perdeva erano i bassifondi, dove andava alla ricerca di ragazzi sessualmente compiacenti. L’equilibrio creato non poteva durare a lungo e infatti si spezzò quando Wilde fece la conoscenza di lord Douglas. Quest’amicizia portò lo scrittore insieme all’esaltazione e alla rovina economica e morale. La parabola discendente giunse a portare Wilde in tribunale, giudicato e condannato per pederastia. Siamo nell’Inghilterra del 1895. Il mondo di Wilde, già uomo di successo, si capovolse. [Continua »]


Il lessico della politica: Roberto Esposito

C’è un “buco nero” che sembra risucchiare il nostro tempo: l’ossessione identitaria. L’11 settembre ne è stata la rappresentazione più sconvolgente e allo stesso tempo l’esito di una traiettoria che appare tutt’altro che esaurita. Ovunque viene riaffermata la necessità dell’identità, ovunque si assiste ad un ripiegamento sul locale, sul particolare, sulla dimensione etnica. In questa deriva – dove tutto diventa patria – come viene pensata l’identità? Quale soggettività emerge da questo schiacciamento sull’identità? La cifra di questa identità “avvolgente” è la piena coincidenza del soggetto con se stesso: l’identità è un “pieno” che non ammette contaminazioni. Che basta a se stessa. A sua volta la comunità – intesa [Continua »]


La polemica su Spoon River prosegue…

Spoon River Anthology by Edgar Lee MastersIn un post precedente mettevo on line un dibattito pacato che si era sviluppato sulle pagine del quotidiano Avvenire (qui la pagina in questione) circa l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il dibattito era stato ripreso anche da Il Giornale. Infine aveva avuto una reazione da parte di Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera. Ed è questo intervento che mi ha, lo devo dire, ferito. Io in genere preferisco non indignarmi ma argomentare, specialmente davanti a posizioni argomentate, anche se non condivise.

Nella mia breve intervista apparsa su Avvenire ho cercato di fare così, argomentando nello spazio limitato a mia disposizione. Certo io e De Rienzo abbiamo una visione diversa della critica letteraria. Per me la lettura è pratica di coinvolgimento e compromissione radicale con il testo, che diventa carne della mia carne, e come tale dunque certamente viene anche assimilato. O meglio: io vengo assimilato dal testo, in qualche modo. Non c’è libro senza lettore, dice un critico a me caro. Ma non è di questo che intendo parlare qui, ovviamente. E le differenze di impostazione critica per me sono solamente una ricchezza.

Dico che la mia posizione era frutto di una posizione maturata a lungo nel confronto con l’Antologia. Avevo anche scritto un saggio sul tema (per questo sono stato intervistato), apprezzato anche da Fernanda Pivano (che non so come l’abbia avuto), anche se il saggio proponeva una lettura che non era del tutto in linea con quella da lei testimoniata. E questo mi ha fatto molto piacere, ovviamente. ha riconosciuto la serietà delle argomentazioni, come io ho fatto con le sue. Devo dunque dire che leggere quelle espressioni di De Rienzo («moralismo cattolico», anzi «gossip culturale» e «violenza interpretativa») legate al mio nome – perchè così è stato in quanto coinvolto pienamente nella “condanna” – mi hanno ferito. Sarò ipersensibile, ma non posso negarlo. Forse si sarebbe dovuto almeno distinguere le due posizioni in ballo, più che archiviare il dibattito o attribuirlo a enti superiori tirando in ballo ironicamente in Papa, etc…

Credo che chi fa questo mestiere di “critico” (al di là poi del modo in cui i giornali montano le dichiarazioni e i possibili fraintendimenti) con serietà non si meriti questo e penso francamente che chi ha letto il pezzo del Corriere si sia fatto un giudizio su di me che non risponda almeno allo sforzo (fallibile, ovviamente) che metto nel fare le cose.

Su Avvenire domenica 6 luglio è apparsa una replica a firma del poeta Davide Rondoni.

