Cadmo e Armonia, musica etica poetica

Il ventisette aprile del 1673 a Parigi viene rappresentata, per la prima volta, la tragédie en musique di Jean-Baptiste Lully, Cadmus et Hermione. Il libretto dell’opera, scritto da Philippe Quinault, riprende il mito del fondatore di Tebe, Cadmo, e di Ermione, o Armònia, figlia di Ares e Afrodite, ispirandosi alla versione contenuta nelle Metamorfosi di Ovidio. Non possiamo dire se, in questa data, si sia verificato un incontro di biografie tra Lully e Leibniz. Le uniche certezze che possediamo riguardano la contemporanea presenza a Parigi di Leibniz e il riferimento critico che, nella Teodicea, rivolge all’opera. L’universo, sembra dirci Leibniz, non è l’abbagliante perfezione della corte del Re Sole – che sempre rischia di mutare nella dorata condanna di Mida – né il lieto canto delle arie di Cadmo ed Ermione, ma è anche attraversato dalla dissonanza, dall’imperfezione del male.

L’esempio musicale non sorprenderà quanti tengano ben presente la perfetta sintonia tra i differenti campi disciplinari, coltivati da Leibinz in una prospettiva unitaria e organica. Appare, infatti, impossibile ignorare il significato musicale che il concetto di ἁρμονία reca con sé sin dalle speculazioni cosmogoniche e cosmologiche della scuola pitagorica, che ricavava uno schema di interpretazione razionale dell’universo dalla scienza armonica, fondata sulla divisone aritmetica dell’unica corda dello strumento chiamato monòchordon. All’epoca di Leibniz, già nello studio dell’armonia era stato teorizzato l’uso delle cosiddette dissonanze, ampiamente praticate sin dagli inizi della polifonia. [Continua »]


Un esistere oltre noi stessi

Cosa succede quando si riduce la dimensione dell’esperienza a quella dell’esperimento? Ci si mette al sicuro, in primo luogo. Al riparo dalle perdite, dalle contaminazioni, dai rischi, dalle cadute, dalle ferite e dalla casualità che invece contraddistinguono la vita vera, agita, rispetto ad una vita immaginata o vissuta a distanza di sicurezza. A prima vista può sembrare che con questa mossa si possa vincere tutto senza perdere nulla, e invece il prezzo che si paga può essere più consistente del rischio che si voleva evitare. Nel saggio Elogio dell’amore. Intervista con Nicolas Truong, il filosofo Alain Badiou sostiene che il concetto di amore attualmente in vigore nella nostra società sia contraddistinto da una connotazione securitaria: come l’idea della “guerra a morte zero” dei conflitti della nostra epoca, così l’amore è oggi pensato e proposto come un esperimento più che come esperienza, come  un evento cioè reversibile, privo di rischi, calcolabile, ripetibile e seriale, in cui tutto è, proprio come in un laboratorio, perfettamente sotto controllo. Prova ne sarebbero gli slogan di alcune agenzie pubblicitarie per siti di incontri che promettono “l’amore senza l’innamoramento”, o “l’amore privo di rischi” ovvero senza quella caduta che la lingua inglese conserva perfettamente nell’espressione “to fall in love”.

Ciò che accomuna tanto l’amore securitario con l’idea della guerra a rischio zero è secondo Badiou la concezione per la quale viene eliminata la componente dell’esperienza, la quale è caratterizzata invece da un rischio intrinseco. Ciò che la visione securitaria dell’amore cerca di dimostrare è che il rischio che il soggetto corre nell’esperienza (in questo esempio dell’amore) sia inutile, anziché essere il rischio stesso l’elemento attraverso cui l’esperienza in quanto tale si dà.   [Continua »]


State contenti, umana gente, ‘al quia’

Decifrare i dati, legarli uno ad uno perché emerga un significato. Di alcuni di essi ci sembra di intravedere il senso, di altri non resta che un grande punto interrogativo. Dove sta scritto, però, che ogni arcano debba essere svelato, che ogni nodo debba essere sciolto, possibilmente prima dello scadere del tempo? Qui si tratta della vita, non delle condizioni sulla trasparenza di un contratto commerciale, qui tutto è più complicato. Ci sono alcuni autori della letteratura che ci richiamano al fatto che non tutto è da spiegare, ma tutto da comprendere, da mettere nello zaino e portarselo dietro per sempre come problema. Autori che, pur non negando un senso della storia, ci ricordano che occorre un tempo di svelamento, liberandoci da un’ansia di dimostrabilità immediata.

Federigo Tozzi, scrittore senese di cui quest’anno ricorrono i cento anni dalla morte, parla di misteriosi atti nostri. Misteriosi significa che qualcosa di insondabile li percorre come una vena d’acqua carsica. Non solo, dunque, il mistero abita quello che ci accade, ma perfino quello che agiamo – o pensiamo di agire – noi. Con le sue opere Tozzi ci ricorda proprio che le cose accadono spesso impreviste e insondabili. In Bestie, raccolta di prose brevi, ogni racconto è segnato dal far capolino – quasi a caso – di un animale: la voce narrante ci sta descrivendo una scena familiare, un paesaggio, una preoccupazione e improvvisamente, sotto la finestra di casa, passano degli agnelli che qualcuno porta a vendere al mercato. Oppure durante un litigio a tavola tra moglie e marito, proprio quando i due stanno per venire alle mani per la minestra non salata a dovere, una formica si infila nell’orlo del fiasco: bisogna mettere in salvo il vino e la lite svanisce. [Continua »]


Scelte

“O la borsa, o la vita!” minacciano il Gatto e la Volpe incappucciati, cercando di derubare il povero Pinocchio nella versione musical della fiaba. Il burattino, terrorizzato e preso alla sprovvista, risponde: “Quale borsa, quale vita!”

