Il fiore è il nostro segno

Il fiore è il nostro segno, scriveva il poeta William Carlos Williams.
Lo ripetiamo anche noi: il fiore è il segno di ogni vita umana.
Il fiore è perché sboccia, perché si dischiude.
Non è tale finché non si offre. C’è da meditare sui fiori nei campi e nei parti che vedremo quest’estate.
La poesia, l’arte è un fiore. No, non si tratta di una bella immagine, dolce e commovente.
Il fiore è una cosa seria.
Se l’opera d’arte non sboccia, se non si dispiega, se non si offre, avendo come riferimento un tu, allora marcisce in se stessa, si scurisce, puzza.
Se l’opera mostra mostri i suoi colori e le sue forme, allora significa che ha avuto radici fonde in un terreno fertile e che vive in un orizzonte di apertura.
L’arte è offerta, prima ancora che conquista.
Scriveva Ungaretti:

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

E di ciò che è perché si dona, altrimenti non sarebbe, si deve aver cura.

È tutto qui l’augurio per l’estate, in questa poesia di Raymond Carver dal titolo Abbi cura:

Dalla finestra la vedo chinarsi sulle rose
reggendole vicino al fiore per non
pungersi le dita. Con l’altra mano taglia, si ferma e
poi taglia ancora, più sola al mondo
di quanto mi sia mai reso conto. Non alzerà
lo sguardo, non subito. È sola
con le rose e con qualcosa che riesco solo a pensare, ma non
a dire. So bene come si chiamano quei cespugli
regalatici per le nostre recenti nozze: Ama, Onora e Abbi Cura…
è quest’ultima rosa che lei all’improvviso mi porge, dopo
essere entrata in casa tra uno sguardo e l’altro. Affondo
il naso in essa, ne aspiro la dolcezza, la lascio indugiare – profumo
di promessa, di tesoro. Le reggo il polso per avvicinarla ancora,
i suoi occhi verdi come muschio di fiume. E poi la chiamo, contro
quel che avverrà: moglie, finché posso, finché il mio fiato, un petalo
affannato dietro l’altro, riesce ancora a raggiungerla.

Se la poesia e l’arte vivono sotto il segno del fiore, allora sono sempre profumo di promessa.


Verità

Cos’è la verità?
È ciò che appare. Non ciò che mi sembra, ciò che io credo.
È ciò che appare, cioè che si manifesta nella sua evidenza.
Stiamo al chiodo e soprattutto restiamo nel nostro ambito, quello dell’espressione creativa. Si pensa, a volte, che l’espressione artistica sia essenzialmente fiction, finzione, elucubrazione mentale, frutto di fantasia. Se così fosse, se l’arte fosse un puro gioco di apparenze, allora non sarebbe una cosa molto interessante. Sarebbe un divertimento.
No. Bisogna andare più a fondo. L’intuizione creativa vera vive di uno svelamento (aletheia, il termine greco per dire “verità”, significa, appunto “svelamento”) che coinvolge in un patto di sangue chi scrive, dipinge, compone,… e chi legge, guarda, ascolta…
Se parlo di svelamento non intendo dire che sono io (l’io scrittore, artista,…) a scoprire qualcosa, ma è quel qualcosa che mi si svela davanti, anche senza che io possa volerlo, desiderarlo.
La verità mi si impone, in qualche modo. In tal senso è inesauribile, inoggettivabile, sempre ulteriore. E questo fa paura, spesso. Per questo qualcuno pensa che “la verità non esiste” o comunque è bene non parlarne, perché è fuori controllo. A volte è bizzosa, irrequieta, im-placabile. È una visitazione che non può essere dedotta dai miei desideri.
L’infinito al di là della siepe è una verità che si è imposta a Leopardi con i suoi “sovrumani silenzi”.
Ma questa verità si svela non in generale, ma a me. E quindi vive nella mia interpretazione, senza però esaurirsi.
Non bisogna aver paura della verità.
È una bambina ribelle che ama fare a pugni, questo sì.


L’obbedienza è ben più che una virtù

L’obbedienza non è una virtù. È vero. Meglio: non è solamente una virtù. È qualcosa di molto più importante di una virtù. Cerchiamo di capire meglio.

