Il lessico della politica: Roberto Esposito

C’è un “buco nero” che sembra risucchiare il nostro tempo: l’ossessione identitaria. L’11 settembre ne è stata la rappresentazione più sconvolgente e allo stesso tempo l’esito di una traiettoria che appare tutt’altro che esaurita. Ovunque viene riaffermata la necessità dell’identità, ovunque si assiste ad un ripiegamento sul locale, sul particolare, sulla dimensione etnica. In questa deriva – dove tutto diventa patria – come viene pensata l’identità? Quale soggettività emerge da questo schiacciamento sull’identità? La cifra di questa identità “avvolgente” è la piena coincidenza del soggetto con se stesso: l’identità è un “pieno” che non ammette contaminazioni. Che basta a se stessa. A sua volta la comunità – intesa [Continua »]


La polemica su Spoon River prosegue…

Spoon River Anthology by Edgar Lee MastersIn un post precedente mettevo on line un dibattito pacato che si era sviluppato sulle pagine del quotidiano Avvenire (qui la pagina in questione) circa l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il dibattito era stato ripreso anche da Il Giornale. Infine aveva avuto una reazione da parte di Giorgio De Rienzo sul Corriere della Sera. Ed è questo intervento che mi ha, lo devo dire, ferito. Io in genere preferisco non indignarmi ma argomentare, specialmente davanti a posizioni argomentate, anche se non condivise.

Nella mia breve intervista apparsa su Avvenire ho cercato di fare così, argomentando nello spazio limitato a mia disposizione. Certo io e De Rienzo abbiamo una visione diversa della critica letteraria. Per me la lettura è pratica di coinvolgimento e compromissione radicale con il testo, che diventa carne della mia carne, e come tale dunque certamente viene anche assimilato. O meglio: io vengo assimilato dal testo, in qualche modo. Non c’è libro senza lettore, dice un critico a me caro. Ma non è di questo che intendo parlare qui, ovviamente. E le differenze di impostazione critica per me sono solamente una ricchezza.

Dico che la mia posizione era frutto di una posizione maturata a lungo nel confronto con l’Antologia. Avevo anche scritto un saggio sul tema (per questo sono stato intervistato), apprezzato anche da Fernanda Pivano (che non so come l’abbia avuto), anche se il saggio proponeva una lettura che non era del tutto in linea con quella da lei testimoniata. E questo mi ha fatto molto piacere, ovviamente. ha riconosciuto la serietà delle argomentazioni, come io ho fatto con le sue. Devo dunque dire che leggere quelle espressioni di De Rienzo («moralismo cattolico», anzi «gossip culturale» e «violenza interpretativa») legate al mio nome – perchè così è stato in quanto coinvolto pienamente nella “condanna” – mi hanno ferito. Sarò ipersensibile, ma non posso negarlo. Forse si sarebbe dovuto almeno distinguere le due posizioni in ballo, più che archiviare il dibattito o attribuirlo a enti superiori tirando in ballo ironicamente in Papa, etc…

Credo che chi fa questo mestiere di “critico” (al di là poi del modo in cui i giornali montano le dichiarazioni e i possibili fraintendimenti) con serietà non si meriti questo e penso francamente che chi ha letto il pezzo del Corriere si sia fatto un giudizio su di me che non risponda almeno allo sforzo (fallibile, ovviamente) che metto nel fare le cose.

Su Avvenire domenica 6 luglio è apparsa una replica a firma del poeta Davide Rondoni.

Io, a mia volta, ho così scritto questa Lettera al responsabile della pagina culturale del Corriere della Sera:

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A proposito di due pareri differenti sull’Antologia di Spoon River espressi da Giovanni Romano su Studi Cattolici e da me su Avvenire, Giovanni De Rienzo ha replicato con una breve nota polemica sul Corriere senza entrare nel merito della discussione. Ciò che sembra averlo turbato è il fatto che due critici letterari che scrivono su testate cattoliche abbiano potuto prendere in considerazione la famosa Antologia di Edgar Lee Masters e che lo abbiano potuto fare all’interno di un dialogo che esprimeva pareri differenti. De Rienzo si è accorto, dunque, che il mondo cattolico non è un monolite del pensiero omogeneo. Lo turba anche il fatto che nella loro discussione uno di questi due critici citi ampiamente Pavese, in passaggi in cui egli, a proposito di Spoon River, parla di «saggezza biblica» e «dramma sacro». De Rienzo sembra credere infatti che un cattolico non possa e non debba citare Cesare Pavese, perché anche il solo nominarlo significherebbe inevitabilmente «appropriarsene».

