Perchè la pelle diventa blu e l’uso del ketchup (sull’editoriale)
Sai Antonio? Il tuo editoriale fa venire i brividi. Ancora ora. Dopo un paio di giorni.
Però… però: senti che scrivi. Scrivi che il grigio è grigio e il rosa è rosa, e ok, come no?, e che “la mano rosa, per prendere quella cosa grigia, deve adeguarsi alla sua forma”. Non c’è che dire. Ma la mano si “adegua” non è che si fonde, che si confonde. Si conforma, sì, prende la forma che gli serve (è fatta apposta! come nelle scimmie) per agguantare quella cosa, la caffettiera. La mano si adatta, certo, ma non puoi dire che perda la sua forma… se mai la modifica, momentaneamente, secondo necessità, per un po’, quel tanto. Insomma, non ho capito perchè per difendere i colori attacchi la forma.
E poi dici: “Persino due corpi nudi che si avvicinano restano di un rosa o di un nero o di un altro colore diverso”. Sei sicuro? Per esempio: anche negli animali funziona così? Quelli che diventano verdi perchè stanno su una foglia verde, o beige perchè sono sulla sabbia o marroni nel fango… non è la stessa cosa della forma della mano, non si confondono anche loro nel colore?
“E, se non basta il colore, la differenza è data anche dall’ombra dell’uno sull’altro che produce contrasto.”, dici. Nell’esempio che hai fatto, quello dei corpi, mi sa che non è vero. [Continua »]
Quando si parla di colori si finisce per trattare, prima o poi, anche dei fiori: tema capitale della poesia che però riesce difficilmente a interessare ancora il lettore contemporaneo. Per uno sguardo conquistato, suo malgrado, dall’invasità del male, la bellezza di una corolla, così inutile e indifesa, passa in second’ordine. In Tempi brutti per la poesia Brecht proclama il suo entusiasmo per il melo in fiore, ma solo i proclami di Hitler lo spingono a impugnare la penna; avrebbe voluto scrivere di quel bianco vivo e supremo ma trovava quasi offensivo dedicarvi attenzione mentre l’Imbianchino – come soprannominava il dittatore – annullava tutte le opinioni attraverso metodiche, inarrestabili pennellate di retorica. I colori scomparivano dal suo mondo, annullati dall’uniformità dell’ideologia.
LA STANZA DEL FIGLIO
Il colore per eccellenza è quello che si distingue, che segna una discontinuità, una frattura.
Il tema del rapporto tra l’autore e il lettore è interpretato in modo originale nella poesia di Margherita Guidacci, All’ipotetico lettore, tratta dalla raccolta Anelli del tempo: colui che scrive mette con fiducia la sua anima tra le mani del lettore e chiede a lui di diventare il nido in cui possa riposare serena.
Provo a riflettere sulla “realtà” non come essa mi appare e la percepisco, ma come la descrive quel ramo della fisica che studia i fenomeni luminosi, l’ottica. Quest’ultima definisce un determinato colore come un’onda radio-magnetica che possiede una determinata frequenza e lunghezza d’onda (parole di un mio collega di scienze). Ora, sappiamo che quando la luce investe un oggetto, se questo ci appare bianco, significa che riflette tutte le onde luminose il cui fascio costituisce la luce, se risulta nero significa che le assorbe tutte (come fosse in una stanza buia), se ci sembra, ad esempio rosso, significa che il rosso è proprio l’onda riflessa: Cioè, dico io, il colore che noi vediamo è proprio ciò che non appartiene alla cosa. IL COLORE ESPRIME UN TIPO DI MANCANZA DELLA COSA. Ontologicamnte esprime una precisa mancanza.