Astronauta

Last LaunchNel 2012 il fotografo Dan Winters pubblica “Last Launch”, un libro che raccoglie le fotografie dei tre Shuttle rimasti in servizio (il Columbia, il Discovery e l‘Endeavour) in occasione dei rispettivi ultimi lanci. Le immagini ritraggono ambienti, parti disassemblate, oggetti (i guanti di una tuta spaziale, un pacchetto di M&M’s sotto vuoto), strumenti di bordo. E poi ci sono i lanci: con le fiamme e il fumo denso e abbondante a sottolineare il peso mostruoso dei tre giganti, sollevato con altrettanto mostruosa fatica.

Nonostante il fragore della combustione, le fotografie sono intrise di un misterioso silenzio: non a caso – salvo che per un minuscolo, quasi impercettibile dettaglio – dal libro manca completamente la figura umana. Winters si avvicina a questi colossi come a una cattedrale, vi entra come in un luogo sacro, li fotografa con rispetto, cura, attenzione, ma anche con sgomento e malinconia. Sceglie i loro “ultimi inizi”, dichiarando esplicitamente di preferire la partenza con tutto il suo carico di incertezza al più consolatorio momento del ritorno. L’avventura raggiunge lì, in quel frangente, la massima tensione. Leggi il resto »

BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: ASTRONAUTA
Sabato 11 aprile 2015 - NUOVO ORARIO: 11,00 (fino alle 17,30 circa)
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Lunedì 13 aprile
– ore 19:15
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma
BombaBibbia
Mercoledì 22 aprile  – ore 19:00

Via Panama 9, Roma

BombaCinema
Giovedì 16 aprile – ore 19:30 

Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Nel buio la luce splende

Sto leggendo uno dei libri di narrativa italiani più belli degli ultimi anni, mi riferisco a “Le lettere cattive. Una Twin Peaks espistolare” di Cristiano Governa.
E’ una breve raccolta di una dozzina di lettere, perchè per l’autore la lettera è il vero “colpo di scena”, perchè la vita è una “scena” da osservare e ammirare, una scena dove tutto può accadere, essendo il regno della libertà. Ad un certo punto uno degli autori di una delle lettere dichiara: “Io so che è felice, è come se stesse aspettando qualcosa. Come se un ultimo colpo di scena dovesse ancora accadere”. In una battuta il senso del libro, una galleria di ritratti che girano tutti sul tema della felicità e dell’attesa, dello sguardo e della sorpresa. La galleria, è intuibile sin dal titolo e dal sottotitolo, ha i toni e le atmosfere dei film di David Lynch e dei racconti di Flannery O’Connor, tra il grottesco e lo scabroso, ma c’è anche un bel po’ di Fellini, Tim Burton e di Woody Allen, con un pizzico di Chesterton e Borges che non guastano mai.
Se volete saperne di più due modi:
1)leggersi il libro;
2) partecipare alla presentazione organizzata da BombaCarta che si terrà al
DoppioTeatro di via Tunisi 16, venerdì 10 aprile alle 17,30; vi aspettiamo!

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Letture: “Favole del morire” di Giulio Mozzi.

 

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  1. Del morire.

 Con Favole del morire (Laurana, 2015), da poco più di un mese in libreria, Giulio Mozzi ci propone una riflessione articolata, vertiginosamente consequenziale ed apparentemente asettica sul morire. Non sulla morte, ma sul morire, sull’esserci e non esserci, sulla presenza o assenza di vita o, il che pare proprio lo stesso, sulla presenza o assenza di morte. La morte come metamorfosi, ma anche come durata, il trapasso come stadio intermedio tra due condizioni che a volte si fondono, come ci insegnano angoscianti declini di persone care, lenti di una lentezza che esaspera lo strazio della contemplazione impotente su alterazioni che sfigurano caratteri prima ancora che fattezze. La materia uncina poi ogni coscienza appena un po’ avvertita del proprio attraversare un tempo ed uno spazio limitati da una fine, di tutto o di questo tempo e di questo spazio. Per assioma, non ha limiti, e Mozzi la percorre cogliendo frammenti che possano tornare utili non come elementi di comprensione (siamo al cospetto dell’inconoscibile), né tantomeno di consolazione, ma come ausili alla consapevolezza. Questo libro ci pone di fronte al morire non per capire, non per trarne qualche forma di conforto, ma per ricordarci che c’è, che ci sarà immancabilmente: ci si confronta allora con qualcosa (“qualcosa”? ma la prosa di Mozzi nella sua precisione assoluta, pare lasciare intendere per contrasto quanto siano inadeguate le ordinarie convenzioni espressive per questo tema) che per alcuni “non è un traguardo alla fine di un percorso, ma un niente dove non c’è nemmeno il niente”, come chiosa Lorenzo Marchese nell’illuminante postfazione Una comparsa in frantumi. [Continua »]


Il mestiere delle armi

La-marcia-di-TopolinoLa guerra è tutta un fastidio. Così sentenzia Giovannino dalle Bande Nere nel film Il mestiere della armi, di Ermanno Olmi. In quel fastidio, Giovannino, capitano di ventura, trova la ragione della sua esistenza e la causa della propria morte. La guerra assume, per lui, i tratti propri dell’inevitabilità, del fato che tutto ordina e dal quale è impossibile fuggire.

