C’è nell’intimità degli uomini un confine

landscapes-winter-snow-game-of-thrones-a-song-of-ice-and-fire-tv-series-the-wall-1920x1080-wallpa_wallpaperswa.com_11Esiste un gioco tipico delle riviste di enigmistica in cui, data un’immagine, occorre individuare l’elemento dissonante rispetto agli altri. Il gioco è conosciuto come ‘trova l’intruso’ e la sua versione più nobile prevede che in una serie di numeri o in un insieme di figure geometriche siano rintracciati il numero o la figura che non hanno legami con gli altri.

Esiste in Westeros, il continente più importante nella serie fantasy Game of Thrones, una muraglia di ghiaccio, chiamata semplicemente la ‘Barriera’, che, similmente al Vallo di Adriano, divide il Sud ‘civilizzato’ dal Nord ‘barbarico’. Oltre questo confine si trovano i Bruti, ossia le popolazioni prive di leggi scritte che vivono di saccheggi e caccia, e gli Estranei, creature non umane dalla pelle bianca e gli occhi azzurri, che comandano un esercito di non-morti. La Barriera è controllata dai Guardiani della Notte, che hanno fatto voto di proteggere il Sud dalle minacce celate oltre la muraglia di ghiaccio. In un determinato momento della serie, di fronte al più grave pericolo rappresentato dagli Estranei, alcuni Guardiani della Notte propongono un’alleanza umana con i Bruti, offrendo a queste popolazioni un passaggio sicuro verso Sud. Altri Guardiani, tuttavia, si oppongono a una tale scelta, considerando i Bruti come degli intrusi. Le due visioni sono esemplificative di due distinti modi di intendere il confine. Nel primo caso, il confine è quello dettato dalla natura, che separa ciò che è umano da ciò che non lo è. Nel secondo, il confine è quello politico, una ‘Barriera’ eretta a dividere i popoli. Chi supera il confine viene immediatamente percepito come elemento diverso, dissonante; da ‘estraneo’ diventa un ‘intruso’ da trovare e, talvolta, espungere.

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BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: LUOGHI – 8/Il confine
Sabato 14 maggio – ore 11,00 (fino alle 17,30 circa)
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Giovedì 19 maggio
– ore 19:15
via Panama 9, Roma
BombaBibbia
Giovedi 5 maggio – ore 19:00

Via Panama 9, Roma

BombaCinema
Giovedì  5 maggio – ore 19:30 

Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Il confine e il rimpianto

Bellissima Officina quella di ieri sul tema del Confine. Merito innanzitutto del tema stesso, scelto da Valerio, un tema…sconfinato. E ieri abbiamo proprio sconfinato con la più lunga, densa e partecipata tra le Officine di quest’anno dedicato al tema dei Luoghi. Avendo sconfinato un po’ tutti, alcune cose sono rimaste “fuori”, oltre confine, e allora mi fa piacere condividerle fuori tempo massimo; come ad esempio questa bella canzone di Laura Marling che parla, con un tocco di rimpianto, della bellezza che abita oltre il confine naturale (in questo caso un fiume), buona ascolto-lettura-visione a tutti!

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Le luci in ufficio alle otto di sera

ssssCapita a volte di far tardi a lavoro, per una consegna improvvisa, per riavviare un server che non posso gestire da casa. Mamma si preoccupa del fatto che rimanga da solo (verrebbe lei a farmi compagnia se solo vivesse a Roma), le spiego sorridendo che in fondo non mi dispiace. Avverto un senso di pace la sera in ufficio, quando tutti gli altri sono usciti, quando pure il condizionatore dell’aria ha smesso di fare rumore. Mentre completo le operazioni di manutenzione, alcune richiedono svariati minuti di attesa forzata, passeggio per i corridoi, pulisco la macchinetta del caffè, controllo nel frigo se tra i vasetti di yogurt qualcuno è scaduto. Penso che se ci fosse un televisore, se ci fosse un divano, potrei ordinare una pizza, levarmi le scarpe, indossare qualcosa di comodo per la sera. Che senso ha poi, a pensarci, attraversare mezza capitale per tornare la mattina dopo?