Quando “vieni al mondo” non ti ritrovi solo: entri subito all’interno di relazioni che ti precedono. Ci nasci dentro. Non solo: nasci dentro una lingua particolare (italiano, inglese, portoghese,…); nasci dentro un modo di vedere il mondo, dentro una cultura; nasci dentro una religione, dentro degli affetti. In realtà nasci proprio dentro mani che ti accolgono nella vita. In quel momento comincia la tua silenziosa obbedienza all’aria che respiri, all’affetto che ricevi, alla lingua balbettante con cui la gente comincia a parlarti.

Tu nasci sempre… “dentro”: è questa la prima obbedienza radicale. Senza questa obbedienza saresti solo, muto, duro. Se riconosci che ciò che sei, in radice, non viene da te, allora la tua vita può fiorire perché sai di “appartenere” a un mondo di relazioni, parole, visioni.

Obbedienza significa dunque (anche etimologicamente) ascoltare ciò che ci precede e ci accompagna, ciò che è presente. E cos’è la primissima “cosa” che è presente? Immaginiamo di nascere adesso, di aprire gli occhi adesso. Cosa proveremmo? Il contraccolpo stupefacente del mondo presente di colpo ai nostri occhi. Cioè? L’essere! Non come astrazione, ma come presenza che mi si impone davanti! Forse a volte, ci è capitato di provare una sensazione simile quando, dopo aver superato una curva o una collina, un panorama splendido ci si è spalancato, all’improvviso, davanti agli occhi.

Certo, l’uomo cresce e si sviluppa, anche separandosi dai propri affetti originari, dalle visioni nelle quali nasce, e impara nuove lingue, nuove idee… L’uomo si differenzia, si confronta, si distingue. Ma questo viene dopo. Il primissimo sentimento originario dell’uomo resta quello di trovarsi davanti a una realtà che non è se stesso, che non è sua, che è indipendente da lui, e dalla quale dipende. Ecco la prima obbedienza, che coincide con lo stupore di essere al mondo. In genere, coincide proprio con un sorriso, quello materno.

Niente è più pertinente all’uomo di questa originaria dipendenza. Solo questo stupore obbediente è in grado di fondare ogni vera successiva necessaria differenziazione, distinzione, ogni libertà che non sia malata o disperata. Solo così la libertà potrà giocarsi.

L’arte è una forma di dialogo, ora fiducioso ora ribelle, con la propria originaria obbedienza/dipendenza a ciò che è. Essendo “creativa”, l’ispirazione ha il potere di portarci indietro, ci fa avvertire l’eco del mistero delle origini, lo stupore di un mondo visto per la prima volta, il senso della “mappa del nuovo mondo”. Ci fa riscoprire il gusto dell’obbedienza originaria.


Canto dello splendore dell’acqua (1950)

Nel fondo stesso, a cui volevo solo attingere
acqua con la mia brocca, ormai da tempo alle pupille
aderisce splendore… Tante le mie scoperte
quante mai fino a ora!
Qui, riflesso dal pozzo, scopersi in me tanto vuoto.

Che sollievo! Interamente non saprò in me trasportarti,
ma voglio che tu resti, come nello specchio del pozzo
restano foghe e fiori colti dall’alto,
dallo sguardo degli occhi stupefatti
– occhi più luminosi che tristi.


Liberazione

La parola liberazione di per sé non ha senso compiuto: non significa molto.

È una parola monca che deve confrontarsi, se vuole avere senso compiuto e forte, con il destino ultimo dell’uomo e il suo desiderio di felicità. Lo scrittore Vasilij Grossman nel suo Vita e destino osservava: «Il grande cambiamento avvenuto nella maggior parte delle persone consisteva nel fatto che perdevano a poco a poco il sentimento della loro individualità e avvertivano con sempre maggior forza il sentimento della fatalità. […] Il gusto della felicità se n’era andato, non c’era più, e al suo posto la tormentava una moltitudine di voglie e progetti».

Fatalità contro felicità: ecco il nodo che la libertà deve sciogliere.

La fatalità nega, avvilisce, riduce a puro istinto quel che è il desiderio profondo di felicità che è in ogni uomo. Se vince la fatalità, il desiderio del cuore umano rischia di sgretolarsi in un puro flatus vocis. Così anche viene eliminata sempre e comunque la responsabilità e dunque la libertà.

