Carta: tutto il mondo, ma piatto

ortelio

“…In quell’Impero, l’Arte della Cartografia raggiunse tale Perfezione che la mappa di una sola Provincia occupava un’intera Città, e la mappa dell’Impero un’intera Provincia. Col tempo, queste Mappe Smisurate non soddisfecero più e i Collegi dei Cartografi crearono una Mappa dell’Impero che aveva la grandezza stessa dell’Impero e con esso coincideva esattamente. Meno Dedite allo Studio della Cartografia, le Generazioni Successive capirono che quella immensa Mappa era Inutile e non senza Empietà l’abbandonarono alle Inclemenze del Sole e degli Inverni. Nei deserti dell’Ovest restano ancora lacere Rovine della Mappa, abitate da Animali e Mendicanti; nell’intero Paese non vi sono altre reliquie delle Discipline Geografiche”.

Così Borges nella sua raccolta di poesie e brevi prose intitolato L’artefice. E Jorge Luis coglie nel segno, poiché è proprio vero che la carta, intesa non solo come “carta geografica”, è una vera duplicazione del mondo. La carta la puoi sovrapporre a tutto il resto, anche a tutto il mondo, e l’effetto funziona. Una volta c’era un matto di cui non ricordo il nome, che girava il mondo incartando tutto, palazzi, isole… Ma poi cos’è un libro, forse il manufatto più geniale e perfetto che si possa fare con la carta, se non una ripetizione, una sovrapposizione, una duplicazione del mondo e delle sue infinite storie? Uno dei primi libri che ho letto da bambino si intitolava Storie della storia del mondo di Laura Orvieto, un’antologia della mitologia greca. Quel libro ora l’ho perso ma è impresso, proprio il libro (non solo il contenuto) nella mia mente in modo indelebile. Ha proprio ragione Romano Guardini quando dice che un libro è “un piccolo oggetto ricco di mondo”. Un atlante, un dizionario, un’enciclopedia... tutti piccoli oggetti di carta che contengono mondi interi: che capacità di compressione, concentrazione, che magia! Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: VETRO (materiali)
Sabato 17 maggio - ore 15:30
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Giovedì 20 marzo – ore 19:15 
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma
BombaBibbia
Giovedì 10 aprile – ore 19:00
Via Panama 9, Roma
BombaCinema
Giovedì 27 febbraio – ore 19:00
“Sapienza” Università di Roma
Cappella Universitaria
BC-Lings – Condivisione creativa
Sabato 1 marzo – ore 15:30
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

Cerca nel sito

Il giornale incarta la vita

giornale_pacco_regaloQualche giorno fa un tweet: uno dei principali quotidiani italiani usciva in edicola con un restyling di grafica e impaginazione. Giorni di campagna pubblicitaria, su carta e via web. Il direttore cinguetta più volte al riguardo, e celebra il “nuovo” giornale di carta. Molti retweet lo accompagnano, tra questi uno rilancia un’affermazione categorica: “Il giornale incarta la vita”. Ecco – penso mentre leggo – questo è un assunto, giocato probabilmente sull’assonanza con il verbo “incarnare”, (e forse anche “incantare”) che racconta moltissimo del giornalismo italiano; che rende il paradosso di un mestiere di umile vocazione e di pratica superba, nell’accezione più viziosa. Ma – penso, ricordando il tema proposto per l’Officina di aprile, che quella sia una dichiarazione che ci aiuta a riflettere anche sul senso delle parole, sull’uso della carta, e sulla vita che può essere incartata. Il giornale, in questo caso, di carta, può “incarnare” la vita, riuscendo davvero a essere strumento di servizio? La carta è assorbente, si lascia imprimere e segnare. Che sia nero, o che sia colore. Accetta su di sé storie e notizie che altri hanno scelto per lei. Se ne fa carico, in modo definitivo. Perché a differenza di altri strumenti che veicolano informazioni, parole, immagini, su carta non c’è possibilità di aggiornare, modificare, linkare, in tempo reale. Per giornali e libri di carta, una volta stampati, “il segno è tratto”. Hanno una fisicità spazio-temporale che li contraddistingue. Una singolarità, e unicità data appunto dalla materia. In tal senso, forse, possono “incarnare” e “incartare” qualcosa o qualcuno (la vita, la storia di una persona). Certo anche un tablet, un kindle, una pagina web hanno un loro spazio, un proprio peso, ma con caratteristiche molto diverse. [Continua »]


La carne, la pelle e la nudità (da indossare)

