La città e il fascino dei suoi mille volti
Della città ho sempre amato la capacità di unire aspetti opposti e apparentemente inconciliabili. Antichissima e contemporanea, a volte solo vecchia e contemporanea, bella o brutta, bella e brutta insieme, nodo di cose e persone, centro e periferia, punto di partenza e d’arrivo. Per definizione opposta alla campagna, eppure capace di accoglierne brevi tratti; non è un paese, ma molti suoi quartieri sono per gli abitanti come campanili; è di chi ci abita o di chi passa soltanto, ma è anche la mia città, la tua città; non è più chiusa nelle sue mura, ma dilagante, pronta a fagocitare i centri vicini per costruire la supermegalopoli del futuro: la storia inizia con la città, con la città avrà fine? Ho agitato un finale apocalittico e subito mi vengono in mente le immagini di Metropolis, di Fritz Lang, la lugubre utopia di una gigantesca metropoli-fabbrica, alimentata da operai-schiavi, che si conclude inopinatamente con una riconciliazione tra l’olimpo dei ricchi e il sottoproletariato.
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A distanza di un po’ di tempo dall’officina di gennaio sui luoghi della memoria, pubblichiamo il testo dell’intervento di Laura Tanchis, ringraziandola per la condivisione.

Oggi BombaCarta compie 18 anni, auguri a questa splendida maggiorenne, ora potrà guidare la macchina, votare alle elezioni, non si scherza più insomma! E per affrontare queste nuove sfide niente di meglio che ripercorrere un po’ questa storia: ali e radici sono sempre strettamente unite. E allora abbiamo fatto qualche domanda a chi BC la conosce bene, l’ha vista nascere.
Gli antichi la innalzarono a divinità: per i Greci era la dea Mnemosine dalla bella chioma, sorella dei Titani, figlia del Cielo (Urano) e della Terra (Gea), la madre delle Muse di cui si invaghì perdutamente Zeus: «Poscia s’innamorò di Mnemòsine bellacesarie, e nacquero da lei le Muse dagli aurei serti, nove, a cui grate sono le feste e le gioie del canto» (Esiodo, Teogonia, vv. 916-917).
Giorni fa ho messo piede qualche ora all’Ikea, ai miei occhi minuscola oasi di genio e follia nel cuore del complesso commerciale Porta di Roma. C’ero stato solo un’altra volta, un anno fa, ed ero rimasto incantato dalla cura di certi dettagli, dal bigliettino attaccato alla scatola dentro l’armadio (Calze di lana Marta), alla lavagnetta vicino al frigo con scritta la lista della spesa; trovo degno di menzione che ci fosse addirittura un giubbotto a corredo dell’appendiabiti nella stanza dei bambini. Rosicavo, abbastanza, per non essermi portato dietro un’agendina, un foglio di carta, un fazzolettino per il naso su cui appuntare dei pensieri, una descrizione seppure breve, sommaria, della consistenza truciolosa delle polpettine svedesi. Nel timore di smarrire tanta bellezza, avevo raccontato ai colleghi in ufficio ogni particolare, ogni dettaglio da cui ero rimasto colpito, affinché al ricordo degli arredi si unisse, rafforzandolo, il ricordo di averne parlato. Mese per mese mi sono innamorato delle minuzie con cui ornavo, descrivendole, cataste enormi di portaposate cilindrici, ammucchiati uno sull’altro, ornati da fori circolari. Sbiadiva al contrario, giorno per giorno l’euforia con cui avevo approcciato un universo a me quasi del tutto sconosciuto e con quel velo di incanto se ne andavano anche le parole adatte a metterlo in scena.