La lingua salvata e altri stimoli cromatici

Die gerettete Zunge (La lingua salvata)

Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso. In braccio a una ragazza esco da una porta, davanti a me il pavimento è rosso e sulla sinistra scende una scala pure rossa. Di fronte a noi, sul nostro stesso piano, si apre una porta e ne esce un uomo sorridente che mi si fa incontro con aria gentile. Mi viene molto vicino, si ferma e mi dice: “Mostrami la lingua!”. Io tiro fuori la lingua, lui affonda una mano in tasca, ne estrae un coltellino a serramanico, lo apre e con la lama mi sfiora la lingua. Dice: “Adesso gli tagliamo la lingua”.
Io non oso ritirarla, l’uomo si fa sempre più vicino, ora toccherà la lingua con la lama. All’ultimo momento ritira la lama e dice: “Oggi no, domani”. Richiude il coltellino con un colpo secco e se lo ficca in tasca.
(Traduzione: Amina Pandolfi e Renata Colorni)
Martin Mystère n. 100 , “Di tutti i colori!”
Soggetto e sceneggiatura: Alfredo Castelli
Disegni e copertina: Giancarlo Alessandrini

Il numero cento della serie regolare viene festeggiato con un albo a colori, che contiene tre brevi racconti in cui proprio il colore fa da filo conduttore. Nel primo, un bizzarro inventore mette a punto un apparecchio in grado di evidenziare mysteriosi alieni fatti di luce, invisibili a occhio nudo.

Nel secondo, un fotolitista impazzisce nel tentativo di riprodurre il perfetto blu di Prussia di un quadro di Yves Klein. Nel terzo, Martin e Java esplorano una grigia valle perduta delle Ande, i cui abitanti considerano l’essere “a colori” come un sacrilegio… (e sarà la musica a donar loro il colore…)


Antony & The Johnsons + Charles Atlas: Turning

Martedì, 31 ottobre 2006, Roma, Auditorium, sala Sinopoli: Antony & The Johnsons + Charles Atlas: Turning

Quando si abbassano le luci, siamo in molti nella sala Sinopoli dell’Auditorium di Roma a non sapere che cosa succederà di lì a poco. Certo Antony e la sua voce, certo le canzoni – due dischi che si sono ritagliati uno spazio “altro” dal mainstream discografico, il secondo, I Am a Bird Now, ha addirittura vinto il Mercury lo scorso anno -, ma nulla era trapelato circa cosa realmente sarebbe successo con Charles Atlas, regista sconosciuto ai più, e questo strano connubio dal titolo Turning che solo Parigi, Londra, Roma ed ora anche Madrid e Braga hanno il piacere di ospitare. [Continua »]


Dante a colori

Che Dante sia lo scrittore che ha trovato le vie nuove per portare l’uomo dalla visione tenebrosa del Medioevo, oscura in senso morale, ma anche fisico-ambientale, letterariamente priva di notazioni realistiche e di vivacità cromatica, forse (come sostengono alcuni storici della scienza) soprattutto per particolari ragioni climatiche legate al corso del Sole, ce lo dimostra anche il suo modo di percepire ed esprimere i colori.

Il mondo dell’al di là di Dante è tripartito, il che rappresenta un’acquisizione nuova della cultura teologica della sua generazione, ma è tripartito anche cromaticamente: l’Inferno è buio, il Purgatorio, avvalendosi dell’alternarsi del giorno e della notte, può disporre dei colori terrestri, mentre in Paradiso tutti i colori si annullano nel crescendo di quella luminosità che si carica di profonde responsabilità di ordine teologico.

Questo vuol anche dire che per Dante i colori appartengono al finito, in quanto dureranno quanto la vita sulla Terra e il tempo dell’espiazione purgatoriale, mentre in eterno ci saranno solo il buio e la luce. Al di là del valore simbolico e allegorico che i colori assumono nella Commedia, questione ormai nota e divulgata anche a livello di manualistica scolastica, mi sembra interessante evidenziare le modalità di significare che il poeta ha individuato e personalmente creato per esprimere gamme cromatiche sfumate, ma concettualmente rilevanti.

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Napoli sul mare luccica

È possibile scrivere di Napoli cercando di dribblare i luoghi comuni, il folklore, il giudizio infamante, il pietismo, il piangersi addosso o il fatuo orgoglio?
Ebbene, Antonella Cilento ci è riuscita! Come? Con la forza di uno sguardo che si nutre di conoscenza approfondita della storia, della cultura e della vita di questa città. Con uno sguardo che attraversa in modo diacronico e sincronico Napoli e i suoi abitanti, con la forza che può avere una madre che ama il suo figlio pur malato e deforme.

