Viaggio attraverso l’Eneide X

Il canto si apre con il concilio degli dei sull’Olimpo, sotto la presidenza di Giove, il quale, dolendosi della guerra scatenata tra Italici e Troiani, rivolge un invito, mirato a Giunone, a desistere dalle ire. Risponde Venere, rammaricandosi per la guerra che minaccia i Troiani, mentre Aeneas ignarus abest: ignarus et absit (v. 85), pur dopo tante assicurazioni divine sul destino che attende lui e i suoi compagni in Italia. Ella ricorda tutte le azioni a loro ostili provocate da Giunone e prega Giove che almeno Ascanio sia salvo. Giunone replica vivamente adirata. Ella getta su Enea la colpa di essersi allontanato dal campo, grida che i Latini hanno tutte le ragioni di difendere la loro terra contro gli invasori,  e conclude col dire che la causa delle sventure troiane è stata proprio Venere, che ha provocato, con l’oltraggio di Paride a Menelao, la guerra degli Achei contro Troia. [Continua »]


Traversate

Ho il piacere di segnalare l’uscita di:

François VARILLON, Traversate di un credente, Milano, Jaca Book, 2008
(con un saggio introduttivo di Quentin Dupont S.I. e Antonio Spadaro S.I.)

François Varillon, gesuita, uomo di grande cultura, nel quale teologia e poesia, filosofia e musica, mistica e impegno di vita si rispondono a vicenda, ha segnato in maniera duratura generazioni di cristiani grazie alla pedagogia e alla densità del suo modo di considerare il mistero cristiano. La sua scrittura è caratterizzata da un’intensa vitalità, espressione radicale di un modo di essere nel mondo segnato dall’ottimismo cristiano, capace di amare la realtà e la vita per quello che sono, in se stesse. Le pennellate di Varillon e la sua prosa guizzante fanno comprendere ciò che egli stesso ha dichiarato: «Vivo più di intuizione che di intelligenza», cioè quella che «I filosofi denominano l’Intuizione e i poeti il Lampo». E questo lampo illumina la realtà. Uno degli effetti più sorprendenti e attuali della visione di Varillon è infatti la sua capacità di valorizzazione di tutto ciò che è umano.

Varillon illustra la profondità del suo pensiero con citazioni e narrazioni illuminanti, convogliando la sua passione per la letteratura, la musica e la pittura in una tensione [Continua »]


Terra e sottoterra

Quando penso alla terra penso innanzitutto a una manciata di terra, alla terra marrone scuro. Precisamente color “terra di Siena bruciata“. Da ragazzino dipingevo a tempera e ad olio. Mi colpiva molto questo nome: color terra innanzitutto. Ma non si poteva dire semplicemente “marrone”? Non ho mai capito bene che tipo di colore sia il marrone. Non ho neanche capito se mi piace o no. Devo constatare che in questo momento indosso un maglione marrone. Certo dire “color terra” è molto evocativo, come fosse evocativo di una cosa che tutti sanno e che nessuno ormai vede, se non [Continua »]


Intervista ad Alberto Castelvecchi, artigiano del talento.

Ore 17:00.
5 giugno 2007, mezz’ora dall’intervista: sono teso, lo confesso. Per uno come me, che ha trascorso perte della propria giovinezza inviando manoscritti a piccoli e grandi editori e che è passato da poco dal ruolo di “aspirante scrittore” a quello di “esordiente sconosciuto”, Alberto Castelvecchi è un po’ un mito e non fare una bella figura mi dispiacerebbe sul serio. Per tranquillizzarmi ho fatto un giro di telefonate ad alcuni amici e conoscenti, ricavandone i seguenti consigli: “vai facile, basta lasciarlo parlare”; “sta attento, se lo lasci parlare non lo fermi più”; “chiedigli perché veste sempre di nero”.
Quello che so di lui è: 1. che è un personaggio chiave della piccola editoria italiana di qualità (come editore è attivo “soltanto” dal 1993, ma molti non esitano a definirlo “storico”); 2. ha una aneddotica alla spalle da fare invidia a Teo Teocoli (si va dall’identità di uno degli autori più richiesto del catalogo Castelvecchi, il fantomatico reverendo William Cooper con il suo “Sesso estremo”, all’occupazione della sede della sua casa editrice da un presidio antifascista dopo la pubblicazione del libro “Centri sociali di destra” di Domenico Di Tullio); 3. anche i suoi detrattori, quelli che lo definiscono “editore corsaro”, sono costretti a premettere almeno mezza pagina di “sebbene” alla loro critica. Insomma: se non riesco a cavare qualcosa di davvero interessante da un personaggio così, la colpa non può che essere mia. Se questo non bastasse, sono attrezzato con un registratore digitale Samsung preso in prestito e non sono per nulla certo di saperlo usare. Ho passato il pomeriggio in un Bar a trenta metri da via Isonzo (sede dell’Editore) a registrare provini e, detto tra noi, credo di essere andato via senza pagare il caffè. [Continua »]


Transumananze

Cosa significa per l’uomo mutare? L’uomo abita il mutamento come una potenza che gli è in qualche modo esterna? O, al contrario, il mutamento è la condizione nella quale l’uomo abita il mondo? La filosofia occidentale ha pensato l’uomo come l’essere non ancora stabilizzato (Nietzsche), come l’essere che fuoriesce dal ciclo della natura (Heidegger) o come l’essere che è nascita continua (Arendt). Se l’individuo è ciò che fuoriesce o ciò che nasce continuamente al mondo con l’agire, allora l’umano è essenzialmente progetto, sfida, possibilità, rischio.

Ma c’è ancora un modo più radicale di pensare il mutamento, un mutamento che coinvolge pervade e sconvolge la fibra stessa dell’umano a livello psicologico, biologico, cosmologico. Ivan Nicoletto, monaco all’Eremo di Camaldoli, esplora questa catena di rotture, tanto da arrivare a parlare di “trans-umananze”, a tematizzare un “umano che, come tutta la creazione, è un cantiere aperto, inconcluso, animato da un’insoluta tensione interrogante e immaginante”. Come si manifesta allora il cambiamento? [Continua »]



La città degli uomini

«Ciao, caro Raldo, sono tuo studenti Hafiz, nato Kabul, 1987, afganista, una paeizi numeroze lunga storia…». Comincia così questo splendido libro di Eraldo Affinati che non si sa bene come classificare. Un romanzo? Certo, una storia c’è. Eppure dietro ogni riga, dietro ogni singola parola, si avverte la corposità dell’esperienza. Un racconto autobiografico? Certo, eppure è molto di più: si direbbe che Affinati abbia convogliato anni d’insegnamento nell’alambicco della scrittura per distillarne queste pagine, forti e infuocate come la migliore acquavite. Pagine che ubriacano di lucida passione per la realtà, perché è amore guadagnato con fatica: desiderato, voluto, combattuto e solo alla fine conquistato.
La città dei ragazzi ne racconta tante, di storie. Ci sono Shafa e Fazil, saliti su un aereo dal Corno d’Africa, c’è Petrit che è scappato da Valona, Sardar che è stato in un carcere turco, Peppino che la legge ha allontanato dalla madre, Costantin di sedici anni, intelligenza superiore e ambizioni smodate; e poi Zoltan, Mihai, Karim, Andrej, Khuda… [Continua »]