Poco dopo essermi trasferito a Roma ho scritto una breve storia basata sulla mia vita in ufficio. Lo spunto è nato frequentando un corso di scrittura, dovevo raccontare un’esperienza sotto forma di reportage narrativo. Parlare dei miei nuovi colleghi, delle loro abitudini, di certi tormentoni che animavano le pause caffè mi era sembrata la scelta più naturale. Mi ci stavo affezionando, anche per via del fatto che in città non conoscevo ancora nessuno e avevo bisogno di un posto in cui sentirmi a casa. [Continua »]


Warner/DC e Disney/Marvel hanno fatto lo stesso film (ovvero: i cattivi/cattivi non sono più di moda).

Antefatto. 18 marzo 2015. Sono in macchina con mio figlio (4 anni).  L’autoradio dà la notizia della bomba al Museo di Tunisi. Lui sa che domenica voglio portarlo da Explora, il museo dei bambini.

– Papà, io non voglio andarci al museo tutto rotto dove esplodono le bombe

– E neppure io. Ma il nostro non sarà così…

– Però volevo vederla l’esplosione. Da lontano.

– Ormai c’è stata, è tardi.

– Allora voglio vedere il buco. Il buco grandissimo.

– No, è in un posto lontano.

Silenzio. Posso sentire gli ingranaggi del cervello di Matteo che macinano l’idea della bomba.

– Papà, ma perché dei signori hanno messo una bomba?

– Perché dei cattivi volevano fare tanta bua alle persone che visitavano il museo.

– E perché i cattivi volevano fare tanta bua.

– Perché sono cattivi. Come la regina Himika, l’imperatore delle tenebre e il dottor Inferno.

– E perché sono cattivi?

– Perché sì.

– No! E no!

Matteo non concepisce la cattiveria assoluta fuori di cartoni animati. Fine antefatto.

In queste settimane i due colossi cine-fumettistici mondiali  – Warner/DC e Disney/Marvel – porteranno nelle sale cinematografiche,  rispettivamente,  Batman v Superman: Dawn of Justice (diretto da Zack Snyder, liberamente tratto da Batman: Il cavaliere oscuro colpisce ancora, fumetto di Frank Miller  ) e Capitan America: Civil War (diretto da Anthony e Joe Russo, adattamento del crossover a fumetti Civil War di Mark Millar). [Continua »]


Come un ladro nella notte

De Gregori bnIeri sono andato a vedere il concerto di Francesco De Gregori al teatro Atlantico a Roma. 39 euro, un prezzo buono rispetto alla media dei concerti in circolazione, visto soprattutto che si tratta di un concerto doppio: la prima parte è dedicata a De Gregori che canta Dylan e poi, dopo un breve break, nella seconda parte un altro concerto con un’antologia della ultraquarantennale carriera musicale del “Principe”. Come terza canzone, De Gregori ci regala la sua versione di Not Dark Yet (Non è buio ancora), è forse il momento più intenso a livello emotivo della serata. Il cantautore si mette seduto su uno sgabello, si capisce da come presenta la canzone e dall’intensità della voce che questo brano gli sta molto a cuore: “E’ una canzone religiosa” ha detto di recente in una presentazione in una libreria romana del nuovo album De Gregori canta Dylan. Amore e furto. [Continua »]