Michelangelo,_Giudizio_Universale_31Proprio al termine dell’Officina di sabato scorso è arrivato questo testo qui sotto citato, tratto da I 4 amori di C.S.Lewis, che ha fatto quasi esplodere una “bomba” (del resto a cosa servono le Officine di BombaCarta?). Si parlava di carne, pelle e tutto il resto e poi all’ultimo è toccata a me dire qualcosa e mi è venuto in mente che  noi uomini abbiamo tre pelli: la pelle del corpo, i nostri vestiti e la nostra casa. Sono tre pelli che velan, svelano e ri-velano la nostra verità. Che ci separano dagli altri e al tempo stesso ci mettono in contatto con essi, perchè il tatto è un senso riflessivo: nel momento che il mio dito tocca qualcosa, quel qualcosa tocca il mio dito; toccando sono toccato; ogni tatto è un con-tatto. Insomma si parlava di tutto questo ed è arrivato questo testo che, era inevitabile, ha fatto discutere. Subito qualcuno al termine della lettura ha preso posizione contraria a quella di Lewis, sostenendo che quello che Lewis afferma non è un fatto “naturale” ma culturale, frutto di mere convenzioni sociali.   Ai posteri, cioè a voi lettori, l’ardua sentenza…
“Non è forse vero che, quando siamo nudi, riveliamo la parte vera di noi stessi? In un certo senso, no. La parola naked (“nudo”) era in origine un participio passato; l’uomo nudo era l’uomo che aveva subito il processo di denudazione, vale a dire di sbucciamento, o di pelatura (il verbo era usato in riferimento a noci e frutta). Fin dai tempi più remoti, l’uomo nudo è apparso ai nostri progenitori non come l’uomo naturale, ma come l’uomo innaturale; non come l’uomo che non si è vestito, ma come l’uomo che, per qualche ragione, è stato spogliato. Ed è un dato di fatto – chiunque potrà rendersene conto in un bagno pubblico maschile – che la nudità mette in risalto la comune umanità, e smorza i fattori di individualità. In questo modo noi siamo “più noi stessi” quando siamo vestiti. Nel momento della nudità gli innamorati cessano di essere semplicemente John e Mary, per lasciare il posto all’uomo e alla donna universali. Si potrebbe dire che essi hanno indossato la nudità, come un manto cerimoniale o come un costume per una sciarada”. (da I 4 amori, di C.S.Lewis, p.97)


La pelle della carta

“Tre cose ci mancano. Numero uno: sapete perché i libri come questi siano tanto importanti ? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo senso “sostanza” ?Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Troverete che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano sfuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti ? Perché rivelano i pori della faccia della vita.”[1]

cartaQuando Montag, protagonista del romanzo distopico[2] di Ray Bradbury “Fahrenheit 451“, chiede all’anzianoFaber quali siano gli ingredienti che mancano alla società anestetizzata in cui vive, la risposta è che il primoelemento è rappresentato dal tessuto connettivo che è la sostanza propria dei libri, messi all’indice perché eco di un senso più profondo della vita che va oltre la mercificazione dell’esistenza.

Libri di carta (ed ecco spuntare il materiale qui trattato), che a dire dell’anziano Faber, figura di maestro-guida per il cammino di liberazione interiore di Montag, viene percepita come un essere vivo, pulsante, che profuma a tratti di “noce moscata e di certe spezie di origine esotica“, con pori che dilatano la materia fino a renderla trasparenza della poesia della vita, nel bene come nelle prove attraversate dal genere umano. È come se la carta con i suoi caratteri scuri che emergono dal colore niveo del testo respirasse del pensiero di chi ne ha partorito i contenuti, facendo a sua volta respirare di una boccata di speranza chi ne viene a contatto. Non a caso poi la parola latina “faber” nasconde molteplici significati, tra cui spiccano quello di “artigiano”, “fabbro”, “artefice”, e parlando di carta e mestieri, quello del tipografo può essere considerato una forma di artigianato moderno, da recuperare nel rapporto con la materia perduta. Il termine “tipografo” mi evoca anche le immagini simboliche della “Galassia Gutenberg” usate dal sociologo Marshall McLuhan per spiegare i cambiamenti portati dall’avvento dei caratteri mobili della stampa per arrivare fino al villaggio globale dei nostri giorni, dominato dai media elettronici, che nel linguaggio utilizzato – penso ad esempio al concetto di “E-book” e “libro elettronico” – portano in sé a mio avviso una nostalgia per la materia traspirante e viva del materiale cartaceo. Nel racconto di Bradbury è proprio la carta stampata ad essere temuta e divenire oggetto degli incendi appiccati dal corpo dei militi del fuoco che adottano il simbolo della salamandra come sorta di totem ispiratore. Come ci spiega l’autore, nell’epoca immaginaria in cui sono immersi Montag e Faber, il rischio corso dall’umanità è quello di sostituire al fluire di vita dei libri quello dell’occhio inquisitore del Segugio meccanico <strana combinazione rauca di uno sfrigolio elettrico, di un crepitio, un grattamento metallico, un girar di ruote dentate che si sarebbero presto dette arrugginite e invecchiate dalla diffidenza>.

