Dinamica della stagnazione

In fin dei conti, se non fossi stato arrestato dalla polizia turca sarei stato arrestato dalla polizia greca. Non avevo scelta: potevo fare solo come mi diceva lui, Harper. È successo tutto per colpa sua.

Tokapi di Eric Ambler si apre con una giustificazione: nulla di ciò che leggeremo nelle pagine seguenti è stato voluto o deciso dal protagonista. Arthur Simpson è in balia degli eventi, della sfortuna, dei capricci di alcuni e degli abusi di altri – ed è, di conseguenza, innocente. Eppure il romanzo lo porta ad attraversare confini militarizzati, contrabbandare armi, mentire alla giustizia di (almeno) due paesi e partecipare in combutta con una gang internazionale a un furto clamoroso. È in maldestro equilibrio su una fune che oscilla pericolosamente, circondato da opzioni terribili e scelte tutte sbagliate.

Arthur vive suo malgrado un’avventura: un’avventura da cui vuole uscire prima possibile – ma pur sempre un’avventura. E ne uscirà, come si intuisce dalle prime righe del romanzo, in un modo assolutamente stupefacente: tale e quale a come era prima. [Continua »]


Una curiosità dell’anima

Che stai aspettando? Cosa ti aspetti dalla vita? Chi aspetti? Sono domande che ci hanno fatto o che ci siamo fatti almeno una volta nella vita. Passiamo moltissimo del nostro tempo ad aspettare qualcosa o qualcuno: l’autobus alla fermata, un amico che è in ritardo, il nostro turno allo sportello postale. Stiamo aspettando anche adesso che siamo relegati nelle nostre case, solo che è cambiato il nostro modo di aspettare.

Nel film Il mistero di Bellavista diretto da Luciano De Crescenzo l’attesa si configura come opportunità, occasione. Bellavista (Luciano De Crescenzo) e il marchese Filiberto Bonajuto di Pontecagnano (Riccardo Pazzaglia) si trovano a casa del marchese per prendere un caffè. Mentre aspettano che il caffè sia pronto i due hanno la possibilità di parlare:

MARCHESE — Professo’ i giovani di oggi sottovalutano l’attesa, la ritengono una perdita di tempo… e invece l’attesa è preziosa perché ci consente di parlare e quindi di conoscerci.

BELLAVISTA — Quindi secondo voi noi dovremmo essere grati alla caffettiera napoletana che ci mette più tempo per far scorrere il caffè.

MARCHESE — Ma certamente

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Sospensioni

Chissà quante volte abbiamo sentito ripetere nel corso della nostra vita scolastica questa frase. “Rimandati a settembre”. Il monito che lanciavano all’inizio di ogni anno i professori e che diventava l’incubo da cui fuggire durante i mesi trascorsi tra le mura di quell’edificio amato/odiato da milioni di studenti.

Chissà quante volte le nostre sorti o quelle dei nostri compagni di (dis)avventure sono state legate a questo filo. Quel filo che teneva sospesi i malcapitati nell’incertezza e che scombinava i piani estivi. Sarebbero riusciti a superare l’anno? Avrebbero ritrovato a settembre i compagni di sempre, i professori di sempre, la routine di sempre? Ed ecco che, prospettandosi la possibilità di stravolgere le certezze avute fino a quel momento, aveva inizio uno “studio matto e disperatissimo”: viaggi annullati e libri alla mano, si tenta il tutto per tutto per cercare di mantenere la propria stabilità e il proprio equilibrio.

Spesso la scuola ci parla di “sospensione”, un termine che, nell’accezione datagli, non amiamo poi tanto. La valutazione di un alunno può essere sospesa, come nel caso in cui si venga rimandati a settembre, oppure si può essere sospesi in seguito ad un evento non piacevole, ovvero allontanati dalla comunità e dalla frequenza delle lezioni per un periodo più o meno lungo a seconda della gravità di quanto accaduto. In entrambi i casi, ritroviamo alcuni elementi comuni: una situazione di partenza al di fuori di quanto normalmente accettato che genera un’interruzione delle proprie abitudini, la cui ripresa dipenderà dalle valutazioni effettuate da altri. [Continua »]


OpenLab – pt. 13: V. Hugo, Novantatré

Prosegue l’OpenLab nella sua versione virtuale, adatta al momento che stiamo vivendo e sperimentazione di un “modello” per la condivisione e il commento di un testo a distanza. Con questa puntata l’OpenLab si prende una piccola pausa, ma tornerà presto e – si spera – dal vivo.

