La scuola: giungla, convento o carcere?
Sono stato all’asilo, o, come si dice, scuola “materna”, dalle suore, per due anni; poi mi sono fatto i miei tredici anni di scuola (elementari, medie, liceo) e fanno quindici, uscendo dal liceo nel 1985. Per altri quindici anni sono rimasto fuori dalla scuola tra università, giornalismo e posto in banca. Infine dal 2000, dunque per altri quindici anni, sono ritornato a scuola, questa volta dall’altra parte della barricata, dietro la cattedra (spero non in o sulla medesima), da cui insegno religione cattolica nei licei di Roma. Esperienza quindi molto interessante proprio perché “stereofonica”: ho ascoltato le due diverse campane, studente e docente, l’apprendista e l’insegnante. Per la matematica qualcosa non quadra: tre blocchi di quindici anni, ma io non ho quarantacinque anni bensì quasi cinquanta… in effetti non ho contato i primi 4-5 anni della mia vita, quelli della “preistoria”, cioè di prima della scrittura, cioè della scuola.
Ora il problema è che io trovo molto sensato quello che dice Chesterton quando afferma che il bambino viene mandato a scuola per essere istruito quando è troppo tardi per istruirlo, quando “i giochi sono fatti”, oppure quando afferma, prendendo ad esempio un cacciatore pellerossa, che: “Dire che la stragrande maggioranza degli esseri umani è ignorante è come dire di un cacciatore pellerossa che non ha ancora preso una laurea. Ha preso molte altre cose. E quindi, onestamente parlando, non esistono uomini ignoranti. Possono sfuggire loro certe banali evidenze, ma di certo non sfuggono loro le evidenze più straordinarie dell’esistenza. [Continua »]
Un articolo apparso lo scorso anno su Internazionale spiegava come Facebook avesse sperimentato su un discreto campione di utenti (si rapporti la parola discreto ai numeri del social network in questione) una selezione dei contenuti da mostrare nella home usando come filtro un indice approssimativo di “felicità”. L’esperimento consisteva nell’aumentare la percentuale di status solari, ironici, rispetto a immagini di giornate uggiose o, viceversa, dare maggiore spazio a notizie di eventi poco lieti o pezzi dei Joy Division rispetto a foto di torte nuziali e candeline. L’esito da verificare era se giocare con questo barometro umorale avesse effetti prevedibili, e quali, sulle bacheche delle singole cavie. Se è facile comprendere il meccanismo, meno immediato è immaginare la portata di uno strumento del genere. L’articolo continuava riflettendo sul fatto che non ci fosse niente di illegale in questa operazione (accettiamo al momento di iscriverci una serie di clausole che troppo spesso ignoriamo), semmai qualcosa di discutibile dal punto di vista etico. Un social network con un bacino di utenti così elevato che affila le unghie per influenzare l’umore della gente, quali esperimenti ha in cantiere per il futuro? A poche ore dagli attentati di Parigi, Facebook propone di cambiare la foto del profilo applicando come filtro il tricolore francese. 
Basterebbe la dedica – “Ai genitori che lottano, ai figli che vincono” – per affermare che questo è il romanzo giusto per una stagione in cui di famiglia si parla a proposito e sproposito. Ma è ben di più. Maurizio Cotrona scrive con passione carnale, guidato dalla necessità di agguantare la vita, metabolizzarla, restituircela intensificata.