Io, a mia volta, ho così scritto questa Lettera al responsabile della pagina culturale del Corriere della Sera:

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A proposito di due pareri differenti sull’Antologia di Spoon River espressi da Giovanni Romano su Studi Cattolici e da me su Avvenire, Giovanni De Rienzo ha replicato con una breve nota polemica sul Corriere senza entrare nel merito della discussione. Ciò che sembra averlo turbato è il fatto che due critici letterari che scrivono su testate cattoliche abbiano potuto prendere in considerazione la famosa Antologia di Edgar Lee Masters e che lo abbiano potuto fare all’interno di un dialogo che esprimeva pareri differenti. De Rienzo si è accorto, dunque, che il mondo cattolico non è un monolite del pensiero omogeneo. Lo turba anche il fatto che nella loro discussione uno di questi due critici citi ampiamente Pavese, in passaggi in cui egli, a proposito di Spoon River, parla di «saggezza biblica» e «dramma sacro». De Rienzo sembra credere infatti che un cattolico non possa e non debba citare Cesare Pavese, perché anche il solo nominarlo significherebbe inevitabilmente «appropriarsene».

Il senso di fastidio che egli prova è tale da impedirgli di considerare che la discussione cercava di toccare i nervi scoperti di Spoon River, le sue tensioni fondamentali, la sua relazione con la vita del lettore, le domande che è in grado di sollevare: domande di fondo, sì, anche quelle sul senso della vita. Torno adesso da un paese dell’Est. Pare che lì a scuola fosse proibito dal regime di dire «io penso» a proposito di un testo letterario: si doveva parlare di un libro in maniera oggettiva ed evitare ogni domanda o riflessione che potesse significare relazione di quel libro con la mia persona, la mia vita, il mio destino. Adesso, mutatis mutandis, De Rienzo si adombra perché due critici discutono su quale immagine della (mia) vita e del (mio) destino Spoon River sia in grado di comunicare. Considera questo infatti «moralismo cattolico», anzi «gossip culturale» e «violenza interpretativa». Che Spoon River se ne stia pacifico tra gli scaffali di una biblioteca o nelle mani di un lettore esteta, ma che non ponga domande impertinenti a una vita umana!, sembra bacchettare De Rienzo.

No, De Rienzo, non si può chiudere un’opera letteraria in riserve indiane immuni dalle domande radicali di una vita, neanche da quelle che un cattolico si pone. Se due critici sono in grado di esprimere opinioni differenti, pur essendo entrambe cattolici, e di discutere e dibattere su un libro come Spoon River cercando di coglierne il significato per la (loro) vita, portando argomentazioni e riflessioni, significa che quel libro l’hanno preso sul serio. Se non si è d’accordo sulle loro opinioni, allora si portino argomenti senza limitarsi a dire con fastidio: no, a voi non è lecito esprimervi.

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Ho ricevuto una risposta di Giorgio De Rienzo con la quale i toni del dibattito si sono fatti più corretti e segnati da rispetto e cordialità. Certo, sarebbe bello se la dialettica culturale, prima di diventare quel che deve essere, potesse evitare di essere trascinata sui sentieri della polemica di costume che salta e fraintende le argomentazioni serie.


In perpetuo maris motu

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Piegato dal ventoIn suo intimo sermone qui inscribitur Nostra consolationis necessitas ille Suetius auctor cui nomen Stig Dagermann est maxime perspicuus in disserendo videtur: “mortalium consolationis necessitas nullo modo expleri potest”. In optimis chartis ab illo Dagermann scriptis inopiae sensus contra flagrantis sed interdum vehementis cupiditatis alicuius rei maioris, consolationis scilicet faciei cava lineamenta semper est: “Nam fieri potest ut, dum in ora maritima ambulo, formidolosam aeternitatis meae vitae provocationem in perpetuo maris motu et in assidua venti vi repente intelligam”.

Ecce igitur experiendi aliquid facillimum et proximum, forsitan non omnino conscium, sed certe magnum et vividum imago. Poeta, in ora maritima ambulans, animo aeternitatem maris et ventorum motibus  continuis patefactam repente videt. Res vera rei cogitatione fictae, tam non subito manifestae quam acri et praecipuae remittit  Percontatio occurrit illius clarissimi Italici poetae cui nomen est Iacobus Leopardi qui in carmine suo quod  Supra formosae feminae simulacrum in eiusdem sepulcro sculptum ex se quaerit: “Humana natura, cur, si fragilis vilisque, si pulvis umbraque es, altissima intelligis? Quamquam humana natura se caducam esse scit, altissima intelligit. In gravibus percontationibus cuiuspiam magnitudinis signum inest. Nostra cogitatio gravibus percontationibus vehementer incitata est: quid mortalem consolatione lenitum esse significat? Qua in re humanae vitae aeternitatis provocatio consistit? Quid eis rebus quae ab hac mea vita opto convenit, atque etiam quid in ipsius voti radice est? Quid me beatum facere potest?