La figura etica dominante allora è quella di colui che “reagisce”, dell’antagonista, del ribelle, di colui che non è responsabile delle sue azioni perché la loro causa è esterna, e ad essa bisogna reagire. Egli gode dell’immunità del prefisso «re-/ri-»: reazione, resistenza, ribellione, rivolta. In questa condizione la libertà si risolve in una inutile volontà ribellistica di «liberazione».

L’artista allora diventa l’incarnazione dell’eroe-vittima, il Prometeo incatenato. Lo aveva già detto Musil nel suo L’uomo senza qualità: «E’ sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, e si può immaginare che nel caso limite il peso amico della responsabilità personale finirà per dissolversi in un sistema di formule di possibili significati».

Il dramma tra bene e male in tal modo sarebbe sempre fuori di me, mai in me, ma così la libertà resta impossibile, atrofizzata; la libertà rimarrebe non una forza propulsiva, ma solo un vuoto immenso da riempire (Karol Wojtila, Eco del pianto primigenio). Ma così, come la libertà sarebbe un vuoto, così anche l’arte sarebbe muta, puro contenitore di macchie di colore o di parole. Schizzo ribelle e secco.

Come se ne esce? Nulla nella vita è stabilito in maniera automatica e anonima: i «giochi» non sono mai fatti e la storia (anche quella narrata) resta lo spazio della libertà, per quanto ferita. In questo spazio può maturare il desiderio aperto al gusto e alla responsabilità concreta, creativa e impegnativa di vivere su questa terra.


Affidarsi

Chiediamocelo con schiettezza e coraggio: di chi ci si può fidare?
O meglio: a chi ci si può affidare? Mi posso affidare? Possiamo provare un istante a fermarci per porre a noi stessi questa domanda. Che cosa ci viene in mente? Un oggetto? Un animale? Non credo. Credo invece che ci venga in mente una persona (o più d’una, magari).

Però un piccolo sospetto in fondo al cuore resta sempre.
Magari facendo il suo nome dentro di noi c’è una piccola voce che ci suggerisce: “ma ti potrai fidare fino in fondo di lui/lei? Mi sarà fedele radicalmente?”. Sentiamo anche che dare retta a questo domanda ci porterebbe a un dubbio svilente, inutile, capace di generare in noi solo un sospetto, una chiusura. E invece noi abbiamo un bisogno radicale di aprirci di fidarci, di affidarci.

Ma che tipo di esperienza facciamo quando ci affidiamo?
In realtà l’esperienza dell’affidamento per noi è originaria: nasciamo affidati alle cure di qualcuno che ci accoglie, normalmente nostra madre (per questo lo scrittore svedese Goran Tunstrom ha scritto giustamente che «quando le mamme muoiono, si perde uno dei punti cardinali. Si perde il ritmo del respiro, si perde una radura»). Poi ci si desta lentamente al mondo delle persone e degli oggetti, dei volti e degli ambienti.

Aprire gli occhi per vedere significa compiere un piccolo grande gesto di fiducia, di affidamento: è una apertura! Tutti i gesti di affidamento e di fiducia si radicano in questa apertura fondamentale e persino non chiaramente cosciente, che ciascuno di noi si porta dentro sin dal nostro inizio come iscritto nel nostro essere.

E’ insomma originario e originante: se io incontro una persona e sento di sorriderle, non è solamente perché è buona educazione farlo o perché mi sta simpatica, ma innanzitutto è perché io sono radicalmente un’apertura sulla realtà. Se così non fosse nessuno potrebbe starmi simpatico e la buona educazione non avrebbe senso. Ha la propria radice in questa apertura radicale originaria lo «sguardo poetico» e il desiderio di dire il reale in parole, immagini, suoni: Rimani tesa volontà di dire. / Tua resti sempre / e forte / la nominazione delle cose (Mario Luzi).

