Mestieri e Negozi

fabbroIo sono un professore e quando mi presento a volte aggiungo, autoironicamente, la famosa battuta, penso statunitense per cui “chi sa fare, fa, chi non sa fare insegna”. In effetti io non so “fare” quasi niente: in attività manuali e pratiche il mio voto non ha mai raggiunto la sufficienza. Anche per questo mi piace BombaCarta, che, non a caso, mi trovo a presiedere: c’è un’aria un po’ da dilettanti allo sbaraglio in questa stramba realtà che da oltre sedici anni imperversa nell’affollato campo culturale italiano. Sul valore del “dilettantismo” se n’è già parlato, più volte, e quindi non ci ritorno, mi interessa ora il fatto che in genere in BombaCarta ci si mette a fare cose che ancora non si sanno fare, si va agli incontri di Officina o di Laboratorio non perchè “competenti” ma perchè curiosi e vogliosi di crescere in quel confronto con gli altri che può colmare le nostre piccole e grandi lacune. Quindi, ricapitolando, poco insegnamento, molta pratica. Esercizi non lezioni, da qui i nomi scelti ai nostri incontri (officina, laboratorio). Non mi meraviglio dunque, anzi ne sono lieto, del tema scelto per questa stagione che sta per cominciare: mestieri e negozi. È un tema che ho proposto io nel corso degli ultimi anni ma in passato era stato sempre bocciato. Ora è rispuntato fuori ed è veramente elettrizzante.. cosa mai potremmo tirar fuori quest’anno da questo strano binomio? Vedremo.
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BombaCalendario

Officina di espressioni creative
Tema: ALLENATORE (mestieri)
Sabato 25 ottobre – ore 15:30
Via Panama 9, Roma
Laboratorio di lettura “O’Connor” 
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma
BombaBibbia 29 ottobre, ore 19
Via Panama 9, Roma
BombaCinema
Cappella Universitaria Sapienza
BC-Lings – Condivisione creativa
Galleria d’arte “La Nuova Pesa”
Via del Corso 530, Roma

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Letture: “Verso il fuorigioco”.

Della riflessione sull’espressione artistica e creativa il più possibile aperta che è propria di Bombacarta ritengo possano far parte anche momenti di cordiale ospitalità verso contributi di provenienze diverse. L’autore di questa recensione è Alex Bardascino, nato a Legnano il 31/10/1988. Attualmente segue il Master in Lingue e letterature moderne presso l’Università di Liegi.

Curreri, Derobertis, Magliani, Comberiati, Lagazzi, Altamura, D’angelo, Sansonna, Bolognini, Giudicetti, Giordano. Non si tratta dell’undici che ha vinto l’ultimo campionato di Serie A o la Champions League bensì di una formazione anomala che dà vita a Una squadra di storie sul calcio, come indica il sottotitolo di Verso il fuorigioco, avvincente raccolta, appunto, di storie connesse con l’universo del pallone, pubblicate dalle Edizioni Il Foglio di Piombino, nel maggio di quest’anno, e curate da Daniele Comberiati e Luciano Curreri (collana “Archivi Diversi” (2), pp. 170, 12 euro). [Continua »]


La tenace poesia di Nicola Bultrini

 

latrincea11“Tenete per voi il vostro Byron che commemora le disfatte degli uomini. Io verserò lacrime di orgoglio leggendo l’orario delle ferrovie.” (L’uomo che fu Giovedì, di G.K.Chesterton)

Il tempo è se le cose si consumano/ la poesia è un resistere audace” canta Nicola Bultrini a metà della sua ultima raccolta di poesie La specie dominante e audace è lui, l’autore, marchigiano trapiantato a Roma dove esercita la professione di avvocato tra una suonata con il suo sassofono jazz e il lavoro meticoloso di cantore-archeologo della Grande Guerra tema sul quale ha sfornato diversi saggi dove la ricostruzione storica si intreccia con la passione poetica (ovviamente nella figura emblematica di Ungaretti). E Ungaretti lo ritroviamo affiorante in modo implicito in diverse pagine di questa breve e intensa raccolta che da subito mette in luce un’idea che sta molto a cuore all’autore: la vita e la poesia, insieme, come resistenza, come tenacia, come forza di andare “controvento” (espressione significativamente ricorrente in più liriche). [Continua »]


Agosto, un po’ di raccoglimento?

