[Report] Officina di marzo 2018

Cristiano

Cristiano ha iniziato con un breve sondaggio sul senso della parola “passaggio”: è emersa una costellazione di significati molto ampia. Questi i termini proposti dal pubblico a ruota libera:

porta – p. di stato – Totti (il p. nel calcio) – p. di governo – scambio – cambiamento – luogo di p. – tempo di p. – passato – passare del tempo – epidemia – contagio – nomadi – tradizione – trasmissione

Durante la discussione si oscillava fra due poli fondamentali: il passaggio come momento transitorio (quindi fugace) e il passaggio come momento di transizione (quindi irrevocabile). Si è deciso per questo intervento (e per gran parte dell’officina) di concentrare l’attenzione sul primo polo, anche se durante tutta la giornata è emersa a più riprese una tensione fra i due estremi.

Il discorso è stato tripartito, secondo questo schema:

Luoghi di passaggio: come da editoriale, gli spazi della casa (la domus antica, il genkan orientale, l’ingresso contemporaneo) che non sono “fuori” pur non essendo propriamente “dentro”. Si è accennato al controverso tema dei non-luoghi, affrontato più apertamente in altre officine (utilizzando ad esempio il film The Terminal).

Bruce Davidson, 1980

Tempi di passaggio: rinviando ad altre date un discorso sul kairòs, si è accennato solo al tema della notte usando come esempio il film Tutto in una notte di John Landis. [Continua »]


Esercizio: passaggi

Questo post verrà aggiornato continuamente nei prossimi giorni (chi era presente all’Officina può mandare il proprio elaborato all’indirizzo comunicato in sede).

Durante l’Officina di marzo (sul tema “Passaggi”) è stato proposto un esercizio.

Sono state proiettate tre immagini-stimolo (senza titolo né spiegazione): è stato chiesto di sceglierne una e di scrivere una storia a partire da essa.

Queste le immagini:

1. Helen Levitt

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Passaggi

(Immagine: Lee Friedlander)

Poche parole hanno un senso tanto duplice in italiano quanto la parola “passaggio”. Nella sua accezione più comune, la natura propria di ciò che è di passaggio è il suo essere transitorio, quindi effimero, occasionale, a suo modo anche estraneo. Il passante è chi si trova in un determinato luogo per puro accidens: è lì, ma non deve essere lì – se non nella misura in cui quel luogo lo porta altrove.

Il passante è sconosciuto, non ha crediti da esigere né doveri cui rispondere, la regola cui è soggetto è innanzitutto quella del caso. Ma la qualità della sua estraneità è peculiare, sicché egli è straniero ma non nemico: l’altra regola che lo riguarda è infatti quella dell’ospitalità, che può avere secondo la tradizione un valore anche profondissimo. In certe culture nomadiche, l’incontro fra due gruppi di diverse tribù (che quindi sono “passanti” gli uni rispetto agli altri) è regolato da norme che prevedono la condivisione di un pasto o lo scambio altre cortesie prima che le rispettive strade si separino nuovamente. [Continua »]


L’arte, una forma di condivisione

Sul numero di febbraio 2018 de Le Frecce (magazine in omaggio sulle vetture di Trenitalia) è apparsa una lunga e bella intervista ad Antonio Spadaro in cui, tra l’altro, parla dell’esperienza di BombaCarta, eccone qua il testo:
La condivisione è un tema che ti sta particolarmente a cuore, come dimostra l’esperienza di BombaCarta, il laboratorio per idee che hai fondato 20 anni fa
Sì perché BombaCarta nasce da un’idea di ispirazione artistica come dono e, appunto, condivisione. Quando insegnavo a scuola, tirai per caso un cassetto fuori da una scrivania e vidi una poesia incisa nel legno. Mi resi conto del grande bisogno di espressione dei giovani, dissi “proviamo a tirar fuori questa energia” e proposi a un gruppo di ragazzi di incontrarci per imparare a leggere e scrivere nel senso più bello e completo del termine. E quella che pensavo fosse un’esperienza per pochi è diventata qualcosa di molto più grande, già al primo incontro si presentarono in 42. Da qui è nata un’avventura che continua fino ad ora e non si è mai interrotta.
Tutto il contrario dell’arte come genio e sregolatezza.
Già, molto spesso vince l’idea individualista dell’artista come personalità isolata da tutti gli altri. Invece BombaCarta ha percepito l’ispirazione artistica come qualcosa che si riceve e poi si condivide in un incontro che arricchisce tutti.
Arte quindi come comunione
E occasione per interrogarsi su temi di grande profondità. Perché mi sono reso conto che quelle domande, come l’esperienza morale e religiosa, che prima prendevano posto per connaturalità nelle chiese, si sono spostate, almeno in parte, proprio nel mondo artistico, nella musica, nella scrittura, nella poesia, nel teatro.


