Un decalogo
In barba al relativismo, ecco 10 massime che mi sentirei di consegnare a mio figlio (anche se non saprei spiegare bene perché):

- Se cedi a una provocazione – comunque vada dopo – il provocatore avrà vinto.
- Non pretendere di conoscere bene te stesso, non accettare che qualcun altro pretenda di farlo.
- Le idee, come l’acqua, possono essere chiare se non sono molto profonde.
- Tratta con rispetto tutti, chiedi rispetto a tutti.
- La ragione e il torto sono categorie sopravvalutate. Valuta maggiormente l’umiltà e la gratuità.
- Forte è chi ha il coraggio non sembrarlo.
- Spesso chi parla di buonismo teme la bontà. Nel dubbio, meglio essere buonisiti che cattivisti.
- Cerca posti in cui coltivare la forma più pura della libertà: quella da se stessi. Io li ho trovati nei libri e nella preghiera.
- La vergogna spesso è una consigliera migliore della paura.
- Ogni buon decalogo deve contenere un tasto per l’autodistruzione. Cercalo, per poi poter decidere liberamente se farne uso.
10… 9… 8… 7… 6…
Mi è capitato di riprendere in mano il saggio del 1908 di Chesterton Ortodossia (dovrò presentarlo ad agosto a Rimini) e, rileggendo questa miniera inesauribile, con il piacere della prima volta, ho trovato alcune osservazioni dello scrittore inglese che sembrano scritte apposta per l’evento che sarebbe accaduto 90 anni dopo, quando Antonio Spadaro dava vita a BombaCarta.
Il genere letterario dell’intervista è indubbiamente molto interessante, perché dà all’intervistatore la possibilità di indagare, di scavare nell’animo e nella vita del personaggio intervistato, costringendolo a svelarsi nella sua umana autenticità. Che quest’intervista arrivi alla verità su Giampiero Neri è indiscutibile, trattandosi di un poeta che afferma «Non mi è mai interessato contare le sillabe, ma soltanto la ricerca della verità». E così questo testo, «concepito e realizzato nell’estate del 2012 tra le spesse mura di casa Neri, a Erba, nella frazione di Incasate», percorre tutta la vita del poeta, condizionata dall’uccisione del padre da parte dei partigiani, proprio durante la sua prima fuga da casa, dalla successiva rovina economica della famiglia nel dopoguerra, che lo indusse a dedicarsi ad un lavoro in banca, sempre mal accettato, parallelamente al quale portò avanti l’attività letteraria, e dal «rapporto intenso ma così altalenante con il fratello Giuseppe Pontiggia, familiarmente «Peppo», narratore di successo e crocevia di destini editoriali del secondo Novecento», nei cui confronti esprime i suoi personali «giudizi sorprendenti che stupiranno molti lettori». 
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa intervista di Donatella Cerboni ad Annalisa Teggi[1] – traduttrice delle opere di Gilbert K. Chesterton – che all’incontro del primo giugno scorso sul tema “
Qualche settimana fa, un articolo di padre Ferdinando Castelli su “La Civiltà Cattolica” indagava le istanze religiose presenti nell’opera di Giovanni Boccaccio, del quale ricorre il settimo centenario della nascita (1313). Lo scrittore di Certaldo, infatti, sebbene sempre riconosciutosi cattolico, visse intorno ai quarant’anni un profondo ripensamento che lo portò a ritrattare le sue opere giovanili. Tra esse anche il “Decameron”, il capolavoro di novellistica che gli diede la fama tanto agognata in gioventù: un’opera, scrive padre Castelli, non edificante in senso religioso, ma nemmeno «immorale».