Il senso di fastidio che egli prova è tale da impedirgli di considerare che la discussione cercava di toccare i nervi scoperti di Spoon River, le sue tensioni fondamentali, la sua relazione con la vita del lettore, le domande che è in grado di sollevare: domande di fondo, sì, anche quelle sul senso della vita. Torno adesso da un paese dell’Est. Pare che lì a scuola fosse proibito dal regime di dire «io penso» a proposito di un testo letterario: si doveva parlare di un libro in maniera oggettiva ed evitare ogni domanda o riflessione che potesse significare relazione di quel libro con la mia persona, la mia vita, il mio destino. Adesso, mutatis mutandis, De Rienzo si adombra perché due critici discutono su quale immagine della (mia) vita e del (mio) destino Spoon River sia in grado di comunicare. Considera questo infatti «moralismo cattolico», anzi «gossip culturale» e «violenza interpretativa». Che Spoon River se ne stia pacifico tra gli scaffali di una biblioteca o nelle mani di un lettore esteta, ma che non ponga domande impertinenti a una vita umana!, sembra bacchettare De Rienzo.

No, De Rienzo, non si può chiudere un’opera letteraria in riserve indiane immuni dalle domande radicali di una vita, neanche da quelle che un cattolico si pone. Se due critici sono in grado di esprimere opinioni differenti, pur essendo entrambe cattolici, e di discutere e dibattere su un libro come Spoon River cercando di coglierne il significato per la (loro) vita, portando argomentazioni e riflessioni, significa che quel libro l’hanno preso sul serio. Se non si è d’accordo sulle loro opinioni, allora si portino argomenti senza limitarsi a dire con fastidio: no, a voi non è lecito esprimervi.

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Ho ricevuto una risposta di Giorgio De Rienzo con la quale i toni del dibattito si sono fatti più corretti e segnati da rispetto e cordialità. Certo, sarebbe bello se la dialettica culturale, prima di diventare quel che deve essere, potesse evitare di essere trascinata sui sentieri della polemica di costume che salta e fraintende le argomentazioni serie.


In perpetuo maris motu

Ex Antonii Spadari charta Rosa Elisa Giangoia vertit

Piegato dal ventoIn suo intimo sermone qui inscribitur Nostra consolationis necessitas ille Suetius auctor cui nomen Stig Dagermann est maxime perspicuus in disserendo videtur: “mortalium consolationis necessitas nullo modo expleri potest”. In optimis chartis ab illo Dagermann scriptis inopiae sensus contra flagrantis sed interdum vehementis cupiditatis alicuius rei maioris, consolationis scilicet faciei cava lineamenta semper est: “Nam fieri potest ut, dum in ora maritima ambulo, formidolosam aeternitatis meae vitae provocationem in perpetuo maris motu et in assidua venti vi repente intelligam”.

Ecce igitur experiendi aliquid facillimum et proximum, forsitan non omnino conscium, sed certe magnum et vividum imago. Poeta, in ora maritima ambulans, animo aeternitatem maris et ventorum motibus  continuis patefactam repente videt. Res vera rei cogitatione fictae, tam non subito manifestae quam acri et praecipuae remittit  Percontatio occurrit illius clarissimi Italici poetae cui nomen est Iacobus Leopardi qui in carmine suo quod  Supra formosae feminae simulacrum in eiusdem sepulcro sculptum ex se quaerit: “Humana natura, cur, si fragilis vilisque, si pulvis umbraque es, altissima intelligis? Quamquam humana natura se caducam esse scit, altissima intelligit. In gravibus percontationibus cuiuspiam magnitudinis signum inest. Nostra cogitatio gravibus percontationibus vehementer incitata est: quid mortalem consolatione lenitum esse significat? Qua in re humanae vitae aeternitatis provocatio consistit? Quid eis rebus quae ab hac mea vita opto convenit, atque etiam quid in ipsius voti radice est? Quid me beatum facere potest?