Recuperare un sano rapporto con il messaggio veicolato dalla carta stampata e viva dei libri diventa per l’autore del racconto – maggiormente conosciuto per il suo capolavoro “Le cronache marziane” – l’antidoto per vincere la distopia di una vita artificiale disumanizzante e disincarnata di chi rischia di dimenticare che la forza dell’uomo è il tessuto connettivo di sapere e relazioni che riesce a creare.


[1] Brano estratto dal “Fahrenheit 451″ di Ray Bradbury, da cui è stato tratto l’omonimo film diretto da François Truffaut nel 1996
[2] Distopico: dal sostantivo “distopia”, ovvero anti-utopia. La storia narratanei romanzi distopici riguarda le tematiche della società attuale, spostando però l’interesse su un’epoca e un luogo distanti o successivi a una discontinuità storica. Termine usato nella letteratura – la fantascienza in primis -per rappresentare società fittizie, con un intento di denuncia sociale.


Una seconda possibilità

Saving_Mr._Banks_Theatrical_Poster

L’altra sera sono andato a cinema a vedere il film Saving Mr.Banks. Al termine ho fatto come quel personaggio in Amarcord di Fellini che esce dal cinema e dice fissando la cinepresa: “Bellissimo, ho pianto moltissimo!”. Il film è bello, non bellissimo, ma mi ha toccato profondamente, commosso e dato come un senso di ristoro, di balsamo. A volte l’arte può anche essere così, rinunciare a voler scorticare a tutti i costi la nostra dura pellaccia (anche in tempi duri come quelli attuali) e confortarci un po’, facendoci sentire meno soli e mortali e nutrendo la nostra sempre fragile speranza. [Continua »]


Carne, la materia di cui sono fatti gli uomini

muscoli

Presente, in carne e ossa! L’uomo è tutto qua? In effetti ci sono anche il sangue, i nervi, i capelli, le unghie e la pelle! Ma per dire uomo in effetti già basterebbe dire “carne”. La carne dice la verità dell’uomo, è la sua definizione più autentica: se diciamo che uomo è di pietra, o di plastica e un altro invece è di carne, stiamo dicendo che solo quest’ultimo è un vero uomo.
Ma la carne, che cos’è? Meglio, visto che quest’anno il tema delle Officine di BombaCarta è Materiali, la domanda allora è: “ma la carne è un materiale?“.
Di fronte a questa domanda qualcuno si potrebbe offendere, non siamo solo questo ammasso di muscoli e basta, giusto? Anche se io posso dire, di mio figlio, “sei carne della mia carne”, mi rendo conto che c’è qualcosa di più, qualcosa che si insinua sotto, dentro, oltre la materia. E qui spunta fuori l’ospite sgradito: lo spirito. L’uomo in fondo, lo dicono tutti, forse anche i non credenti, è senz’altro carne ma anche spirito, è uno spirito incarnato, è anima ma anche corpo, è materia, ma non solo. Mi chiedo se esistano ancora i materialisti puri. Forse sì, e alcuni stanno pure dentro BombaCarta. Gli stessi cristiani, a sentire il teologo Romano Guardini, devono esserlo, visto che “il cristianesimo è la religione più materialista di tutte”. [Continua »]


Creatività ed arte della parola

OLYMPUS DIGITAL CAMERALa maggiore difficoltà che uno scrittore potrebbe in­contrare nella stesura di un romanzo è riuscire a disciplinare un libero pensiero in una forma o in una struttura ragionata e predisposta in modo tale che, tra contenuto ed espressione, ci sia perfetta reversibilità e congruenza. Forse per questo talvolta un autore, dopo avere ceduto fin dal titolo tutta la parola, o meglio la ‘voce’ agli eroi del  suo romanzo, può ritenere legittimo far sentire la sua, dall’esterno della finzione narrativa, per evidenziare le sue personali posizioni ideologiche sulla letteratura in genere, o sui contenuti specifici della propria ‘fabula’, in particolare.

Ma è anche vero che un libro, essendo sotto lo sguardo diretto di chi lo legge, dovrebbe già contenere in sé la sua giustificazione: nemmeno l’autore ha il diritto di vincolare la libertà di fruizione e interpretazione del destinatario della propria opera. Qualsiasi prodotto letterario, una­ volta creato, vive di vita propria, fonte generatrice di una varietà di significati, moltiplicabili all’infinito, in rapporto all’epoca storica, al gusto individuale, alla cultura, alla visione del mondo e delle cose di ogni potenziale lettore. Le considerazioni dell’autore non sono mai essenziali all’economia di un libro, servono innanzitutto a sé stessi, a fissare le proprie intenzioni ed a chiunque ritenga utile conoscerle.  Ecco perché un autore, al termine della propria ‘fatica’ letteraria, potrebbe pensare tra sé che non riproduca con fedeltà quanto aveva ideato nella sua mente. [Continua »]