 

i-migliori-libri-da-leggere-rileggere-a-natalePasseggio per il corso del paese di Maratea, amena località della costa lucana sul Tirreno dove villeggio praticamente da sempre, finalmente c’è un po’ di sole, e mentre scendo verso la piazzetta mi rendo conto di una cosa, forse con ingenua meraviglia: la differenza tra il paese e la città è che nel primo la gente si saluta. Nel piccolo paese tutti si conoscono, un fatto che ovviamente ha anche dei tremendi effetti collaterali. Forse a causa delle mie più recenti letture estive (i saggi di Karl Rahner sulla poesia e L’istinto di narrare di Jonathan Gottschall), ma c’è qualcos’altro che attira la mia attenzione: nella piazza del Municipio, intorno alla fontana, una serie di panchine sotto gli alberi sono affollate di paesani, con la coda dell’occhio noto una mattonella inchiodata su una delle panchine: un disegno ritrae un uomo anziano seduto e sopra campeggia la scritta “Assèttati e cùntami ‘u fatto” (dal dialetto locale: “Siediti e raccontami il fatto”).  [Continua »]


L’ambiguità della traduzione, impresa necessaria e impossibile (il caso de L’uomo che fu Giovedì, intervista ad Annalisa Teggi)

Annalisa Teggi ha appena pubblicato Capriole cosmiche (Lindau) un saggio sui due suoi grandi amiro, Dante e Chesterton. Dello scrittore inglese è anche profonda studiosa e traduttrice, e volentieri racconta qualcosa del suo ultimo faticoso lavoro di traduzione, sempre per Lindau, dedicato ad uno dei romanzi più famosi di Chesterton, L’uomo che fu giovedì.

997001_10202611301312587_2011099629_nTradurre Chesterton richiede sempre uno “strabismo”: da una parte occorre un’attenzione certosina al significato letterale e una premura rigorosa a rispettarlo, dall’altra occorre avere anche una grande premura al significato che c’è dietro la lettera e, perciò, è necessario talvolta essere audaci al punto di allontanarsi dal significato letterale per restare vicini al senso. So che suona come un controsenso, di fatto il mestiere di tradurre è un non-senso, ma è un non-senso proficuo; è una lotta per cercare un equilibrio. Ci si chiede costantemente: “a cosa è più necessario che io sia più fedele”? Ogni scelta è un rischio. In quest’opera, però, mi azzardo a dire che Chesterton è più semplice del solito, cioè il linguaggio è più diretto e asciutto (rispetto ad altri suoi testi), perché ne L’uomo che fu Giovedì è la trama a farla da padrone, la battaglia è nel senso delle vicende narrate e le parole devono catapultare il lettore nel mistero delle cose e delle persone che entrano in scena.

A mo’ di esempio, Annalisa cita un piccolissimo brano al quale ha inteso dare una particolare sfumatura ad alcuni vocaboli per rendere bene in italiano il modo di sentire dell’autore ? [Continua »]


