Per leggere, scrivere (senza far di conto)

downey

C’è un film demenziale di qualche anno fa, Tropic Thunder, di cui ho dimenticato il nome del regista, che è un film demenziale non molto di più, anche se a tratti fa molto ridere, ma ad un certo punto c’è Robert Downey jr. che interpreta il ruolo dell’attore serio, impegnato, “profondo”, al punto che quando qualcuno gli fa una domanda tecnica sulla sua professione, lui afferma, tutto preso e solenne: “Io non leggo il copione, è il copione che legge me”, lasciando basiti e irritati gli ascoltatori (e divertiti gli spettatori). Però la battuta apre a una domanda più grande: cosa vuol dire leggere un testo?

Noi apriamo un libro, o un dispositivo elettronico, e leggiamo le parole di un testo narrativo, una storia raccontata da un altro uomo, contemporaneo o vissuto da noi lontanissimo, nel tempo e nello spazio. Cosa accade quando un uomo compie questo gesto? Cosa avviene dentro e fuori di lui? Durante e dopo il gesto della lettura? Ma anche prima, e sì perchè la lettura di un testo potrebbe benissimo creare un effetto per cui si attiva la memoria, quella facoltà che Borges definiva: “uno dei modi di modificare il passato”. E infine quello che accade quando un uomo legge un libro è domanda speculare a quest’altro interrogativo: cosa accade quando un uomo scrive un libro?
Di questo e di tutto quello che “a cascata” ne deriva, vogliamo parlare quest’anno durante gli incontri di Officina di BombaCarta. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: LUOGHI – 8/Il confine
Sabato 14 maggio – ore 11,00 (fino alle 17,30 circa)
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Giovedì 19 maggio
– ore 19:15
via Panama 9, Roma
BombaBibbia
Giovedi 5 maggio – ore 19:00

Via Panama 9, Roma

BombaCinema
Giovedì  5 maggio – ore 19:30 

Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Combatto contro la depressione

bruce-sj200an-2“Combatto contro la depressione”, racconta, nella sua autobiografia, Bruce Springsteen. In che modo questa lotta viene resa, narrata, trasfigurata nella sua produzione artistica? Cosa ci dicono le sue canzoni di questo “buco nero”? Una cosa è indubitabile: la musica di Springsteen costeggia il male, la sofferenza subita e inflitta. È piena di Devils & Dust, di “demoni e polvere”. E’ perseguitata dal fallimento – “So cosa significa fallire/ quando tutto il mondo ti guarda” (All the way home). Conosce fin troppo bene la vertigine della caduta – “Mi sentivo così bene ero il più fortunato/ poi sono finito a rantolare come un ubriaco sul pavimento di un bar” (My beautiful reward). E’ questa la “camera oscura” che si cela dietro gran parte della produzione del rocker americano: un uomo si trova di fronte al bivio ustionante della scelta. Dell’assunzione di responsabilità – “Non puoi sbarazzarti di tutti i rischi e il dolore/ senza buttare via anche tutto l’amore che rimane” (Human Touch). [Continua »]


Scazzottare l’impercettibile

(dal testo della relazione all’International Flannery O’Connor Conference, Roma 20/4/2009)

Flannery O' Connor (illustrazione)Flannery O’Connor il 4 maggio 1963 scrisse a suor Mariella Gable in maniera assolutamente inequivocabile: I can’t write about anything subtle . Dichiarava così di non poter scegliere come argomento della sua narrativa nulla che fosse sottile, vago, impercettibile. La concretezza e il legame con la materia che cade sotto i sensi caratterizzano infatti la sua ispirazione. Un’immagine realistica della O’Connor è quella che lei stessa dipinse in una lettera del 17 gennaio 1956. Si tratta di un ricordo biografico dagli echi biblici: «Tutto voglio fuorché essere un angelo, per quanto da un po’ di tempo a questa parte i miei rapporti con loro sono migliorati. Prima non ci rivolgevamo nemmeno la parola. […] Fra gli otto e i dodici anni avevo l’abitudine di chiudermi ogni tanto a chiave in una stanza e facendo una faccia feroce (e cattiva), vorticavo torno torno coi pugni serrati scazzottando l’angelo. Si trattava dell’angelo custode del quale, secondo le suore, tutti eravamo provvisti. Non ti mollava un attimo. Lo disprezzavo da morire. Sono convinta di avergli addirittura mollato un calcione finendo lunga distesa. È impossibile far male a un angelo ma mi sarei accontentata di sapere che gli avevo insozzato le piume, perché è [Continua »]