In questa città mille volte filtrata attraverso lenti fosche e pessimiste o a colori folkloristici di bassa qualità Antonella Cilento ci vede, eccome, e ci restituisce, in questa “guida contromano” commissionata dall’editore Laterza, una visione ricca smagliante e terribile di una città che è cresciuta su se stessa inglobando storia vecchia e nuova che, se soltanto i suoi giovani potessero possederla davvero, donerebbe loro quella consapevolezza della propria storia, argine indispensabile alla discesa verso la barbarie. Solo chi ha dentro di sé radicato il senso del proprio valore e della propria storia rimane sensibile alla bellezza, non ha bisogno della una nuova mitologia della camorra e rimane impermeabile all’edonismo consumistico come agli effimeri paradisi artificiali. [Continua »]


Quelle pagine ignorate

Certi bambini

Sulla copertina c’é la faccia di un ragazzino in primo piano. Piccolo. Con una sigaretta in bocca. Di quelli che facilmente si incontrano nelle periferie più degradate, nei paesi abbandonati da Dio e dagli uomini, dove macerie e rifiuti sono l’arredo urbano.
La foto da sola parla.

Il libro è del 2001, l’ha pubblicato Einaudi, l’autore è Diego De Silva, salernitano, avvocato.
Il titolo è delicato rispetto al contenuto. “Certi bambini”…

Come Nicola che appena lasciatosi a camminare mangiava rifiuti in una discarica dell’Aversano, come Gennaro, piccolo e fragile con il corpo rosicchiato dai topi che con lui e la famiglia condividevano un container. O il ragazzino di Caserta morto di fame in un appartamento del centro. [Continua »]


Daniel Libeskind: quando l’architettura è veramente per l’uomo.

Quale dovrebbe essere la principale qualità di un grande artista? Proviamo a dirne una: la capacità di meravigliarsi. Di fronte a cosa? Di fronte alla realtà così come la si percepisce attraverso i sensi. Ma oggi è ancora possibile meravigliarsi di ciò che vediamo, tocchiamo, udiamo, odoriamo, gustiamo?

Me lo chiedo perché viviamo in un tempo che abbonda di idee, di opinioni e di opinionismo, correnti di pensiero, morali (tanto che Enzo Bianchi al Festival delle letterature di Mantova ci ha parlato di un futuro a rischio di uno “scontro di etiche” più che di uno “scontro di civiltà”) che spesso costituiscono un filtro troppo potente tra noi e la realtà, nel vivere la nostra vita, nell’accostarci ad un’opera artistica, nel tentare di esprimerci creativamente.

Corriamo il pericolo di riferirci solo al bagaglio di idee e di nozioni astratte di cui abbiamo fatto il pieno a scuola o all’università: idee e astrazioni che gonfiano l’Io e lo soffocano, rendendolo insensibile alle sollecitazioni continue che arrivano dal mondo nella sua oggettività. Leggendo “Breaking Ground” di Daniel Libeskind (edizioni Sperling & Kupfer) – il geniale architetto che ha progettato e costruito il museo ebraico di Berlino e che è arrivato primo nella gara di progettazione delle nuove torri gemelle di New York – scopriamo invece ancora una volta che il segreto della creatività sta in un animo e una mente aperti ai suggerimenti che arrivano da ogni più piccola cosa che ci circonda.
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La parola è “graziosa”…

Dopo aver letto l’ultimo libro di Antonio Spadaro, La grazia della parola (Jaca Book), il saggio in cui riflette sulle considerazioni sulla poesia del teologo Karl Rahner, mi sono chiesta che cosa Spadaro avesse voluto in qualche modo comunicare a noi di BombaCarta con questo testo così ricco e profondo.

Ho provato a darmi qualche risposta. Penso che innanzitutto abbia voluto sottolineare il valore della parola, rimarcandone quella sacralità che le deriva dall’essere luogo e mezzo d’incontro tra Dio e l’uomo. Dio che si è rivelato nella storia non attraverso immagini o suoni, ma tramite parole.

Sottolineare questo può essere anche un implicito invito a leggere (o rileggere) il saggio fondamentale di Rahner, Uditori della parola (Borla 1967), in cui il teologo individua Dio come l’Essere che può liberamente manifestare la sua vita intima, impossibile da conoscere in altro modo, e l’uomo come essere storico, che per sua propria costituzione ontologica è in grado di ascoltare un’eventuale rivelazione nella storia, il che lo rende appunto “uditore della parola”.

Possiamo quindi comprendere che l’arte della parola, ovvero la parola che si fa arte, cioè poesia, si colloca in questa smisurata apertura di compasso tra l’uomo e Dio. Da questo discende quella possibilità che Spadaro individua di fare alcune affermazioni di grande forza e di notevole rilievo: la parola “ha il potere di nominare l’innominabile. Il vero poeta nomina l’innominabile e ogni vero uditore di questa parola ascolta il silenzio. […] la parola evoca ciò che nomina e lo fa scaturire dal fondo dal quale proviene e nel quale rimane nascosta” [Continua »]