Intervista a Bugo
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Bugo ha risposto alle domande sulla spiritualità presente nell’ultimo disco “Nuovi Rimedi Per la Miopia” e in tutta la sua discografia. Nell’intervista che segue la tensione religiosa e i dubbi di un artista.
“Vorrei avere un dio” dieci anni fa segnò l’inizio della tua ricerca musicale di Dio. Mi pare, ascoltando il nuovo album “Nuovi Rimedi Per La Miopia”, che continui a non avere certezze nei riguardi del Signore. Sei inquieto, non lo hai ancora trovato e non ti stanchi mai di cercarlo…
È vero, non ho certezze. Vivo questo legame che non so esattamente da dove arrivi. Sarà che ho frequentato le scuole dei preti quando ero alle elementari, sarà che sono italiano e che quindi, avendo il Vaticano così vicino, non posso fare a meno di confrontarmi con la religione. E’ un confronto poco sereno, come tu hai notato. Non mi ritengo un uomo di fede, ho sempre pensato che chi crede è sereno appunto perché ha la certezza. Io non riesco ad avere questa certezza, capita piuttosto che ci sono momenti che per qualche ragione devo trattare il mio rapporto con la religione. Diventa quasi un ossessione che devo affrontare nel modo più diretto possibile. Vedi per me la religione ha diversi punti di interesse: religione come mistero della vita e della morte, religione come forma di violenza e controllo sui popoli, religione come slancio verso il trascendente e l’infinito. Io analizzo queste dinamiche , che includono ovviamente il mio rapporto critico con il Signore. [Continua »]


Si parte con una pagina da La traccia dell’angelo, ultimo romanzo di Stefano Benni. Colpisce la scelta dei nomi dei personaggi, l’origine mitologica che fa da anticamera alla discesa di Morfeo in un inferno tutto personale, il tunnel della depressione. Diceva non sono depresso: ma aveva la paura di chi cammina sul ciglio di un burrone di cui non si vede il fondo. Anche gli inferi, in queste pagine, hanno una dimensione loro, tutta particolare: era un inferno assai diverso da quelli pittorici, una costruzione bianca, alta, enorme, con bruttissime statue nel giardino.
Mi è capitato, di recente, di leggere, inevitabilmente, il romanzo di mio fratello Antonio “L’America non esiste”, ottima seconda prova dopo il già buon esordio narrativo di “Assoluzione”. La prima cosa che sono andato a leggere sono stati i “Ringraziamenti” posti al termine del romanzo, pensavo di cavarmela in poco tempo e invece mi sono imbattuto in 4 pagine di testo! Da qui è scaturita una riflessione: ma questo romanzo, ma tutti i romanzi (ma anche i film e le altre opere d’arte) sono di un autore soltanto, come atto geniale solitario, oppure sono di tanti, centomila, piccoli autori? Penso a questo romanzo, con quella foto in copertina sull’orgogliosa guglia dell’Empire, il grattacielo simbolo della metropoli americana, ma anche con quelle 4 pagine che danno a ciascuno il suo, riconoscendo il debito che ogni artista sa di avere nei confronti di chi ha incontrato lungo il suo cammino creativo. Ma penso anche ai titoli di coda dei film, la parte più commovente, quella che non interessa a nessuno (la gente si alza e se ne va dal cinema mentre ancora scorrono, lunghissimi) tranne a chi invece fa parte di quella lunga lista. Ma penso anche ad alcune tra le grandi opere della letteratura di tutti i tempi: l’Iliade, l’Odissea, le ballate di Robin Hood, il Kalevala, i racconti della Tavola Rotonda, le Mille e una notte, il Mahabarata, la Bibbia… non c’è UN autore di questi testi, ma sono frutto di un lavoro secolare di interi popoli. Un critico è autore di un gesto, quello critico, del tutto “solitario”, ma un artista deve riconoscere (e ringraziare) che la sua opera l’ha generata perchè l’ha ricevuta, perchè lui è la foce di un fiume che attinge acqua da mille affluenti. Mi viene in mente quindi la battuta del solito Chesterton:
Quando penso al su, tengo un dito puntato al cielo ed un occhio rivolto ai lacci delle scarpe; inevitabilmente finisco per tracciare una linea a mezz’aria, un’asticella invisibile che separa il mondo in due parti. Semplificando al massimo mi verrebbe da dire che alcune cose stanno su, altre stanno giù. Per scelta o per imposizione. Per vocazione. Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante di Calvino, sceglie di salire sugli alberi, dove inizia la sua nuova vita; la giraffa ha compreso pian piano che deve allungare il collo se non vuole soffrire il digiuno; i fratelli Montgolfier hanno donato all’uomo un mezzo per guardare le nuvole da vicino.