Avanti e in alto, verso le radici

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Ieri, 6 luglio 2016, il fondatore di BombaCarta, il padre gesuita messinese Antonio Spadaro, ha compiuto 50 anni. Un “evento” molto importante per BombaCarta e per le migliaia di persone che hanno incrociato il proprio sentiero con quello di Antonio, di cui i giornali non hanno parlato (i criteri di importanza dei giornali non hanno stretti legami con la realtà della vita) anche se sulla rete ha circolato la notizia del premio consegnato a padre Spadaro l’altro ieri, il 5 luglio, a Taormina. Il “Premio Taormina” viene assegnato ai siciliani che hanno dato lustro alla Sicilia nel mondo della cultura e il premiato si è detto onorato dell’onore riservatogli dalla sua amata terra d’origine, in linea con un atteggiamento che non ha mai nascosto la fierezza e l’amore per le sue radici messinesi. Un tuffo, non solo metaforico, per il cinquantenne Antonio nei suoi luoghi d’origine. L’importanza dei luoghi, della concretezza dei luoghi, che sempre parlano, rivelano, è un motivo ricorrente nella vita e nell’opera di Antonio Spadaro (basti ricordare il lavoro “archeologico” realizzato nel suo studio appassionato nei confronti di alcuni autori come Pier Vittorio Tondelli o Flannery O’Connor), così come anche nella vita di questi 18 anni di BombaCarta (come è noto BC è nata da un’intuizione dell’allora 32enne Antonio, insegnante di lettere al liceo Massimo), come dimostra anche il fatto che il tema annuale di quest’anno è stato dedicato proprio ai “luoghi”. [Continua »]


Perché mi piace Dylan?

Bob War!

Perché mi piace Bob Dylan? Domandona. Qui a BombaCarta si fanno solo domande grandi, domandone, come queste. E’ un gioco forse spietato ma che conduciamo da oltre una dozzina d’anni nei nostri incontri e laboratori: è facile dire cosa ci piace, ma spiegare il perché è tutta un’altra storia, la questione si complica vertiginosamente. Ma devo rispondere a questa domanda, ci devo almeno provare, Dylan ha appena compiuto 75 anni, insomma glielo devo, in fondo mi sta facendo compagnia da oltre quarant’anni.

Dunque, quando ho cominciato ad ascoltarlo avevo circa dieci anni e il mio inglese non era proprio fluente, diciamo che non capivo una parola di quanto ascoltavo e anche cantavo; erano suoni non parole, musica e ritmo, non concetti. Preciso questo perché in genere in Italia Dylan è famoso come autore, poeta e rivoluzionario.. e invece mi è entrato nel cuore, per rimanerci, senza che io avessi compreso nulla – a livello concettuale – di quanto stava cantando. Ne avevo colto una bellezza e una verità, ma era tutto legato alle emozioni che quelle note e la sua voce, riuscivano a trasmettere. La semplicità degli accordi, per cui tutte le canzoni erano diverse ma avevano qualcosa in comune, senza per questo essere appiattite, omologate, capaci quindi di trasportarti nel loro mondo ma dove non tutto era sconnesso ma legato tra di loro, e tra loro e te, e forse era proprio la voce ad essere il “ponte”, boh.. Una voce non bella direi, ma vera, come ha detto di recente Dylan parlando del grande Sam Cooke: Quando qualcuno gli disse che aveva una bellissima voce, Sam Cooke rispose: “Beh è molto gentile da parte tua, ma le voci non dovrebbero essere misurate in base a quanto sono belle. Piuttosto hanno importanza solo se ti convincono che stanno dicendo la verità”.
Insomma, non avevo capito niente soprattutto del contenuto di quelle canzoni, a parte il fatto che però ascoltarle mi faceva ardere il cuore. [Continua »]


Il confine e il rimpianto

Bellissima Officina quella di ieri sul tema del Confine. Merito innanzitutto del tema stesso, scelto da Valerio, un tema…sconfinato. E ieri abbiamo proprio sconfinato con la più lunga, densa e partecipata tra le Officine di quest’anno dedicato al tema dei Luoghi. Avendo sconfinato un po’ tutti, alcune cose sono rimaste “fuori”, oltre confine, e allora mi fa piacere condividerle fuori tempo massimo; come ad esempio questa bella canzone di Laura Marling che parla, con un tocco di rimpianto, della bellezza che abita oltre il confine naturale (in questo caso un fiume), buona ascolto-lettura-visione a tutti!