Di fronte ad un aut aut così improvviso e perentorio, l’unica risposta che Pinocchio ha è la confusione: in una situazione complicata in cui è in ballo la sua stessa vita, si ritrova senza scampo nell’impossibilità di scegliere. D’altronde, era giunto al “Campo dei Miracoli” con la cieca convinzione di essere sulla strada per cambiare definitivamente ogni cosa; poco prima che calassero le tenebre, nel crepuscolo della sera, cantava: “Questa notte è perfetta e cambia la vita mia”, sognando una vera e propria notte dei miracoli, per poi scontrarsi poco dopo con una realtà fatta di inganno, avarizia e crudeltà, in una situazione completamente estranea alla sua percezione del mondo.

Insomma, possiamo ben capire il suo totale spaesamento di fronte a una minaccia di morte; non è certo facile trovare la risposta giusta, la scelta migliore, sottoposti a una pressione del genere. Lo sa bene Sherlock Holmes quando, nella serie televisiva della BBC, si ritrova a dover scegliere tra la vita di John, il suo migliore amico e quella di suo fratello Mycroft: secondo le regole del gioco che i tre sono costretti a giocare, la scelta è e può essere solo binaria e per cinque lunghi minuti sembra non poter essere altro. [Continua »]


Ripartire dalle storie

Kung San Storyteller, 1947 (Nat Farbman)

Abbiamo bisogno di storie per salvarci in questo 2021. Nel 2020 hanno trionfato le statistiche e i decreti, le norme e le regole. Cose necessarie. Ma per salvarci abbiamo bisogno di esperienze, racconti e persino poesia. Per vivere e affrontare il dramma abbiamo bisogno di senso.

In mezzo a tanti auguri densi di retorica, di buoni propositi e di immancabili polemiche, lo spunto più illuminante – di certo non il primo – l’ho ricevuto da un tweet di Antonio Spadaro. Senza dubbio, l’anno appena trascorso è stato l’anno dei bollettini, di una comunicazione asettica e anestetizzata, dove i numeri si sono inevitabilmente sostituiti ai volti, mentre la narrazione degli eventi è stata affidata essenzialmente a curve e indici. Per interpretare la realtà abbiamo fatto ricorso al presenzialismo degli esperti, che, almeno nella maggioranza dei casi, hanno ceduto alle lusinghe televisive, andando ben oltre i confini delle loro competenze e, appunto, esperienze.

E tuttavia nessun bollettino, per quanto terribile, ha conservato la potenza e l’efficacia dell’immagine di una colonna di carri militari che attraversavano il centro di Bergamo con il loro nefasto carico. Perché in quella foto è compresa una storia, che va oltre il mero dato fattuale. Scriveva Saba in una delle sue Scorciatoie:

I fatti preesistono. Noi li scopriamo, vivendoli.

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L’angelo rosso (Gilbert Keith Chesterton)

Esistono per davvero esseri umani che pensano che le fiabe facciano male ai bambini. (…) Una signora mi ha scritto un’onestissima lettera in cui afferma che le fiabe, fossero pure vere, non dovrebbero comunque essere insegnate ai bambini. Sostiene che sia crudele raccontare loro le fiabe, perché li spaventano. Allo stesso modo allora potremmo considerare crudele il dare alle ragazze romanzi sentimentali, perché le fanno piangere.

Ogni discorso di questo tipo si basa su una completa dimenticanza di ciò che un bambino è, che è invece il solido fondamento di tanti programmi educativi. Se tieni lontani dai bambini orchi e folletti maligni, se li creeranno da soli. (…) Un bimbetto può immaginare mostri talmente grandi e talmente neri da non poter essere disegnati, e dare loro nomi talmente lugubri e cacofonici che non compaiono nemmeno nelle urla di un pazzo. Al bambino, tanto per cominciare, di solito piacciono gli orrori, ed egli continua a concederseli anche quando non gli piacciono più. È tanto difficile nel suo caso definire esattamente dove cominci il puro dolore, come lo è nel nostro quando entriamo di nostra spontanea volontà nella camera di tortura di una grande tragedia. La paura non nasce dalle fiabe: la paura nasce dall’universo dell’anima.

(…) Le fiabe, dunque, non hanno la colpa di infondere paura nei bambini, o qualunque forma di paura; non sono le fiabe a formare nei bambini il concetto del male o del brutto: esiste già, nel bambino, perché già esiste nel mondo. Non sono le fiabe a dare al bambino la sua prima idea di orco. Ciò che le fiabe gli danno è la prima idea chiara della possibile sconfitta dell’orco. Il bimbo ha conosciuto intimamente il drago fin da quando possiede l’immaginazione. Ciò che la fiaba gli offre è un san Giorgio che uccida il drago. [Continua »]


Enigmi

La figura del risolutore di enigmi sembra avere una fortuna intramontabile nella produzione letteraria (e includo nella definizione anche cinema e fumetti).

Non è sempre stato così, e nel sorgere delle fortune dei “detective” si può leggere la nascita di una fede (prima che fiducia) nella capacità umana di sbrogliare la matassa della complessità del mondo attraverso la sola razionalità.

Non è un caso che la principale figura di questo tipo, Sherlock Holmes, nasca in un contesto che vede il positivismo al massimo del suo splendore.

Sherlock e tutti i suoi epigoni possono differire per stile e metodologie, ma la questione alla fine è sempre quella: in quella situazione sembra non ci si capisca nulla, ma una mente allenata può fare luce. È un sogno ottimista sulle capacità umane. [Continua »]