Lui

Sì è vero! – Sono nervosa, spaventosamente nervosa – lo sono sempre stata – ma perché volete pretendere che io sia pazza? Tutto quello che ho visto, provato, ricordato, è successo veramente, non è che me lo sia inventato di sana pianta. Io non sono neanche una persona violenta, voi non lo potete sapere perché non mi conoscete, ma provate a chiamare – non so – Anna Meis, è una vecchia amica, lei ve lo può dire, che non mi arrabbio mai. Ancora meglio, la mia vicina di casa, la signora Gertrude, sa tutto quello che ho passato, sentite lei. Tutti mi daranno ragione, capiranno. Davvero, so quello che sembra, ma voi non conoscete la storia dall’inizio, per questo gli date ragione, ne fate addirittura la vittima.  Si, perché non è che sia iniziata con mio marito – il mio ex marito, grazie a Dio – e non è che io sia nata nervosa, certo. Però cercate di capire, una ci diventa, quando viene trattata come hanno trattato me, sin da ragazzina.

Non fa piacere sentirsi ridere in faccia ed essere chiamata “cicciona” o “topo” – per i denti – o “secchiona” o “deficiente” – perché a ricreazione stai al banco e leggi, perché sei timida e non sai come parlare con gli altri. Non è carino e non è che sia la sola che vi può raccontare di queste cose, però è per farvi capire. Cominci a pensare che sia vero quello che ti dicono, ti ci senti proprio e lo sai che a tutti fanno schifo i topi – compresa a te – e che a nessuno piacciono le ciccione, che quando sei così non la troverai mai una persona che ti possa amare.  Ci speri ancora, eh, però diciamo che l’asticella si abbassa, ti accontenteresti di qualunque cosa, di chiunque. Non fa piacere essere soli così, ti vengono brutti pensieri in mente perché non hai altro da fare che pensare male. [Continua »]


Mondi (in)comprensibili

Questa è la mia lettera al Mondo / Che non scrisse mai a Me.

È con l’immagine di una lettera senza risposta, che Emily Dickinson sceglie di rappresentare la distanza che sente tre sé e la realtà. Una poetessa che cerca di comprendere il mondo attraverso le parole. Un mondo che si nega, che chiude ad ogni possibilità di comunicazione. In questi due versi Dickinson condensa tutta la sua solitudine, il suo sentirsi ignorata in un dialogo fondamentale come quello con il reale. Forse, semplicemente, Emily e il Mondo parlano “lingue” diverse.

Il modo in cui comunichiamo è da sempre la chiave di volta del nostro rapporto con ciò che ci circonda. Il linguaggio è uno strumento, più che utile, necessario per comprendere la realtà: nel trovarci di fronte qualcosa di nuovo, iniziamo a conoscerlo quando gli diamo un nome, lo rendiamo identificabile e quindi comunicabile. Non è un caso che in molti racconti della Creazione sia l’uomo a dare nome al creato – come nel caso di Adamo – o perfino che la realtà prenda forma nel momento in cui l’essere umano la nomina.

Un esempio più immediato di questo bisogno di “dare un nome” è quello dei toponimi. Sarebbe quasi impossibile definire il nostro muoverci nel mondo, se non avessimo un nome per ogni luogo da cui proveniamo, che attraversiamo o verso cui siamo diretti. Ma in base a cosa scegliamo questi nomi?

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[Report] Officina di ottobre 2021

Valerio

L’icona del “voi siete qui” tenta di rispondere alla domanda “dove siamo?” e ha la funzione di individuare un soggetto in una mappa. Si tratta, dunque, di una rappresentazione del rapporto tra soggetto e spazio.

A partire da questo presupposto, iniziamo con l’affrontare il tema dal versante del soggetto rappresentato. Durante un’intervista al David Letterman Show, un disorientato Joaquin Phoenix appare assolutamente remissivo e impenetrabile. Joaquin ha deciso di abbandonare la carriera d’attore e non sembra molto presente a se stesso, tanto che alla fine Letterman lo saluta dicendo “Grazie di NON essere stato qui stasera”.

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Come accedere alle Officine

Circa venti mesi dopo l’ultima Officina dal vivo, siamo finalmente pronti per ripartire. Siamo emozionati e forse anche un po’ impreparati a questa ripresa: c’è gran voglia di ricominciare a vedersi fisicamente e l’incertezza di chi deve adattare un vecchio stile di vita e di lavoro a nuove condizioni.

Ecco quindi alcune informazioni per la prima Officina del ciclo 2021-22, dal titolo “Voi siete qui“, all’interno del tema dell’anno “Orientarsi nel mondo“. Presumibilmente, queste indicazioni rimarranno valide anche per il resto dell’anno.

La sede rimane quella solita di via Panama 13 (Roma). L’ambiente è molto spazioso e permette di mantenere la capienza cui siamo abituati rispettando allo stesso tempo la necessità del distanziamento.

L’orario cambia: l’Officina non durerà più tutta la giornata ma si svolgerà in un’unica sessione pomeridiana a partire dalle ore 15. Abbiamo sacrificato il pranzo insieme (con la relativa immancabile pizza) un po’ per la necessità di ricominciare da una formula più snella e un po’ per il rispetto delle norme Covid.