Ma attenzione!
Proprio perché l’affidarsi è originario, fa appello e riferimento a una pienezza ultima. L’affidarsi è un richiamo, la traccia di una indigenza radicale che è (e cerca) una pienezza altrettanto radicale, come ha scritto Luzi:

Di che è mancanza questa mancanza,
cuore,
che a un tratto ne sei pieno?
di che? Rotta la diga
t’inonda e ti sommerge
la piena della tua indigenza…
Viene,
forse viene,
da oltre te
un richiamo

Quando penso che mi posso affidare veramente, sento che questa fiducia non è a tempo, a scadenza limitata. Deve coinvolgere il mio essere tutto intero fino in fondo e fino alla fine. So che la mia capacità di fedeltà (come quella degli altri) è limitata, ma so che questa cosa in qualche modo, per essere vera, deve coinvolgere il mio destino ultimo, il senso della mia esistenza. Lo intuiamo, ad esempio, nella poesia che Bartolo Cattafi scrisse poco prima della sua morte dal titolo In te:

In te in te confido
tutto ho rubato al mondo
sei il Cubo la Sfera il Centro
me ne sto tranquillo
tutto t’è stato ammonticchiato dentro

Noi abbiamo bisogno di questo.

Un rischio, a questo punto, però, sarebbe quello di un possibile fraintendimento: scambiare l’affidarsi per un sentimento.
No: l’affidarsi è una esperienza, è un fatto, non uno mero «stato d’animo». Gli stati d’animo sono a rischio di fraintendimento. Spesso si confonde la fiducia come un fatto di “provare”, “sentire”. Tutto ciò è molto importante, ma non indispensabile. Quando, ad esempio, Blaise Pascal dice che la fede è una scommessa implicitamente sta dicendo che essa non ha niente a che fare con un cuore riscaldato dalla certezza di un abbraccio. Questo abbraccio è una esperienza possibile, ma non indispensabile. Ci si può fidare anche “ciecamente”, decidere di farlo, fare esperienza di una scelta. E’ esperienza di molti che lo stato d’animo di fiducia e consolazione non tarda poi a sopravvenire, ma lo stato d’animo non si identifica con l’affidarsi vero e proprio, che può essere ben più nudo ed essenziale.

Ma, detto tutto questo, ci si rende conto di un ulteriore necessario passaggio. Non ci si fida in astratto di una persona, in fin dei conti, ma di una storia. Solo alle storie e alle persone in esse inserite si può dar fiducia. Se ci fidiamo di qualcuno, persino se egli fosse Dio, allora significa che con lui abbiamo una storia in corso, lo sviluppo di una esperienza vitale. Affidarsi a una persona significa, in fin dei conti, affidarsi a una storia, che diventa la nostra. Fidarsi di una persona significa credere in una storia, buttarcisi dentro, riconoscerla come significativa, «affidabile», degna di fiducia. Non è facile discernere quelle che lo sono veramente e quelle che sono sono abbagli, infatuazioni.

Ma questo è anche il ruolo della critica letteraria. Davanti alle storie e alle esperienze che il genio dell’arte ci propone sono possibili due atteggiamenti: o ci si crede (e allora esse si dispiegano nella loro potenza rappresentativa ed evocativa) o non ci si crede (e allora la pagina e la vita restano mute e dure). La visione dell’artista, il mondo da lui ri-costruito in maniera più o meno verosimile (e ciò poco importa) richiede una fiducia di base. Si avvia così un gioco di interpretazioni e significati, ma anche di giudizi e scelte. La critica non è un puro discettare di qualità stilistiche o di generi, perchè ha il compito di scegliere quali storie siano «degne di fede», e quali siano gli effetti di questo affidamento.

Leggere (ma anche vedere un film) significa dunque entrare con «fede» in un mondo diverso rispetto al nostro per comprendere a fondo il senso proprio della nostra vita. Non avere «fede poetica» significherebbe, alla fine, narcotizzare il reale, spegnerlo, renderlo piatto, superficiale, scarno, secco.

Una vita senza storie e senza fede nelle storie sarebbe ben povera. Lo sappiamo bene: più una persona è ricca interiormente, più ha storie significative da raccontare e più è disponibile ad ascoltarne alla ricerca di «storie affidabili».


Alla ricerca dell’Atemkristall

Tra gli spazi bianchi della tesi – Quando scrivi capita che prima o poi becchi la bonaccia. All’inizio confuso e felice batti veloce sulla tastiera, vuoi riempire gli spazi bianchi. Sfuggire al silenzio della pagina vuota. Però poi devi affondare di più la lama, tentare di forzare la mano e guadagnare il tuo punto di vista.

