[Report] Officina di febbraio 2017
Il tema di questa Officina ruotava attorno al problema della soglia nell’opera d’arte. La domanda di partenza è stata: qual è il limite, la soglia, il confine di fronte al quale dobbiamo fermarci quando facciamo esperienza dell’opera d’arte? Che relazione c’è tra quello che osserviamo, di cui facciamo esperienza appunto, e ciò che decidiamo di raccontare? C’è qualcosa che non è lecito mostrare della realtà che rappresentiamo? Non è solo un problema etico, ma anche e soprattutto una questione di natura estetica, che incide direttamente nel modo attraverso cui raccontiamo le storie e in cosa vogliamo dire stabilendo quella soglia. Per rendere conto della bella discussione che è venuta fuori, vi presentiamo una sintesi degli interventi per come si sono succeduti e strutturati.
Damiano
Il problema di ciò che è lecito o meno rappresentare è stato discusso a partire dal rappresentabilità del male, in particolare del tema della Shoah. Attraverso una carrellata sui punti di vista di alcuni intellettuali e/o sopravvissuti allo sterminio, come Paul Celan, Primo Levi ed Eli Wiesel, si è discusso il paradigma dell’indicibile, così come proposto da Theodor Adorno:
Quanto più totale la società, tanto più reificato lo spirito e tanto più paradossale la sua impresa di svincolarsi dalla reificazione con le sue sole forze. Persino la più lucida consapevolezza dell’imminente catastrofe rischia di degenerare in chiacchiera inane. La critica della cultura si trova davanti all’ultimo stadio della dialettica di cultura e barbarie. Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie e ciò avvelena la consapevolezza stessa del perché è divenuto impossibile oggi scrivere poesia.
Si può scrivere, quindi, una poesia dopo Auschwitz? Si può esercitare una rappresentazione artistica del più grande trauma della storia? E’ lecito, o meno, adottare uno sguardo estetico sul male? A partire da questa domanda, si è discusso della famosa scena del carrello di Kapò (1959) di Gillo Pontecorvo, criticata dal regista francese Jacques Rivette, nel suo celebre articolo De l’abjection apparso nel 1961 sui “Cahiers du Cinema”, come un’operazione eticamente immorale, abietta:
Guardate, in Kapò, l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sul filo spinato ad alta tensione: l’uomo che decide, a questo punto, di fare un carrello in avanti per inquadrare il cadavere dal basso all’alto, avendo cura di porre la mano alzata esattamente in un angolo dell’inquadratura, ebbene quest’uomo merita solo il profondo disprezzo.
Questa scena (e questa critica) è stata messa a confronto con un esempio contemporaneo, tratto dal film Fuocoammare (2916) di Gianfranco Rosi, dove il regista racconta la tragedia delle immigrazioni clandestine di Lampedusa adottando uno sguardo autoriale, estetizzante sui corpi dei migranti. E’ giusto, dunque, far vedere tutto di ciò che accade nella realtà? Qual è il fine – artistico, autoriale, sociale, politico? – che si porta dietro un progetto estetico di questo tipo? Per denunciare una tragedia è lecito oltrepassare – se c’è – una soglia?