Per l’accesso alla sala, come da normativa vigente, sarà necessaria l’esibizione del Green Pass* (e di un documento di identità per la relativa verifica) e occorrerà indossare la mascherina.

Come sempre l’ingresso è libero e gratuito e non occorre prenotazione.

A presto!


*Aggiornamento: in ossequio alla normativa vigente, il tipo di Green Pass necessario per l’accesso è quello “rafforzato”.


Voi siete qui

Credo che a ogni persona sia capitato, almeno una volta nella vita, di smarrirsi nelle vie di una città sconosciuta o nelle stanze di un grande museo, durante una passeggiata nella natura o nel mezzo dello shopping frenetico in un centro commerciale.  In questi casi, lo strumento principale per ritrovare se stessi è, generalmente, una buona cartina. E il punto che ci individua sulla cartina è corredato, quasi sempre, da un’etichetta che recita “voi siete qui”.

In tema di smarrimenti, un breve racconto di Jorge Luis Borges, I due re e i due labirinti, narra l’infelice sorte del sovrano di Babilonia, che, avendo riunito i suoi architetti e i suoi maghi, “comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventuravano a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva”. Qualche tempo dopo, trovandosi ad ospitare presso la propria corte un re arabo e volendo prendersi gioco di lui, lo fece entrare nel labirinto. Il sovrano arabo vagò per il labirinto fino a sera e solo con il soccorso divino fu in grado di trovare la via d’uscita. Offeso per l’ingiurioso trattamento ricevuto, il re arabo mosse guerra al regno di Babilonia, riuscendo infine a sconfiggere l’odiato nemico e a farlo prigioniero.

Lo legò su un veloce cammello e lo portò nel deserto. Andarono tre giorni, e gli disse: “Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi volesti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l’Onnipotente ha voluto ch’io ti mostrassi il mio dove non vi sono scale da salire, né porte da forzare, né faticosi corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo”.

Poi gli sciolse i legami e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove quegli morì di fame e di sete. [Continua »]


Dire l’addio

Una serie di cui solo recentemente l’audience occidentale è venuta a conoscenza e della quale è stata appena lanciata la terza stagione, è Shtisel: in essa si racconta, spesso a tinte ironiche, la vita quotidiana e pur atipica (per noi) di una famiglia haredìm nella Gerusalemme di oggi. Tra fallimentari tentativi di sposalizi, feste e celebrazioni, affetti e aspirazioni personali, scontri di genitori con figli (a tutti i livelli), rigore di vita, scorre un filo sottile di tenerezza che dà senso e tratteggia i caratteri di ogni singolo componente – quando lo si inquadra nella solitudine della sua stanza, lontano dalla vita comunitaria o anche solo familiare. C’è una scena in particolare che riflette questo sentire, che ha tutti i tratti di una profonda devozione: uno dei personaggi reagisce scandalizzato e disperato ad una rappresentazione della donna amata – fissata per l’eternità in un’immagine che ne lascia intravedere i capelli sciolti, cosa considerata assolutamente sconveniente per una fedele e per quella fedele nella fattispecie. Ma invece di distruggere il quadro o reagire furiosamente, come ci aspetteremmo dal tenore della scena e dalla storia del personaggio fino a quel momento, una volta placato si ferma, prende in mano un pennello e incomincia a rivestire con il colore quella parte scoperta, tingendola di azzurro come l’abito della donna, lasciando il resto del lavoro così com’è. [Continua »]


Cronache terrestri

“Chiunque stesse bussando alla porta non era intenzionato a smettere.”

Nell’incipit de I terrestri, Ray Bradbury introduce subito il tema peculiare del racconto: s’insisterà, costantemente, per svelare una realtà a chi verso di essa è cieco.

I nostri protagonisti hanno appena attraversato cento milioni di chilometri di vuoto cosmico su un razzo spaziale per giungere su Marte; i primissimi marziani che il capitano Williams e i tre uomini del suo equipaggio incontrano non sembrano capire la portata di quello che sta accadendo: i terrestri su Marte! Arrivati lì proprio dalla Terra! Eppure nessun nativo sembra emozionato o anche solo vagamente impressionato.

Solo dopo numerosi tentativi i terrestri, sempre più allibiti, vengono indirizzati in una stanza dove sono finalmente accolti con festeggiamenti e schiamazzi. Per sfortuna del nostro equipaggio però la stanza in cui si trovano è un manicomio.

Ma com’è stato possibile? I nostri protagonisti scoprono in quella stanza che i marziani folli sono in grado di proiettare le proprie allucinazioni all’esterno:

Verso mezzanotte tutti quanti nella sala erano lì a fare prodigi con fiammelle viola, a mutare e trasformarsi, perché la notte era il momento del cambiamento e della pena.

Il capitano prende consapevolezza che, se i marziani sono in grado di creare allucinazioni così reali, allora per i marziani che avevano incontrato fino a quel momento era stato naturale credere che egli potesse aver fatto lo stesso, rendendo il frutto della sua follia — il suo aspetto umano e perfino il suo equipaggio — visibile agli altri. Per loro, ciò che per lui era reale al di fuori della sua mente, era soltanto nella sua mente. [Continua »]