Paul Celan e sua moglie GiseleProvi ad assorbire lo stile di “commentatori” famosi, capire dove loro hanno piazzato il cannocchiale per penetrare dentro la poesia di Celan. Ma a chi giova? La tesi, diciamolo, è la prima grande prova della vita. Almeno per chi crede che scrivere dia senso e spessore al pensiero. Che quest’atto tanto semplice è così potente da far impallidire stati e dittature. Che bastano sillabe storte e diritte intrecciate con passione per recuperare addirittura il senso di una vita. Recuperare perfino la dolce madre che i nazisti ti hanno strappato per poi spararle un colpo in testa perché inabile al lavoro. Lei, che insegnandoti a leggere, t’aveva aperto le porte del meraviglioso mondo della poesia.

La poesia di Celan l’ho trovata per caso. Dovevo fare una tesi sulle riflessioni “estetiche” di Heidegger. Ma il mio Relatore mi indirizza verso un parallelismo tra Bernhard e Celan. Assaggio Bernhard e lo rimando tra i libri da leggere in un prossimo futuro. Preferisco Celan, ci sono immagini che ti lasciano svacantato. E’ l’unica parola possibile. Spiazzano. Come la celeberrima Todesfuge che, a sentirla letta dalla voce dell’Autore, non può lasciarti intonso.
Ogni lettura di una poesia di Celan lascia mutati. Perché, se continui a leggere nell’unico modo possibile — pagina dopo pagina, poesia dopo poesia — sino a digerire tutte le 1300 e passa pagine del Meridiano (!) curato da Bevilacqua, alla fine come minimo sottoscrivi i giudizi entusiastici di George Steiner e di Paul Auster. Ti sembra di aver perso una vita a leggere SCUOLA DI POESIA sullo Specchio della Stampa. E’ una miniera di immagini, potresti perfino ricavarne almeno quattrocento meravigliosi sms d’amore e conquistare altrettante donne con le poesie di Papavero e Memoria. Continui a leggere e arrivato a Sprachgitter capisci che è vero che Celan non ha mai fatto letteratura. Quello che trovi sulla pagina è vita.
È impossibile separare le due componenti, ha scritto sino alla fine, sino alla scelta tragica del suicidio. Lo ha fatto per combattere contro quell’assordante silenzio delle sirene, per usare un’immagine di Kafka: Odisseo poteva resistere al canto, ma nessuno ha mai potuto schivare il silenzio delle sirene. Non ci sono rimedi o tappi di cera che tengano. Lo stesso silenzio che martoriava il Lenz di Büchner.
Contro il silenzio si può combattere, si può cantare, gridare. Si deve fare soprattutto contro chi vuole zittire la Storia.

Mi metto in gioco, lasciando da parte il plurale maiestatis e altri orpelli perché, se la lettura di Celan è un rischio, io voglio rischiare in prima linea. Devo farlo perché sono in una condizione favorevole: ho 22 anni, la stessa età che aveva Celan in quel tragico 1942 e perché m’immedesimo totalmente nel rapporto che un figlio costruisce con la madre.

La prima volta che ho letto ATEMKRISTALL, io la poesia l’ho vista.  Proprio davanti agli occhi mi si è presentata una scena completa e compiuta d’impareggiabile bellezza. L’ho ottenuta mischiando quello che mi porto dietro nella mia comprensione del mondo, la mia valigia di necessari pregiudizi, per dirla con Gadamer. C’era dentro Charlie Chaplin nella FEBBRE DELL’ORO che per rimediare una tazza di caffè simula un congelamento, ci ho messo pure qualche scena dalla COMPAGNIA DELL’ANELLO e ho chiuso il tutto dentro una di quelle bocce che vendono nei negozi di souvenir, quelle con la neve dentro che basta girare per veder nevicare sul Colosseo o sulla Torre Eiffel.
Ho visto L’io del ciclo – che nella mia visione aveva ovviamente la faccia di Celan – che camminava piegato in due da una tormenta di ghiaccio, lì in una terra desolata perso tra le nevi perenni. Camminava e i piedi affondavano sempre di più, arrancava esausto col peso di quella scelta-destino di scrivere in tedesco. Il vento gelido gli schiaffeggia la faccia, lui prova a restare in piedi ma cade a faccia in giù. Sta lì per un tempo che deve essergli sembrato quasi infinito. Lì, azzannato dal vento e dal nevischio. Lì, nell’apoteosi di tutti i deserti di ghiaccio e freddo.

