Il BAR

C’è un quadro di Edward Hopper, Nighthawks (1942, «I nottambuli»), che mostra le vetrine di un tipico diner americano affacciate su un angolo di Greenwich Village, a Manhattan. È probabilmente l’opera più famosa del pittore americano, per una serie di ragioni legate alla luce, ai colori, alle prospettive. Ciò che colpisce, a una prima occhiata, sono però soprattutto i tre frequentatori del locale: un uomo di spalle e una coppia rivolta verso il barista, piegato in avanti. Tutti e tre si appoggiano su un bancone, sopra il quale hanno posato i loro bicchieri con delle bevande da consumare. Nonostante ciò, sembrano non comunicare in alcun modo tra loro, quasi ignorandosi.
​Anche se ogni paese ha delle precise caratteristiche legate agli usi e alle tradizioni culturali del contesto, il bar è concepito generalmente come il locale pubblico per eccellenza, luogo d’incontro, di chiacchiere ma anche e soprattutto di passaggio, dove si consumano velocemente bevande o cibi, molto spesso al bancone. Il termine bar deriva proprio da una contrazione del termine inglese barrier, sbarra, oppure barred, sbarrato: nel primo caso si fa riferimento ai primi esercizi pubblici dove era permessa la vendita di alcolici in una zona separata dal resto del locale, appunto, da una sbarra; nel secondo caso, invece, sembra che ai tempi del proibizionismo inglese, durante il XIX secolo, sulle porte degli spacci di alcolici fosse fissata un’asse con la parola barred. Oggi, piuttosto, la sbarra fa venire subito in mente il bancone dove si consumano le bevande, dove cioè l’avventore di turno è separato da colui che lo serve, il barista, delimitando così una zona a cui il primo non può accedere.

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BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: Il BAR
Sabato 14 febbraio 2015 - NUOVO ORARIO: 11,00
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor”
Lunedì 9 febbraio
– ore 19:15
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma
BombaBibbia
Mercoledì 18 febbraio  – ore 19:00

Via Panama 9, Roma

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Giovedì 26 febbraio – ore 19:30 

Cappella Universitaria Sapienza

BCLings – Scrittura creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Parresìa, una virtù scomparsa

Papa Francesco, nel saluto che il 12 febbraio scorso ha rivolto ai Cardinali riuniti per il Concistoro del Collegio Cardinalizio, ha chiuso il suo discorso invitando tutti i presenti ad esprimersi con parresίa nel corso dei lavori assembleari.

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Forse molti, leggendo questa parola sui quotidiani, se ne saranno chiesti il significato e magari, avendola cercata sui vocabolari, non l’avranno trovata. Infatti di questo vocabolo del greco antico in italiano non è entrato neppure il calco tramite la traslitterazione, per una questione di traduzione dal greco al latino, ma anche per il fatto che nel corso dei secoli si è perso il valore della virtù che essa indica, per cui è davvero importante che oggi dal Papa venga un invito al recupero, non tanto della parola, ma soprattutto del valore di questa virtù, difficile da praticare, come si può vedere approfondendo il significato del vocabolo.

Parresίa è una parola composta dalla radice pan- nel significato di “tutto” e dalla radice rhe- col significato di “dire”, per cui, in senso etimologico, significa “dire tutto” o meglio “avere la libertà, la possibilità di dire tutto”, per cui in italiano si potrebbe rendere con “franchezza”.

È una virtù che ha fatto la sua comparsa nel V secolo a.C. e di cui si sono perse le tracce nel V sec. d.C., una virtù, quindi, in auge per dieci secoli, poi sparita. A riportare l’attenzione su di essa, nella contemporaneità, è stato Michel Foucault in una serie di conferenze tenute all’Università californiana di Berkeley nel 1938, oggi disponibili nel volume Discorso e verità nella Grecia antica (Donzelli 2005).

L’origine del concetto e della pratica della libertà di parola risale all’antica Grecia, in particolare alle pólis con regime democratico, dove la parresía, cioè il dovere morale di dire la verità, rappresentava la facoltà per i cittadini di condizione libera di esprimere liberamente la propria opinione durante le assemblee pubbliche che si svolgevano nell’agorá.

Il termine compare per la prima volta nella tragedia Φοίνισσαι (Fenicie v. 391) di Euripide, databile tra il 411 e il 408 a.C. [Continua »]



Il Bar, un mondo pieno di mondi

Durante l’Officina di sabato scorso abbiamo mostrato la mitica scena del bar stellare di “Guerre Stellari” (purtroppo non riesco a trovare la clip su youtube), invece questa qui che trovate qui sotto e che abbiamo ascoltato (un doppio Gaber, wow!) va benissimo, anche se si tratta della più piccola galassia milanese..


Il Bar, che noia?

Uh che noia, che noia qui al Bar, cantava Gaber nel 1969.. però sabato all’Officina (sul Bar) ci siamo proprio divertiti..ecco qua un po’ di materiali, a partire proprio dalla canzone di Gaber:



Letteratura in HD

hdUn annetto fa, dopo aver letto il romanzo Molto forte, incredibilmente vicino di J. S. Foer, sono andato a cercare il DVD della trasposizione cinematografica, diretta da Stephen Daldry. Ho trovato il film più coinvolgente – più vicino –  del libro e la cosa, da fanatico della parola scritta,  mi ha scioccato. Ha spalancato nella mia testa degli interrogativi.

Mi ha fatto pensare ad alcune delle letture che più mi hanno appassionato negli ultimi anni. L’American Psycho di B.E. Ellis, D.F. Wallace (soprattutto Infinite Jest e Caro vecchio Neon ), Molto forte, Incredibilmente vicino di J. S. Foer, Il Peso della Grazia di Christian Raimo. Tutte queste hanno in comune una grande abilità del narratore di utilizzare la prima persona per riprodurre con una risoluzione impressionante lo sguardo/voce e – di conseguenza – l’interiorità del protagonista di turno. È tutta letteratura che ti fa vedere i personaggi come  Incredibilmente Vicini. Letteratura in HD.

Foer mi accompagna nell’elaborazione del lutto del piccolo Oskar Schell raccontandomi i suoi pensieri, le sue razioni, le sue manie, volontarie e involontarie, con una precisione di dettagli superiore a quella con cui io conosco il mio stesso dolore o quello delle persone a me care. Costruisce una gigantografia 10:1 del bambino.  Lo stesso fa Ellis con le ossessioni di Patrick Bateman, Wallace nei monologhi del ciccione dentro Infinite Jest, Raimo con la narrazione del tormento da abbandono che soffre il suo Giuseppe. [Continua »]


Due film (e il rischio del manicheismo)

stvincentSono due film che apparentemente non hanno nulla in comune. In Jimmy’s Hall, l’ultimo film del noto regista inglese Ken Loach e St.Vincent, il primo film dello sconosciuto Theodore Melfi, invece c’è qualcosa che li accomuna, per contrasto, e questa cosa è il manicheismo. Sì, l’antica eresia cristiana tanto combattuta da S. Agostino, ma che sempre ritorna tenacemente a galla. Senza andare a scomodare i testi di teologia, vale la pena vedersi questi due film per comprendere meglio questa terribile tentazione che poi consiste nell’odiare il mondo, dividendolo nettamente in due parti, separate e contrapposte, un mondo in bianco e nero dove ci sono i Buoni e i Cattivi. [Continua »]