Federico: Novantatré (Victor Hugo)

“Tu, cristiano, sei un infedele; tu, bretone, sei senza onore; sono stato affidato alla tua lealtà, e sono stato accolto dal tuo tradimento; tu dai la mia morte a coloro ai quali hai promesso la mia vita. Sai chi è il perdente, qui? Sei tu. Tu sottrai la mia vita al re e consegni la tua eternità al demonio. Su, commetti il tuo delitto, sono pronto. Vendi a basso prezzo la tua parte di paradiso. Grazie a te il diavolo vincerà; grazie a te le chiese cadranno; grazie a te i pagani continueranno a fondere le campane per farne cannoni e mitraglieranno gli uomini con ciò che salvava le anime. Nel momento in cui ti parlo, può darsi che la campana che ha suonato per il tuo battesimo uccida tua madre. Su, aiuta il demonio. Non fermarti. Sì, ho condannato tuo fratello, ma sappi che io sono uno strumento di Dio. Ah, tu giudichi i mezzi di Dio! Oseresti dunque giudicare la folgore che è in cielo? Disgraziato, sarà essa a giudicarti. Attento a quel che stai per fare. Sai almeno se sono in stato di grazia? No. Ma non te ne importa. Fa’ come vuoi. Sei libero di gettarmi all’inferno e di gettartici con me. Le nostre due dannazioni sono nelle tue mani. Davanti a Dio, il responsabile sarai tu. Siamo soli, e uno di fronte all’altro nell’abisso. Continua, termina, concludi. Io sono vecchio e tu sei giovane; io sono privo di armi, e tu armato; uccidimi”.

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BombaMag n. 2: In-attesa

Dopo il primo numero dedicato ad “Arte e quarantena”, esce oggi con il tema “In-attesa” BombaMag n. 2, ispirato dall’editoriale di Valerio De Felice.

Come stiamo vivendo questa condizione di sospensione? Cosa (ci) aspettiamo? Riflettiamo su queste e altre domande in 43 pagine di testi e immagini.

Potete scaricare la versione in alta risoluzione da 11MB oppure quella in bassa risoluzione da 1,8MB.

Buona lettura!


I rumori del silenzio

Il 33 giri da cui è tratto The sound of silence di Simon & Garfunkel si intitola Sounds of silence. Un plurale che passa quasi inosservato. Il silenzio non ha una definizione univoca o meglio è difficile da definire. Ma ciò che provoca ha una eco infinita, notevole. Quasi plurale.

Questa quarantena (chiamiamola così per convenzione) mi colpisce per il silenzio. Anzi, mi colpisce perché mi ha letteralmente costretto a concentrarmi sul silenzio. Lo sento, lo percepisco, lo vedo. In certi momenti mi stordisce, mi infastidisce, mi sovrasta. Non ci sono, non ci siamo abituati. Lego questa forte sensazione alla paura che domina questo momento: paura non voluta, non cercata, non sempre riconosciuta.

È di questi giorni la lettura online di un articolo firmato da Arabella Cifani su “Il Giornale dell’Arte” dove ho ritrovato paura e silenzio: la terribile piaga della peste dei primi decenni del XVII secolo a Torino e la sua rappresentazione artistica. Cito dall’articolo:

Nel 1627 i frati della Chiesa di San Francesco d’Assisi di Torino, con spirito profetico e gusto del funereo veramente molto torinese, fecero dipingere dal pittore Giovanni Battista Della Rovere (Torino, prima del 1604- Torino, 1631 circa) un cupo e spaventoso dipinto intitolato «Speculum humanæ vitæ». Il quadro, oggi al Museo Diocesano di Torino, è sempre stato ricordato dalle fonti storiche come presente nell’atrio del convento: una sorta di inquietante e beffardo benvenuto per i visitatori e i fedeli.

 

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In attesa

Il giovanotto che, nel colmo dell’estate, parte da Amburgo alla volta di Davon-Platz, per una visita di tre settimane presso il Sanatorio Internazionale Berghof, non immagina certamente che il proprio soggiorno si protrarrà per sette anni. E tuttavia Hans Castorp era stato avvisato, al suo arrivo, dal cugino Joachim:

“Ho capito. Tu pensi già di ritornartene a casa” rispose Joachim. “Aspetta, aspetta; sei appena arrivato. Certo, per noi quassù tre settimane non sono niente, ma per te che sei venuto in visita e conti di restare soltanto tre settimane, per te sono un cumulo di tempo. (…) Qui ti manipolano il tempo altrui come non puoi immaginare. Per loro tre settimane sono un giorno. Vedrai, tutte cose che avrai modo di imparare” disse, e aggiunse “Qui si mutano i propri concetti.”

Se Hans Castorp, sin dal principio de La montagna incantata, pensa di ritornarsene a casa, oggi la nostra vita è tutta sintetizzata in una frase che è al contempo slogan, consiglio, ammonimento, hastag, prescrizione normativa: “restiamo a casa”. Questa frase segna, in un sol colpo, il limite del nostro orizzonte spaziale e temporale, ridisegnando abitudini presenti e aspettative future. Restiamo in attesa, giorno dopo giorno, di bollettini sanitari, di provvedimenti governativi, di notizie confortanti sulla malattia, di decreti che prolunghino o sospendano questo stato di reclusione.

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