Quando tutto sembra perduto, qualcuno si avvicina all’Io intorpidito, si china e gli offre un pò di neve, neve che prima ha riscaldato tra le mani per tirarne fuori qualche goccia d’acqua. E’ una figura indistinta, l’IO accecato dal riflesso del sole sulla neve non riesce a distinguerla, è una visione a contorni sfumati. Però il naso gelato sente comunque un odore che lo scaglia nella dimensione soffice dei ricordi. E in mezzo ai souvenir che ha accatastato lungo una vita, rivede la sua patria, rivede il gelso, sotto quello stesso gelso forse una ragazza bionda s’è presa la sua verginità.
Sta lì, si riprende lentamente e la misteriosa figura che l’ha salvato gli resta accanto. Come solo le mamme sanno fare. E qui dalla valigia delle mie visioni snocciola fuori un’indistinta figura di madre in cui s’addensano tutte le madri che ho incontrato: c’è un pizzico della madre santa di Aleksej Karamazov, il cappellino della madre di Forrest Gump e poi l’archetipo della madre-guida, Concezione Ferrauto, la mamma di Conversazione in Sicilia.
Perché l’IO del ciclo ATEMKRISTALL e l’IO di Conversazione in Sicilia hanno più di qualcosa in comune. Entrambi si trovano in uno stato terribile, la quiete della non speranza e ritornano all’origine. Una Sicilia che diventa terra del mito e la landa di ghiaccio. Ed entrambe le ricerche iniziano con qualcuno che offre cibo che attiva il recupero faticoso e incessante e inevitabile di un passato che si credeva sepolto. L’io del ciclo mastica quella neve e Silvestro l’aringa ma la sostanza non cambia, quel condividere cibo con le rispettive guide diventa la chiave per accedere a una dimensione nuova, altra. Lasciamo stare VIttorini e torniamo a Celan, l’io si scopre sempre più simile al poeta. Perché il poeta ha scritto l’ATEMKRISTALL nel 1962? Azzardiamo una risposta. Perché solo a 42 anni, dopo aver raddoppiato la sua età lontano dalla sua “patria” può tentare il recupero da una postazione ottimale. Non c’è più l’impellente bisogno di gridare al mondo “Sì, sono vivo! malgrado tutto sono vivo”. E poi in questi 20 anni Celan s’è sposato, è diventato due volte padre, ha provato il dolore di perdere il suo primogenito dopo solo 30 ore. Vedere una parte di se stesso così piccola spegnersi dopo neanche due giorni di vita. Ha trovato l’amore di Giselle e la Francia. E, fatto principale, sua madre aveva la stessa età quando gliela portarono via. E avere la stessa età illumina scie di senso che prima non si potevano neanche accarezzare. Forse da qui dipende pure la scelta di scivolare nella Senna prima di compiere 50 anni. Celan, forse, non voleva vivere una decina in più dell’amatissima madre – cancellata dalla vita a 47 anni.
Ma torniamo al ciclo. Inizia il fluire.

È uno scrosciare d’acqua: “fiumi verso nord” e “rapide di tristezza”. Acqua su cui naviga il relitto della memoria, qua m’immagino una galeone scheggiato come quello di “COME IN UNO SPECCHIO” di Bergman. Il poeta prosegue da lì il suo viaggio, schivando lastroni di ghiaccio e tronchi scheggiati. tronchi che sono 40 come le decine vissute dal poeta, e solo chi l’ha salvato dall’assideramento può accarezzare questi tronchi, lo fa navigando contro-corrente, come fanno i salmoni. In questo relitto il poeta è in preda a uno di quei mal di testa che manco una fornitura industriale di aulin potrebbe scacciare, è uno di quei mal di testa da pensieri fissi. E qui si capisce che il senso di colpa per la morte dei genitori accompagnerà l’io in questo viaggio. Ci sono altre navi, almeno una flotta di relitti che spiccano il volo. Come quei fantomatici galeoni fantasma che terrorizzavano i marinai. L’io poeta scorge l’equipaggio di quei relitti, è la ciurmaglia d’anticreature, il Mob, la feccia umana che nel 20 gennaio del tragico 1942 ha deciso di stilare il documento in cui si metteva nero su bianco la modalità d’esecuzione della soluzione finale. Ma l’io canta, può cantare insieme al Tu e questo canto va oltre gli uomini, oltre il Tempo. Scacciati i relitti del cielo, l’io assiste impotente allo sferragliare dei vagoni piombati che inghiottono i perseguitati e li conducono lontano, in una cava di pietra dove riceveranno un nuovo nome tatuato sulle braccia. Il tu è tra quelli ma si riesce a distinguere perché era già scritto che era destinata all’altra fonte, quella della memoria. E’ quella predestinazione che rende possibile il viaggio dell’IO.

