What’s the matter? E tu, di che materiale sei?

Conosco degli uomini che sono proprio “legnosi”. Altri sono di plastica, finti. Diversi da quelli di gomma, a cui tutto rimbalza addosso. In genere hanno anche la faccia di bronzo. Non necessariamente questi ultimi hanno il cuore di pietra, né hanno segatura nel cervello per cui fanno progetti che sono castelli di carta. Il cuore può anche essere di burro, se è per questo, mentre altri sono rigidi come il ferro o duri come l’acciaio. A Roma poi ce ne sono molti che sono “de coccio” e poi c’era Tayllerand, che secondo Napoleone era un calzino di seta, pieno di merda. Siamo tutti fatti “di” qualcosa, e a volta c’è un materiale che ci contraddistingue, e innanzitutto siamo “fatti di… mamma e papà”; quale dei due prevale in me? Ah, boh.. what’s the matter with me? Quale è il mio “matter”, materiale, cioè “problema”? [Continua »]


Dopo cinque anni dall’ambizioso e sfortunato Adam Resurrected (2008) Paul Schrader torna deitro la macchina da presa presentando alla Mostra di Venezia il suo ultimo The Canyons, film low-budget scritto di Bret Easton Ellis e già uscito nelle sale americane la scorsa estate. Autore di una generazione gloriosa, quella del grande cinema americano degli anni settanta (tanto per capire stiamo parlando dello sceneggiatore di tanti capolavori di Scorsese e De Palma), Schrader si conferma autore al passo con i tempi, proponendo in modo impetuoso la propria visione teorica sulla morte del cinema. Il film si apre e si chiude proprio con immagini di sale cinematografiche chiuse, intervallate nei titoli di coda da istantanee di interni dismessi. L’autore ci avvisa in partenza che il suo sarà un film teorico, mettendoci in mostra il suo personale museo dei cinema, inquietante presagio di morte della settima arte. Le immagini iniziali si profilano quindi come compendio ideale agli spettatori addormentati dentro la sala nella prima scena di Holy Motors (2012) di Leos Carax.
Come dire, evitando banalità e luoghi comuni, i nostri stupori, le nostre angosce, le domande inespresse, le giornate grigie e il chiarore che illumina d’improvviso la comprensione di sé, e tanta parte ancora di ciò che abita i nostri giorni? Marino Magliani e Giacomo Sartori propongono l’antica (e nella nostra narrativa contemporanea un po’ desueta) forma delle storie di animali, attualizzandone l’attitudine a rappresentare lacerti della condizione umana attraverso un’assai discreta opera di antropomorfizzazione. In Zoo a due (di recente uscito presso Perdisapop), i due autori adunano un variegato bestiario in sedici racconti, due serie consecutive di Sartori, intercalati da due storie più lunghe di Magliani. Quasi i due autori si fossero intesi al riguardo, nell’intera raccolta non c’è traccia di condiscendenza verso la condizione animale.
Ma voi, d’estate, cosa fate?