di
Tiziana Debernardi -
pubblicato il 26 Maggio 2021
È “divertente” indugiare tautologicamente su questo concetto: è complicato parlare di complessità…
Siamo abituati ad usare come sinonimi questi due aggettivi, complicato e complesso, eppure esistono delle piccole ma precise sfumature linguistiche. I due participi passati hanno derivazioni diverse: complicato, dal latino cum + plicare, ovvero ‘piegare’; complesso, dal latino cum + plecti (plector), ossia complecti, ‘abbracciare, comprendere’.
Visivamente restituiscono entrambi un’immagine di “chiusura” che si riverbera in tonalità di significato che vanno dall’oscuro, profondo al molteplice, composito.
Carlo Emilio Gadda lo fa spiegare (appunto) molto bene al commissario Francesco Ingravallo (Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana):
[…] Sosteneva, fra l’altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l’effetto che dir si voglia d’un unico motivo, d’una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L’opinione che bisognasse «riformare in noi il senso della categoria di causa» quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi […] La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l’effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata «ragione del mondo». Come si storce il collo a un pollo. […]
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