Il pellegrinaggio nella dimensione della memoria continua, l’IO trova la forza di continuare la sua ricerca, affrancato da quel pasto di neve che gli ha ricordato l’estate della gioventù, si rimette sulla strada.
Marco Aurelio, l’imperatore-filosofo, scriveva che “ognuno vale quanto ciò che ricerca“, è l’unico parametro su cui è possibile valutare il senso di una vita. L’IO lo sa, capisce che da questo viaggio uscirà cambiato per sempre. In ogni caso, qualunque sia la conclusione.
I ricordi si addensano, martellano in testa, chiedono il loro tributo d’attenzione, riaffiorano come iceberg lucidi nella testa. Appaiono case smantellate tegole dopo tegole, arrabbiature contro un certo sistema di valori religiosi. L’io va avanti, non vuole fermarsi, pure che il dolore è lancinante. E scava, scava tra la neve che si è addensata tra i suoi versi, gli occhi accecati rimpiazzati dalle dita quasi gelate. Una candela in bocca per far un pò di luce in quel ripostiglio in cui si sono accumulate quelle notti che mutarono l’IO e il Tu.
Tutto avviene nella testa dell’io, è chiaro. Ci muoviamo nello spazio del suo cranio rovesciato dall’insonnia, dentro la voce del fiotto dei ricordi. L’io ha trasformato la sua memoria in un tempio di ghiaccio, un diario di cristallo dove ritrovare quello che è stato perduto per sempre.
Il viaggio diventa anche recupero del tempo perduto e l’io continua perché né il freddo, né i colpi del mal di testa possono arginare la sua volontà di ritrovarsi.

Cammina, tenta di valicare l’ombra della mano del tu, da lì estrae una benedizione pietrificata, la accoglie e continua col vento che gli schiaffeggia la faccia, senza cercare riparo.
L’erba sparto arriva portata dal vento e con lei la sabbia, scivolata da quelle urne in cui il poeta aveva sigillato il suo dolore prima di dedicarsi a notti d’amore. Il vento gl’impedisce di vedere oltre il suo naso, come se il suo occhio fosse stato affettato da quella tempesta di sabbia e neve.
I ricordi avanzano, riguadagnano terreno. Forse è questa la funzione principale della scrittura: filtrare i ricordi. Sì, l’IO ha scritto e ha usato le pagine come uno scolapasta per i pensieri. Ha filtrato decidendo cosa portare con sé nella nuova soglia e cosa lasciarsi alle spalle. Ma quei chicchi di passato ora riesplodono, gli scoppiano in testa come pop-corn conditi col carbonchio.
L’IO ha una visione, come Giuseppe il sognatore della Bibbia. Vede il luogo natio, nel mese del suo compleanno, novembre. Una terra che la rimozione del ricordo ha fatto ammalare. La pannocchia, l’oro giallo, se l’è portato via la pestilenza e i vermi s’ingrassano strisciando in quel pezzo di cuore che è la patria perduta.
Il tu prende il filo, riallaccia un legame. Diventa il capocordata di questa spedizione della memoria e lega la corda ad una freccia. Freccia che scaglia lontano. Forse verso l’aria, sì, in quel cimitero azzurro che è quel pezzo di cielo dove s’involarono i 6 milioni di perseguitati. C’è spazio per tutti e non c’è bisogno di parole lì, la grande cicatrice nell’aria non rimargina. Il Tu ora accompagna l’IO nella sua ricerca, suona un corno come a richiamare qualcosa e a quel suono risponde un traghetto che li raggiunge arrancando. Salgono l’IO e il TU, forse il Tu ha cercato nel suo palazzo della memoria, l’ha costruito con neve come i castelli che i bambini di sette anni fanno girando secchielli di sabbia.
In una stanza c’era quella lettera arrivata dal lager, l’io la rilegge, la rilegge sino a straziarsi. E’ il biglietto da pagare a Caronte. La traversata dura sino al mattino, nei sedili scheggiati ci sono altri perseguitati, altri nessuno che forse stanno facendo la stessa ricerca.
Il mattino li trova, scendono dal traghetto, di nuovo sulla neve, il calcagno a ogni paso affonda, “scrive e incide” la neve con le sue orme. Seguiamo queste tracce.

