Volevo attraversare un piccolo lago
Volevo attraversare un piccolo lago. È veramente piccolo eppure l’altra sponda mi sembra troppo distante, oltre le mie capacità. Ho incontrato Jhumpa Lahiri in occasione di uno degli appuntamenti pomeridiani del Festival delle Letterature (non me la sento di dire “conosciuto”; le ho chiesto a malapena un autografo, dopo aver scattato una foto per il profilo twitter della manifestazione, quasi certo di violare uno spazio che non mi era concesso). Confesso di essere rimasto colpito dal suo fascino oltre che dagli argomenti della sua relazione. Di mattina osservo quelli che vengono al lago come me. Vedo come lo attraversano in maniera disinvolta e rilassata, come si fermano qualche minuto davanti alla casetta, poi tornano indietro. Conto le loro bracciate. Li invidio. Nei giorni successivi, ho divorato in fretta In altre parole (Guanda, 148 pagine, 14 euro), il libro in cui Jhumpa Lahiri racconta l’amore per la lingua di Petrarca e Boccaccio, che ha studiato a lungo prima di decidere di trasferirsi a Roma con la famiglia. Un corteggiamento durato oltre vent’anni che ha preso forma in una collezione di immagini e metafore con cui la scrittrice di origini bengalesi prova a raffigurare il sentimento, il desiderio da cui è stata travolta. E così anche il timore, la paura di non essere all’altezza della sfida che ha dinanzi, la fragilità degli strumenti in suo possesso. Il mio è un innamoramento un po’ particolare. Resta un amore non corrisposto. Io amo la lingua, ma la lingua rimane così. Senza alcun bisogno di me. Ne ho parlato molto ai miei amici, ho provato a scriverne, ma sempre con l’impressione di non riuscire a centrare il nocciolo della questione. Fino quasi a rinunciare. [Continua »]
Oggi BombaCarta compie 18 anni, auguri a questa splendida maggiorenne, ora potrà guidare la macchina, votare alle elezioni, non si scherza più insomma! E per affrontare queste nuove sfide niente di meglio che ripercorrere un po’ questa storia: ali e radici sono sempre strettamente unite. E allora abbiamo fatto qualche domanda a chi BC la conosce bene, l’ha vista nascere.
Gli antichi la innalzarono a divinità: per i Greci era la dea Mnemosine dalla bella chioma, sorella dei Titani, figlia del Cielo (Urano) e della Terra (Gea), la madre delle Muse di cui si invaghì perdutamente Zeus: «Poscia s’innamorò di Mnemòsine bellacesarie, e nacquero da lei le Muse dagli aurei serti, nove, a cui grate sono le feste e le gioie del canto» (Esiodo, Teogonia, vv. 916-917).
Giorni fa ho messo piede qualche ora all’Ikea, ai miei occhi minuscola oasi di genio e follia nel cuore del complesso commerciale Porta di Roma. C’ero stato solo un’altra volta, un anno fa, ed ero rimasto incantato dalla cura di certi dettagli, dal bigliettino attaccato alla scatola dentro l’armadio (Calze di lana Marta), alla lavagnetta vicino al frigo con scritta la lista della spesa; trovo degno di menzione che ci fosse addirittura un giubbotto a corredo dell’appendiabiti nella stanza dei bambini. Rosicavo, abbastanza, per non essermi portato dietro un’agendina, un foglio di carta, un fazzolettino per il naso su cui appuntare dei pensieri, una descrizione seppure breve, sommaria, della consistenza truciolosa delle polpettine svedesi. Nel timore di smarrire tanta bellezza, avevo raccontato ai colleghi in ufficio ogni particolare, ogni dettaglio da cui ero rimasto colpito, affinché al ricordo degli arredi si unisse, rafforzandolo, il ricordo di averne parlato. Mese per mese mi sono innamorato delle minuzie con cui ornavo, descrivendole, cataste enormi di portaposate cilindrici, ammucchiati uno sull’altro, ornati da fori circolari. Sbiadiva al contrario, giorno per giorno l’euforia con cui avevo approcciato un universo a me quasi del tutto sconosciuto e con quel velo di incanto se ne andavano anche le parole adatte a metterlo in scena.
Un articolo apparso lo scorso anno su Internazionale spiegava come Facebook avesse sperimentato su un discreto campione di utenti (si rapporti la parola discreto ai numeri del social network in questione) una selezione dei contenuti da mostrare nella home usando come filtro un indice approssimativo di “felicità”. L’esperimento consisteva nell’aumentare la percentuale di status solari, ironici, rispetto a immagini di giornate uggiose o, viceversa, dare maggiore spazio a notizie di eventi poco lieti o pezzi dei Joy Division rispetto a foto di torte nuziali e candeline. L’esito da verificare era se giocare con questo barometro umorale avesse effetti prevedibili, e quali, sulle bacheche delle singole cavie. Se è facile comprendere il meccanismo, meno immediato è immaginare la portata di uno strumento del genere. L’articolo continuava riflettendo sul fatto che non ci fosse niente di illegale in questa operazione (accettiamo al momento di iscriverci una serie di clausole che troppo spesso ignoriamo), semmai qualcosa di discutibile dal punto di vista etico. Un social network con un bacino di utenti così elevato che affila le unghie per influenzare l’umore della gente, quali esperimenti ha in cantiere per il futuro? A poche ore dagli attentati di Parigi, Facebook propone di cambiare la foto del profilo applicando come filtro il tricolore francese. 