What’s the matter? E tu, di che materiale sei?

terra

Conosco degli uomini che sono proprio “legnosi”. Altri sono di plastica, finti. Diversi da quelli di gomma, a cui tutto rimbalza addosso. In genere hanno anche la faccia di bronzo. Non necessariamente questi ultimi hanno il cuore di pietra, né hanno segatura nel cervello per cui fanno progetti che sono castelli di carta. Il cuore può anche essere di burro, se è per questo, mentre altri sono rigidi come il ferro o duri come l’acciaio. A Roma poi ce ne sono molti che sono “de coccio” e poi c’era Tayllerand, che secondo Napoleone era un calzino di seta, pieno di merda. Siamo tutti fatti “di” qualcosa, e a volta c’è un materiale che ci contraddistingue, e innanzitutto siamo “fatti di… mamma e papà”; quale dei due prevale in me? Ah, boh.. what’s the matter with me? Quale è il mio “matter”, materiale, cioè “problema”? [Continua »]


Venezia 70 – UNDER THE SKIN di Jonathan Glazer

under-the-skin-scarlett-johansson-movie-2013-jonathan-glazerDentro Under the Skin ci sono alcune delle immagini più belle viste fin’ora al Festival. Al suo terzo film, il regista britannico Jonathan Glazer decide di mettere in scena in modo visionario un plot ardito e originale, tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, scegliendo volutamente, a differenza del libro, di non spiegare niente. Il film comincia con la creazione architettonica di un occhio umano e del suo sguardo, quasi una genealogia della visione che mira da subito alla decostruzione geometrica dell’immagine cinematografica e rimanda al cinema astratto di Eggeling, Richter e Ruttmann. Alla costruzione dell’occhio segue l’educazione al linguaggio. “Fail, fear, feel, film” recita una voce femminile fuoricampo, imparando come un mantra il vocabolario di un mondo a sé estraneo. Ed è subito metacinema: la paura di non sentire/provare alcuna emozione della protagonista, ma anche quella del fallimento, quella di Glazer che impiega tre anni per montare un film ambizioso, complesso e coraggioso. [Continua »]


L’arte, perchè?

“L’arte esiste perché il mondo è imperfetto. L’arte sarebbe inutile se il mondo fosse perfetto”
Andrej Tarkovskij

Libro

Domanda domandona: ma a che serve l’arte? E la letteratura, a che serve? Sono anni che ci interroghiamo sul “servizio” della letteratura, e ancora mi frulla in testa questa domanda che mi è tornata in mente dopo la lettura estiva del bel romanzo Gilead di Marylinne Robinson, che più volte mi ha commosso fino alle lacrime, con una possibile risposta triplice, legata ovviamente a quelle lacrime: la letteratura esiste per divertire? Per guarire? Per salvare? [Continua »]


Venezia 70 – THE CANYONS di Paul Schrader

The Canyons - Jul 2013Dopo cinque anni dall’ambizioso e sfortunato Adam Resurrected (2008) Paul Schrader torna deitro la macchina da presa presentando alla Mostra di Venezia il suo ultimo The Canyons, film low-budget scritto di Bret Easton Ellis e già uscito nelle sale americane la scorsa estate. Autore di una generazione gloriosa, quella del grande cinema americano degli anni settanta (tanto per capire stiamo parlando dello sceneggiatore di tanti capolavori di Scorsese e De Palma), Schrader si conferma autore al passo con i tempi, proponendo in modo impetuoso la propria visione teorica sulla morte del cinema. Il film si apre e si chiude proprio con immagini di sale cinematografiche chiuse, intervallate nei titoli di coda da istantanee di interni dismessi. L’autore ci avvisa in partenza che il suo sarà un film teorico, mettendoci in mostra il suo personale museo dei cinema, inquietante presagio di morte della settima arte. Le immagini iniziali si profilano quindi come compendio ideale agli spettatori addormentati dentro la sala nella prima scena di Holy Motors (2012) di Leos Carax. [Continua »]



Letture. Zoo a due di Marino Magliani e Giacomo Sartori.

Come dire, evitando banalità e luoghi comuni, i nostri stupori, le nostre angosce, le domande inespresse, le giornate grigie e il chiarore che illumina d’improvviso la comprensione di sé, e tanta parte ancora di ciò che abita i nostri giorni? Marino Magliani e Giacomo Sartori propongono l’antica (e nella nostra narrativa contemporanea un po’ desueta) forma delle storie di animali, attualizzandone l’attitudine a rappresentare lacerti della condizione umana attraverso un’assai discreta opera di antropomorfizzazione. In Zoo a due (di recente uscito presso Perdisapop), i due autori adunano un variegato bestiario in sedici racconti, due serie consecutive di Sartori, intercalati da due storie più lunghe di Magliani. Quasi i due autori si fossero intesi al riguardo, nell’intera raccolta non c’è traccia di condiscendenza verso la condizione animale. [Continua »]


Provocazione estiva

bel panoramaMa voi, d’estate, cosa fate?

Prima di dirvi cosa faccio io, voglio subito precisare che la domanda non è oziosa, “estiva” appunto, non è una curiosità da giornalista ma è invece un interrogativo molto serio, poiché ritengo che quello che si fa d’estate rivela molto della propria identità. L’otium rivela più del negotium. È proprio quando hai tempo “libero” che emergono i tuoi desideri, le tue passioni, ambizioni, sogni.. dunque, cosa combiniamo d’estate?

Io d’estate leggo e scrivo. Nelle altre stagioni dico di leggere e scrivere ma in realtà non riesco a farlo, quindi recupero d’estate. Ore e ore a leggere. Vedo che non sono il solo preso da questa passione estiva, siamo in tanti sotto l’ombrellone con i libri più disparati, tutti concentrati mentre il tempo passa, ecco l’aggettivo che cercavo: concentrati. L’estate come tempo della concentrazione, tutto l’anno sono decentrato, “esploso” e disperso in mille cose diverse (che però ruotano quasi tutte intorno ad un unico centro focale, quello del lavoro) e poi arriva l’estate e anche qui sono preso da mille cose ma è il centro focale ad essere diverso, non è il lavoro ma il mio cuore, non è più fuori ma dentro di me. Da una vita centrifuga ad una centripeta; il punto è che l’estate è un tempo estremo che ricorda alcuni luoghi estremi come il carcere, l’ospedale, luoghi in cui il tempo è dilatato e si vive essenzialmente della compagnia dell’amico più sconosciuto e inquietante, se stessi. [Continua »]