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C’è nell’intimità degli uomini un confine

landscapes-winter-snow-game-of-thrones-a-song-of-ice-and-fire-tv-series-the-wall-1920x1080-wallpa_wallpaperswa.com_11Esiste un gioco tipico delle riviste di enigmistica in cui, data un’immagine, occorre individuare l’elemento dissonante rispetto agli altri. Il gioco è conosciuto come ‘trova l’intruso’ e la sua versione più nobile prevede che in una serie di numeri o in un insieme di figure geometriche siano rintracciati il numero o la figura che non hanno legami con gli altri.

Esiste in Westeros, il continente più importante nella serie fantasy Game of Thrones, una muraglia di ghiaccio, chiamata semplicemente la ‘Barriera’, che, similmente al Vallo di Adriano, divide il Sud ‘civilizzato’ dal Nord ‘barbarico’. Oltre questo confine si trovano i Bruti, ossia le popolazioni prive di leggi scritte che vivono di saccheggi e caccia, e gli Estranei, creature non umane dalla pelle bianca e gli occhi azzurri, che comandano un esercito di non-morti. La Barriera è controllata dai Guardiani della Notte, che hanno fatto voto di proteggere il Sud dalle minacce celate oltre la muraglia di ghiaccio. In un determinato momento della serie, di fronte al più grave pericolo rappresentato dagli Estranei, alcuni Guardiani della Notte propongono un’alleanza umana con i Bruti, offrendo a queste popolazioni un passaggio sicuro verso Sud. Altri Guardiani, tuttavia, si oppongono a una tale scelta, considerando i Bruti come degli intrusi. Le due visioni sono esemplificative di due distinti modi di intendere il confine. Nel primo caso, il confine è quello dettato dalla natura, che separa ciò che è umano da ciò che non lo è. Nel secondo, il confine è quello politico, una ‘Barriera’ eretta a dividere i popoli. Chi supera il confine viene immediatamente percepito come elemento diverso, dissonante; da ‘estraneo’ diventa un ‘intruso’ da trovare e, talvolta, espungere.

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Le luci in ufficio alle otto di sera

ssssCapita a volte di far tardi a lavoro, per una consegna improvvisa, per riavviare un server che non posso gestire da casa. Mamma si preoccupa del fatto che rimanga da solo (verrebbe lei a farmi compagnia se solo vivesse a Roma), le spiego sorridendo che in fondo non mi dispiace. Avverto un senso di pace la sera in ufficio, quando tutti gli altri sono usciti, quando pure il condizionatore dell’aria ha smesso di fare rumore. Mentre completo le operazioni di manutenzione, alcune richiedono svariati minuti di attesa forzata, passeggio per i corridoi, pulisco la macchinetta del caffè, controllo nel frigo se tra i vasetti di yogurt qualcuno è scaduto. Penso che se ci fosse un televisore, se ci fosse un divano, potrei ordinare una pizza, levarmi le scarpe, indossare qualcosa di comodo per la sera. Che senso ha poi, a pensarci, attraversare mezza capitale per tornare la mattina dopo?

Poco dopo essermi trasferito a Roma ho scritto una breve storia basata sulla mia vita in ufficio. Lo spunto è nato frequentando un corso di scrittura, dovevo raccontare un’esperienza sotto forma di reportage narrativo. Parlare dei miei nuovi colleghi, delle loro abitudini, di certi tormentoni che animavano le pause caffè mi era sembrata la scelta più naturale. Mi ci stavo affezionando, anche per via del fatto che in città non conoscevo ancora nessuno e avevo bisogno di un posto in cui sentirmi a casa. [Continua »]