Dante a colori
Che Dante sia lo scrittore che ha trovato le vie nuove per portare l’uomo dalla visione tenebrosa del Medioevo, oscura in senso morale, ma anche fisico-ambientale, letterariamente priva di notazioni realistiche e di vivacità cromatica, forse (come sostengono alcuni storici della scienza) soprattutto per particolari ragioni climatiche legate al corso del Sole, ce lo dimostra anche il suo modo di percepire ed esprimere i colori.
Il mondo dell’al di là di Dante è tripartito, il che rappresenta un’acquisizione nuova della cultura teologica della sua generazione, ma è tripartito anche cromaticamente: l’Inferno è buio, il Purgatorio, avvalendosi dell’alternarsi del giorno e della notte, può disporre dei colori terrestri, mentre in Paradiso tutti i colori si annullano nel crescendo di quella luminosità che si carica di profonde responsabilità di ordine teologico.
Questo vuol anche dire che per Dante i colori appartengono al finito, in quanto dureranno quanto la vita sulla Terra e il tempo dell’espiazione purgatoriale, mentre in eterno ci saranno solo il buio e la luce. Al di là del valore simbolico e allegorico che i colori assumono nella Commedia, questione ormai nota e divulgata anche a livello di manualistica scolastica, mi sembra interessante evidenziare le modalità di significare che il poeta ha individuato e personalmente creato per esprimere gamme cromatiche sfumate, ma concettualmente rilevanti.
Ebbene, Antonella Cilento ci è riuscita! Come? Con la forza di uno sguardo che si nutre di conoscenza approfondita della storia, della cultura e della vita di questa città. Con uno sguardo che attraversa in modo diacronico e sincronico Napoli e i suoi abitanti, con la forza che può avere una madre che ama il suo figlio pur malato e deforme.
Quale dovrebbe essere la principale qualità di un grande artista? Proviamo a dirne una: la capacità di meravigliarsi. Di fronte a cosa? Di fronte alla realtà così come la si percepisce attraverso i sensi. Ma oggi è ancora possibile meravigliarsi di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo, odoriamo, gustiamo?
correnti di pensiero, morali (tanto che Enzo Bianchi al Festival delle letterature di Mantova ci ha parlato di un futuro a rischio di uno “scontro di etiche” più che di uno “scontro di civiltà”) che spesso costituiscono un filtro troppo potente tra noi e la realtà, nel vivere la nostra vita, nell’accostarci ad un’opera artistica, nel tentare di esprimerci creativamente.
Dopo aver letto l’ultimo libro di Antonio Spadaro, La grazia della parola (Jaca Book), il saggio in cui riflette sulle considerazioni sulla poesia del teologo Karl Rahner, mi sono chiesta che cosa Spadaro avesse voluto in qualche modo comunicare a noi di BombaCarta con questo testo così ricco e profondo.
Il formidabile protagonista del nuovo romanzo di Eric-Emmanuel Schmitt, fortunato autore del recente Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, è Oscar un bambino di dieci anni, malato terminale di leucemia. Che morirà presto nessuno glielo dice ma proprio questo glielo fa capire. Tutti mentono e non dicono le cose come stanno, perché “..se dici “morire” in un ospedale, nessuno sente. Puoi star sicuro che ci sarà un vuoto d’aria e che si parlerà d’altro”. Tutti mentono, soprattutto gli adulti e, in primis, quei “vigliacchi” dei suoi genitori. Per fortuna c’è Nonna Rosa.