Nell'incessante movimento del mare

Nel monologo Il nostro bisogno di consolazione lo scrittore svedese Stig Dagermann appare di una lucidità assoluta: «il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto». Nelle pagine migliori di Dagermann il senso di privazione è però sempre il calco vuoto di uno struggente, e a volte impetuoso, desiderio di qualcosa di più grande, di una forma di consolazione, appunto: «Posso per esempio camminare sulla spiaggia e all’improvviso sentire la spaventosa sfida dell’eternità alla mia esistenza nell’incessante movimento del mare e nell’inarrestabile fuga del vento». [Continua »]


Processo a Spoon River?

Sul numero di giugno di Studi Cattolici è apparso un articolo di Giovanni Romano dal titolo «Spoon River»: antologia di poca fede. L’articolo tenta una rilettura in controtendenza del capolavoro di Edgar Lee Masters concludendo: «Una situazione di incomunicabilità penosa che finisce per scaricarsi in una ventata di emozioni disincarnate e soggettive, perché il suo Cristo ideologico non veicola nessun Mistero né salva il presente. E l’Antologia che parte alla ricerca dell’infinito finisce per incagliarsi nell’autosuggestione». Insomma qualcosa come una stroncatura o un “j’accuse”, forse, che comunque mette al centro della riflessione quest’opera – oggi forse un po’ più in ombra rispetto a tempo fa – e da una prospettiva inedita.

Spoon River AnthologySu La Civiltà Cattolica tempo fa avevo letto l’Antologia facendo le mie riflessioni che, tutto sommato, giungono a conclusioni molto differenti e, per certi versi opposte, rispetto a quelle di Romano. Il quotidiano Avvenire oggi, 2 luglio, ha così dato conto di questo dibattito.

Come vedo io l’Antologia di Spoon River? Rispondendo alla mia intervistatrice, Bianca Garavelli, dicevo che di fronte alla morte non c’è schermo che resista. Ogni esistenza in questo libro è così dipinta come un microcosmo individuale, che però si innalza a descrivere quel macrocosmo che è la vita umana. Già nel 1931 Pavese affermava che la cosa importante di quest’Antologia sta nell’ardore con cui sono affrontati, oltre il particolare momento storico, il problema del senso dell’esistenza e il problema delle azioni che si compiono nella vita. Lo stesso Pavese riconosceva in questo ardore e in questi problemi essenzialmente morali un preciso sapore biblico. Ecco dove si gioca il valore e il vigore dell’Antologia: nella domanda sul senso dell’esistere e sul significato dell’agire morale in ordine a quel senso.

L’abilità di Master sta dunque nell’aver fatto nascere la domanda sul senso proprio nell’aldilà, cioè in una vita già passata attraverso il setaccio che è la frontiera del suo compimento. Se la poesia parla dall’ [Continua »]


Inside the Church of Flannery O’Connor

from Image Update #149 – July 1, 2008

Supremely sensible, no-nonsense, and dismissive of those who want to extract “meaning” from short stories as if they were opening a sack of chicken feed, Flannery O’Connor doesn’t seem to have had much patience with bad literary criticism. Hers is an intimidating intellect. In her letters and essays, the humor is dry and unsparing, and her contempt for fools (and in particular for those with foolish opinions about fiction) is withering. Going into the field of O’Connor studies as a professional literary critic would seem to take a certain amount of nerve. For one thing, if one makes it to heaven, one may meet her there and have to answer to her.A new anthology, [Continua »]


Viaggio attraverso le Georgiche I

Il I libro delle Georgiche si apre con una breve esposizione dell’argomento generale dell’opera, che tratterà di agricoltura e di allevamento, accompagnata dalla dedica a Mecenate, cui segue l’invocazione agli dèi tutelari dei campi e a Ottaviano, ormai quasi divinizzato. Tutto questo denota l’intento da parte del poeta di creare un poema complesso – pur nel solco della tradizione del genere didascalico – che rappresenti un evidente innalzamento rispetto alla poesia tenue, raffinata e, per certi versi, leggera delle Bucoliche. [Continua »]