Riconoscimento

Eravamo rimasti a Luci della Città di Charlie Chaplin. La prima e l’ultima scena di questo capolavoro del cinema mostrano l’arcata sui cui è tesa tutta la vicenda del vagabondo e della ragazza cieca, il raggiungimento finale di quello che forse è il traguardo di ogni esistenza umana: il riconoscersi riconosciuti, e questo riconoscimento genera la riconoscenza. Come ha sottolineato Paolo Pegoraro durante la scorsa Officina: “ora che gli occhi della protagonista non solo guardano, ma vedono e ri-conoscono, l’attesa è finalmente conclusa”.

Il riconoscimento è un fenomeno che s’intreccia con la creazione artistica in ogni fase del suo procedimento: mentre l’artista crea egli ritrova se stesso, così come i personaggi e le storie create dall’artista procedono verso il loro riconoscimento e così come, infine, il fruitore dell’opera d’arte anche lui, per mezzo di quella fruizione, avvierà un processo di riconoscimento. [Continua »]


Realisti di una realtà più grande

Si è spenta a 88 anni la scrittrice UrsulaK. Le Guin. In questi casi si corre subito a sfogliare la biografia, la lista delle opere, Wikiquote, le etichette di terza mano – autrice di fantascienza, di sf, femminista, anarchica – qualsiasi cosa per rassicurare che la si conosceva bene. Io non la conoscevo bene. Giusto un paio di titoli letti in gioventù, e neppure troppo amati, perché pur intuendone il fascino, avvertivo nelle sue pagine il peso persistente dell’allegoria. Oggi li leggerei con occhi diversi, immagino. Nel frattempo, rileggo il discorso che pronunciò ricevendo il National Book Foundation’s Medal for Distinguished Contribution to American Letters (2014). Brevissimo. Qui, la traduzione:

«A chi mi ha dato questo bellissimo premio, grazie. Dal cuore. Alla mia famiglia, ai miei agenti, ai miei editor dico: sappiate che se sono qui è anche merito vostro, e questo premio è tanto vostro quanto mio. E mi piace l’idea di accettarlo e condividerlo con tutti quegli scrittori che sono stati esclusi dalla letteratura così a lungo, i miei colleghi autori di fantasy e fantascienza, scrittori dell’immaginazione, che per cinquant’anni hanno visto questi bei premi andare ai cosiddetti “realisti” [RISATE IN SALA].

Sono in arrivo tempi duri, e avremo bisogno delle voci di scrittori capaci di vedere alternative al modo in cui viviamo ora, capaci di vedere, al di là di una società stretta dalla paura e dall’ossessione tecnologica, altri modi di essere, e immaginare persino nuove basi per la speranza. Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino la libertà. Poeti, visionari, realisti di una realtà più grande. [Continua »]


[Report] Officina di gennaio 2018

Paolo – The Bomb Theory

L’attesa sembra un tema minore, rispetto ad altri affrontati quest’anno; perfino un tema “passivo” se posto a confronto con la precedente Officina su “conflitto”. Sembra evocare soltanto un palco vuoto. Eppure il grande regista Roberto Rossellini scriveva: «A mio modo di vedere l’essenziale nel racconto cinematografico è l’attesa: ogni soluzione nasce dall’attesa. È l’attesa che fa vivere, l’attesa che scatena la realtà, l’attesa che – dopo la preparazione – dà la liberazione […]. L’attesa è la forza di ogni avvenimento della nostra vita: e così anche per il cinema». Senza attesa non c’è trama che regga. Abbiamo poi analizzato un caso speciale di “attesa cinematografica”, ossia la suspence, spiegata dal maestro Alfred Hitchcock:

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Una lunga attesa

Le grandi rivoluzioni del mondo contemporaneo – quelle della mobilità e della comunicazione – hanno reso a portata di mano il miracolo dell’onnipresenza. Le distanze, sia spaziali che temporali, si sono accorciate. Possiamo andare pressoché ovunque e connetterci pressoché con chiunque. Al tempo stesso, però, abbiamo perso il senso dell’attesa. E ci siamo trasformati in impazienti cronici. “Perché il bus non è ancora arrivato? Perché non mi ha ancora risposto su Telegram? Perché ci mette tanto?” sono le scintille della nostra irritazione quotidiana.

Attendere è ormai un sapere perduto, nonostante la nostra vita cominci con nove mesi di “dolce attesa”, a cui seguono: attesa di diventare grandi, attesa che tutto cambi, attesa del principe azzurro, appuntamenti disattesi, attesa di esami e riconoscimenti, attesa per un lavoro o per una promozione, attesa che nulla cambi, attesa della vecchiaia e della morte (riassumendole tutte con le parole di Raymond Carver: «E hai ottenuto quello che / volevi da questa vita, nonostante tutto?»). [Continua »]