Ci perdiamo quando fuggiamo via?
Mohammad Asaf Soltanzade, nato a Kabul nel 1964, ha studiato al liceo francese Esteqlal. Ha lasciato il suo paese nel 1985 per il Pakistan prima e l’Iran dopo. Qui viene scoperto da Hushang Golshiri, una delle figure maggiori della letteratura persiana contemporanea e, grazie a lui, nel 2000 pubblica a Teheran la sua prima raccolta di racconti, poi tradotta in francese e in italiano nel 2002 col titolo di Perduti nella fuga. Nella sua vita ha fatto di tutto: diplomato in farmacologia a Kabul, ha lavorato come muratore, operaio, panettiere e sarto. Nel suo esilio iraniano ha scritto anche quattro opere teatrali che sono state rappresentate solo in teatri di provincia. Si è anche dedicato alla scrittura di sceneggiature per il cinema. La sua insomma è una passione a tutto campo per la scrittura. Attualmente vive in Danimarca.
Perduti nella fuga raccoglie otto racconti accomunati da un clima di fuga e spaesamento surreale che è il frutto del caos provocato dall’invasione sovietica. Il volume si apre col racconto di ispirazione autobiografica che dà il titolo alla raccolta. Racconta di un profugo afghano a Teheran che [Continua »]
Remy vuol diventare cuoco, ma la sua famiglia non è assolutamente d’accordo. Come se non bastasse, un altro dettaglio ostacola il suo progetto: Remy è un ratto. Il protagonista di Ratatouille, film d’animazione della Pixar del 2007, ha un talento, un desiderio, un progetto; vive anche in un contesto nel quale si sente via via sempre più estraneo (e che – reciprocamente – lo vede “strano”); percepisce che la strada verso l’affermazione di sé lo porta lontano dal sistema nel quale è nato. Ma anche quando intraprende questo percorso di affermazione, un secondo sistema lo ostacola: quello degli uomini, dei cuochi, dei ristoranti.
Flannery O’Connor il 4 maggio 1963 scrisse a suor Mariella Gable in maniera assolutamente inequivocabile: I can’t write about anything subtle . Dichiarava così di non poter scegliere come argomento della sua narrativa nulla che fosse sottile, vago, impercettibile. La concretezza e il legame con la materia che cade sotto i sensi caratterizzano infatti la sua ispirazione. Un’immagine realistica della O’Connor è quella che lei stessa dipinse in una lettera del 17 gennaio 1956. Si tratta di un ricordo biografico dagli echi biblici: «Tutto voglio fuorché essere un angelo, per quanto da un po’ di tempo a questa parte i miei rapporti con loro sono migliorati. Prima non ci rivolgevamo nemmeno la parola. […] Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa. È impossibile far male a un angelo ma mi sarei accontentata di sapere che gli avevo insozzato le piume, perché è
La grotta azzurra è una prosa poetica di Roberto Mussapi che sulle pagine de Il Sole 24ore il critico Giovanni Pacchiano ha recentemente segnalato come uno dei gioielli della letteratura italiana degli ultimi dieci anni. Protagonista di questo racconto definito dall’autore “un poema teatrale in versi, dominato dal suono dell’acqua”, è una ragazza addetta alla pulizia e al presidio di un bagno pubblico sull’autostrada.
Di Gipi, Gian Alfonso Pacinotti all’anagrafe, avevo già letto il pluripremiato “Appunti per una storia di guerra” e “Questa è la stanza” (entrambi Coconino Press) e tanto era bastato per farmelo considerare il migliore della nuova generazione di autori di fumetti italiani. Un tratto personalissimo (una vignetta di GIPI la riconoscerei a 10km di distanza), un’incredibile immediatezza comunicativa, una magica capacità di fare disegni “maleducati” ma pienamente appaganti sul piano estetico. Tutte grandi qualità che avevo già riconosciuto, ma nessuna scintilla. Nessun brivido.