La città e il fascino dei suoi mille volti

comic_cityDella città ho sempre amato la capacità di unire aspetti opposti e apparentemente inconciliabili. Antichissima e contemporanea, a volte solo vecchia e contemporanea, bella o brutta, bella e brutta insieme, nodo di cose e persone, centro e periferia, punto di partenza e d’arrivo. Per definizione opposta alla campagna, eppure capace di accoglierne brevi tratti; non è un paese, ma molti suoi quartieri sono per gli abitanti come campanili; è di chi ci abita o di chi passa soltanto, ma è anche la mia città, la tua città; non è più chiusa nelle sue mura, ma dilagante, pronta a fagocitare i centri vicini per costruire la supermegalopoli del futuro: la storia inizia con la città, con la città avrà fine? Ho agitato un finale apocalittico e subito mi vengono in mente le immagini di Metropolis, di Fritz Lang, la lugubre utopia di una gigantesca metropoli-fabbrica, alimentata da operai-schiavi, che si conclude inopinatamente con una riconciliazione tra l’olimpo dei ricchi e il sottoproletariato.
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La memoria e i suoi luoghi. Ai tempi di Plauto, di Cicerone.

damn_memoA distanza di un po’ di tempo dall’officina di gennaio sui luoghi della memoria, pubblichiamo il testo dell’intervento di Laura Tanchis, ringraziandola per la condivisione.

La memoria è uno strumento a nostra disposizione, fonte di gioia per i ricordi belli, ma anche di frustrazione quando dimentichiamo ciò che vorremmo ricordare. È una delle cose che più contribuiscono alla nostra identità e la nostra persona, attraverso di essa, assume un aspetto unico e irripetibile: si potrebbe dire che la memoria dia forma alla nostra stessa vita. A proposito della frustrazione di non ricordare ciò che si vorrebbe, c’è un metodo semplice ma efficace per tenere a mente le cose, quello dei loci di Cicerone. Questa tecnica, tuttora utilizzata da politici e uomini pubblici, ha alla base l’associazione di argomenti da ricordare con luoghi ben noti, per esempio la strada per raggiungere il lavoro o la casa di un amico. Sappiamo del resto, anche dalle più recenti acquisizioni della psicologia, che il ricordo è legato all’emozione. A un metodo per ricordare qualcosa se ne contrappone un altro per far dimenticare ogni cosa, la damnatio memoriae. Questo istituto del diritto romano consisteva nella cancellazione della memoria di una persona attraverso la distruzione di tutto quanto potesse tramandare il suo ricordo ai posteri (opere scritte, dipinti, sculture ecc.). L’imperatore Caracalla, ad esempio, dopo aver fatto assassinare il fratello Geta, lo fece eliminare da tutti i luoghi in cui era rappresentato o nominato, come per esempio sull’attico dell’arco di Settimio Severo nel foro romano o sull’arco degli argentarii, vicino alla chiesa di San Giorgio al Velabro. [Continua »]


Vuoto

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Yves Klein, “Saut dans le vide” (“Salto nel vuoto”)

C’è un’immagine che la mia mente ha recuperato mentre cercavo di visualizzare l’idea – meglio: la sensazione – di spazio vuoto. È una fotografia in bianco e nero, scattata nel 1960, che fissa il “Saut dans le vide” (Salto nel vuoto) di Yves Klein dal secondo piano di una casa a Parigi. Dalla foto è stata rimossa la parte inferiore: un telone tenuto fermo dagli amici dell’artista, pronti a raccoglierlo. Sono andata a rivedere entrambe le fotografie e il confronto mi è sembrato curioso, perché in una sembra esserci il vuoto, mentre nell’altra no. Che sia unicamente l’assenza di protezioni, il senso di vertigine, lo spazio privato di corpi (e in realtà un corpo c’è, seduto su una bicicletta nella parte destra dell’immagine, e non rende il vuoto meno vuoto), a creare il (la sensazione di) vuoto?

Che cosa rende tale, dunque, uno spazio vuoto? E, prima ancora: esiste il vuoto assoluto? È possibile pensarlo, rappresentarlo, trovarlo in natura? Si tratta di un luogo, di uno spazio vero e proprio? E ammettendo che il vuoto esista – sia come realtà fisica che come spazio personale – è possibile darne una definizione univoca? [Continua »]