Il sole scivola su l’IO e sul TU, filo dopo filo la luce intreccia un nuovo giorno su quella neve che va sporcandosi ad ogni passo. Forse il TU è ancora bagnato dal fiotto nero della fonte della Memoria. il Tu ricorda, ricorda il treno che sferragliando l’ha strappata all’Io in quel giugno del ’42, ma il Tu non si è arreso, ha cavalcato l’onda, l’ha fatto sino a riuscire fuori per respirare di nuovo, fuori da quel budello d’odio razziale.
Esce e si ritrova all’aperto, lì dove fermò il suo treno, in una cava di pietra che pare l’ingresso dell’inferno. L’io assiste a questa risalita. impotente. Tutto avviene nella dimensione dove non è lecito toccare nulla. L’io guarda il quadrante del suo clinometro, l’ha puntato verso le parole del TU e la lancetta segna il Nord del vero e la Chiarezza del sud. Continuano a camminare, manco fossero Virgilio e Dante a zonzo tra i diavoli dell’inferno. Scivolano verso un cratere. Il viaggio diventa quasi una discesa al centro della terra. Ci si troverebbero bene i personaggi di Verne. ma avviene qualcosa: una parola erutta, schizza via verso la luna, diventa parola lunare, parola che muove le maree. Parola che forma un nuovo cratere, a forma di cuore. Abbracciato da quella nuova conformazione l’io trova la forza di parlare. Per ora ha solo ascoltato, si è fatto orecchio per cogliere quelle parole vive, vere e vitali. Il cratere diventa una parentesi sulla pagina. E l’io dice: “Ti conosco”. Dirlo lo spiazza, sta per svenire trafitto dall’avvenuto riconoscimento o da quella freccia che il Tu aveva scagliato verso il cielo, lo stesso cielo dove già un tempo era rifiorita la rosa di nessuno. Il tu lo sostiene, lo abbraccia, lo sostiene come la Madonna sostenne il Gesù morente.
L’io reagisce, chiede: “Dove divampa un verbo che sia d’entrambi testimonianza?” é la domanda che il TU aspettava.
Avviene qualcosa di meraviglioso, il TU riacquista densità, il suo parlare diventa vento che spazza via ogni remora dell’io-poeta, scaccia via la nullesia, la poesia che s’è baloccata dando una patina di colore ai fatti vissuti, ammorbandoli in vuote chiacchiere. La parola agisce come acquaragia per ogni reticenza passata e presente.
Il vento turbinando apre un varco, è l’accesso che l’io aveva cercato con tanto ardore. Lo attraversa. Da solo, il TU gli ha mostrato la strada, l’ha condotto sino a lì ma ora sta al poeta calarsi in fondo alla neve.
Lì, nel cuore dei ghiacciai perenni, lì dove il tempo perduto si è nascosto attende il cristallo. L’io l’ha finalmente trovato. Ecco la teca di ghiaccio, il respiro fattosi cristallo, cristallo luminosissimo, voce condensata, testimonianza incontestabile. Lì, inglobata in quella piccola bara di ghiaccio, lì dove il tempo l’ha risparmiata.
C’è solo una cosa da fare, l’IO lo sa: inspirare, riempirsi i polmoni con la forza di quella voce vera e viva. La poesia diventa ora respiro, l’atto creativo coinciderà con l’ATEMWENDE, la svolta del respiro, quell’istante in cui il fiato-testimonianza espirato dalla madre sta per essere inspirato dal poeta che lo espirerà  a sua volta sotto forma di Vera Poesia.