Numerosi sono i mestieri delle armi, e non tutti nobili. C’è il romanticismo del duellante, l’onore del soldato, il silenzio dell’assassino, la schiavitù del gladiatore, la precisione del cecchino, l’arroganza del cacciatore. C’è chi le armi le usa e chi le produce. Ci sono armi bianche, atte a tagliare o a infilzare, armi da fuoco, armi intelligenti e armi improprie. La penna, recita l’antico adagio, ne uccide più della spada. Giovannino, che con la spada combatteva, sarà sconfitto dal progresso esplosivo della polvere da sparo. L’inganno di Patroclo è vestito dell’armatura di Achille e la gloria del Pelide è forgiata nella fucina di Efeso. L’aereo che trasportava l’arma più terribile del mondo era battezzato col nome di una pacifica casalinga dell’Iowa.

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Inherent Vice: una semplice storia d’amore

INHERENT VICE

 

L’azione si svolge nel 1970, la stagione delle grandi rivoluzioni si è appena conclusa con il tramonto degli ideali hippie e gli inquietanti eventi di Bel Air (le stragi della banda di Charlie Satana Manson). La guerra in Vietnam non trova tregua e l’America vive una situazione di caos e smarrimento senza precedenti (nel film vediamo magnati dell’edilizia ebrei che stringono accordi con bande di motociclisti nazisti), la droga affligge come una piaga l’intero paese e c’è gente potente e corrotta che non ha scrupoli ad approfittare della situazione, investendo denaro sporco nel traffico di droga e magari, come è raccontato nel film, nella costruzione di strutture addette al recupero degli stessi malati affetti da dipendenza dall’eroina. L’America del 1970, la più grande potenza economica e militare al mondo, il paese che ha condotto l’Europa fuori dalla Seconda Guerra Mondiale e si è imposto come faro della libertà e della democrazia, appare ora più barcollante, come un pugile imbattibile messo per la prima volta al tappeto sul punto di collassare, ansimante, sperduto e incredulo. [Continua »]


Mettere in connessione

11010963_10153623982502977_6405256732191604386_nIl prossimo venerdi, 6 marzo, alle ore 21.00 presso la parrocchia di Sant’Anna in via di Torre Morena 61, si svolgerà la presentazione del romanzo autobiografico “Storia di un ragazzo“, di Alberto Chiavoni. Qui di seguito uno stralcio in cui Alberto racconta della sua esperienza in BombaCarta:

“Poi tra me e il prof Monda è nato uno splendido rapporto di amicizia, perché una volta, al termine di una delle sue lezioni, invitò me e tutti i miei compagni di classe agli incontri da lui organizzati nella parrocchia di San Bellarmino, vicino a Piazza Buenos Aires, ai Parioli. Io, per curiosità, ci andai. Fu un incontro stupendo, perché vidi come riusciva, con l’aiuto di altre persone, a mettere in connessione tra loro vari temi come la fede, il cinema, la cultura. Parlò in quell’incontro di semplici proposizioni, mostrando che ad esempio in una semplice proposizione si può parlare di tantissime cose. Questa tipologia d’incontri mi piacque molto, tanto che molte volte, quando sono libero, vi continuo a partecipare molto volentieri. E dopo quell’incontro il prof m’invitò a partecipare a tante iniziative che lui organizzava, come ad esempio delle partite di calcio a otto in cui oltre a lui partecipavano anche i suoi alunni, sia universitari come me sia delle scuole superiori…”.


Parresìa, una virtù scomparsa

Papa Francesco, nel saluto che il 12 febbraio scorso ha rivolto ai Cardinali riuniti per il Concistoro del Collegio Cardinalizio, ha chiuso il suo discorso invitando tutti i presenti ad esprimersi con parresίa nel corso dei lavori assembleari.

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Forse molti, leggendo questa parola sui quotidiani, se ne saranno chiesti il significato e magari, avendola cercata sui vocabolari, non l’avranno trovata. Infatti di questo vocabolo del greco antico in italiano non è entrato neppure il calco tramite la traslitterazione, per una questione di traduzione dal greco al latino, ma anche per il fatto che nel corso dei secoli si è perso il valore della virtù che essa indica, per cui è davvero importante che oggi dal Papa venga un invito al recupero, non tanto della parola, ma soprattutto del valore di questa virtù, difficile da praticare, come si può vedere approfondendo il significato del vocabolo.

Parresίa è una parola composta dalla radice pan- nel significato di “tutto” e dalla radice rhe- col significato di “dire”, per cui, in senso etimologico, significa “dire tutto” o meglio “avere la libertà, la possibilità di dire tutto”, per cui in italiano si potrebbe rendere con “franchezza”.

È una virtù che ha fatto la sua comparsa nel V secolo a.C. e di cui si sono perse le tracce nel V sec. d.C., una virtù, quindi, in auge per dieci secoli, poi sparita. A riportare l’attenzione su di essa, nella contemporaneità, è stato Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all’Università californiana di Berkeley nel 1938, oggi disponibili nel volume Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli 2005).

L’origine del concetto e della pratica della libertà di parola risale all’antica Grecia, in particolare alle pólis con regime democratico, dove la parresía, cioè il dovere morale di dire la verità, rappresentava la facoltà per i cittadini di condizione libera di esprimere liberamente la propria opinione durante le assemblee pubbliche che si svolgevano nell’agorá.

Il termine compare per la prima volta nella tragedia Φοίνισσαι (Fenicie v. 391) di Euripide, databile tra il 411 e il 408 a.C. [Continua »]