Intervista a Lia Levi
» Scarica la puntata in formato .mp4
A Trastevere, nel cuore di Roma, BombaTv è stata accolta da Lia Levi nella sua casa. L’intervista si è trasformata ben presto in una conversazione tra amici ai quali la scrittrice ha mostrato le fotografie della sua famiglia e ha raccontato la genesi dei suoi libri, frutto quasi tutti dei suoi ricordi da bambina.
Un’infanzia vissuta tra le leggi razziali contro gli ebrei, a cavallo della Seconda guerra mondiale. Un’infanzia come quella di tanti bambini che scoprono di avere delle radici religiose e culturali che fanno parte della loro pelle e alle quali non si può voltare le spalle.
Lia Levi è nata nel 1931 a Pisa. Di famiglia piemontese, da piccola si è trasferita a Roma, dove vive ancora oggi. Scrittrice e giornalista è autrice di numerosi libri per adulti (tra i quali Ogni giorno di tua vita, L’albergo delle Magnolie, Quasi un’estate, Se va via il re) e per ragazzi (come Che cos’è l’antisemitismo, La portinaia Apollonia, Giovanna e i suoi re, Fontane e bugie). Con Una bambina e basta ha vinto il premio “Elsa Morante opera prima” nel 1994.
Ha fondato e diretto per trent’anni “Shalom”, il mensile della comunità ebraica.
Davide Sparti, professore associato all’Università degli studi di Siena, ha appena pubblicato due libri (bellissimi) sul jazz: “Musica in nero. Il campo discorsivo del jazz” (Bollati Boringhieri) e “Il corpo sonoro. Oralità e scrittura nel jazz” (Il Mulino). Abbiamo posto al professor Sparti alcune domande scaturite dalla lettura dei suoi testi.
Adoro la cucina. È sempre stato così, fin dalla più tenera età quando chiedevo elettrodomestici in miniatura per giocare. La cucina è parte di me. Anzi io sono una cucina. Ricordo esattamente tutte le cucine che ho avuto nelle case dove ho abitato, me ne ricordo l’arredamento, la posizione rispetto alle altre stanze, le dimensioni, le emozioni, i profumi, gli odori, i colori, le piastrelle, gli elettrodomestici. La cucina della mia infanzia lunga e stretta, poco più di un budello, quelle delle mie nonne così diverse, quella della zia, quella della casa della mia migliore amica dove si sperimentavano ricette improbabili in assenza di sua madre e dove mangiai la torta più buona della mia vita. Mano a mano che il benessere della famiglia cresceva anche la dimensione della cucina aumentava.
Il mio sguardo si posa su una pagina completamente bianca e nella mente si fa strada un semplice pensiero: per uno scrittore e per una scrittrice il contatto con quella pagina è l’affascinante esperienza di un inizio. In tale esperienza si mescolano emozioni diverse: l’attesa della prima parola, la paura di sbagliare, la speranza di una promessa dettata dall’intuizione, il bisogno di scegliere la strada giusta, attraverso un groviglio di ricordi, immagini di istanti da ricomporre, pagine di libri e di versi incontrati in tempi diversi, i sogni, l’urgenza di non perdere di vista il senso e le impressioni di un momento. Ma l’occhio della mente va oltre la vuota pagina bianca lasciando liberi i pensieri e, nel groviglio dei concetti ancora inespressi, domina su tutti il sentimento della possibilità: il trovarsi nell’istante in cui niente è ancora definito, dove si è pronti a scegliere una tra molteplici direzioni, una tra innumerevoli parole, una tra tutte le possibili modalità per continuare. 