Luglio: bagliori, non abbagli

luglioLuglio col bene che ti voglio/ vedrai non finira’ ia ia ia ia/ luglio m’ha fatto una promessa/l’amore portera’ ia ia ia ia[...] é luglio da tre giorni e ancora non sei qui/ vieni da me c’e’ tanto sole, ma ho tanto freddo al cuore/ se tu non sei con me/ luglio stamane al mio risveglio non ci speravo più ia ia ia ia/ luglio credevo in un abbaglio e invece ci sei tu ia ia ia ia”.
Così cantava nel mitico ’68 il misterioso Riccardo Del Turco e quella dolce melodia mi ritorna in mente con il caldo estivo, finalmente arrivato. In particolare mi colpisce l’ultimo verso: nel momento in cui la speranza sembra svanire ed emerge inquietante il sospetto dell’abbaglio ecco che la presenza della donna amata (e invece ci sei tu) scaccia via tutte le ombre in nome della concretezza.
Due parole a questo punto: la prima è l’affermazione di Kafka: “La vita non cessa d’insegnare, suo malgrado, che non si può mai salvare qualcuno se non con una presenza, e con nient’altro”; la seconda è la poesia “Speranza” di C.Milosz:

La speranza c’è, quando uno crede
Che non un sogno, ma corpo vivo è la terra,
E che vista, tatto e udito non mentono.
E tutte le cose che qui ho conosciuto
Son come un giardino, quando stai sulla soglia.
Entrarvi non si può. Ma c’è di sicuro. [Continua »]


Napoli, eterna ribelle

Fatta di schiaffi, di parole mal comprese, di occhi che guardano e di piedi che provano a orientarsi tra le strade della città”, così il protagonista senza nome del romanzo “Giùnapoli” racconta la sua iniziazione alla vita partenopea.

giunapoliUn percorso iniziato nel 1973, scandito da partenze e ritorni, da instancabili passeggiate con gli occhi tra le stratificazioni urbanistiche, sociali e letterarie della città.

La Napoli di Perrella è una seduttrice schizofrenica, dove si intrecciano “più città, spesso sconosciute le une alle altre” (Camaldoli, i Colli Aminei, il bosco di Capodimonte, il Vomero, la Ferrovia, Fuorigrotta, Montesanto, i Quartieri Spagnoli); è una creatura che non è donna nè uomo, “ non è solo storia e non è solo natura”. “È la città delle possibilità segrete, dove bisogna trasformarsi in archeologi della bellezza”; è un’Arpia che artiglia le orecchie degli stranieri con la “forza tellurica” della sua lingua ed è capace di far sentire sempre straniero anche chi la abita da anni. Il personaggio di Perrella se ne accorge, vano è ogni tentativo di anatomizzarla e governarla: la Napoli sventrata dalla speculazione edilizia che vomita nel mare la sua rabbia di vittima di un oscuro fato, sottrae ribelle il suo corpo ad ogni lettino clinico, ad ogni classificazione urbanistica e letteraria, “ sfugge, sfugge, e quando pensi di possederne un tratto (…) ecco che arriva la confusione, non sai più come orientarti, tutto scoppia (…) e non rimane che cenere immaginativa”, e io continuo a perdermi, anche nei luoghi che conosco benissimo”. È questa, come ricorda Perrella, la Napoli inafferrabile delle pagine di Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria, Ermanno Rea, Domenico Rea, Sergio De Santis, Mario Pomilio e della generosità di Tullio Pironti. [Continua »]


UNA LETTURA EMOZIONANTE: Tardi ti ho amato di Ethel Mannin

L’occasione che ci offre Antonio Spadaro con la collana di libri “La biblioteca di Papa Francesco” è davvero eccezionale! Pensare di inoltrarsi nella biblioteca personale del Santo Padre, particolarmente in quello scaffale in cui sono raccolti i libri che gli sono più cari, quelli sui quali, come facciamo anche noi, magari ritorna ogni tanto per ritrovare una frase o per rileggere un episodio, è davvero un’emozione grande, venata certo di curiosità. Ma la curiosità la proviamo di più per i grandi scrittori, nei cui confronti andiamo piuttosto alla ricerca delle fonti, delle suggestioni letterarie, mentre nei confronti del Papa l’interesse è più rivolto alla Sua persona, alle Sue idee, al Suo sentire ed esprimersi, a qualche cosa che ci può, in qualche modo, coinvolgere.

La biblioteca di Papa FrancescoI libri che nei prossimi mesi potremo leggere in quest’ottica di condivisione letteraria ed emotiva con il Santo Padre sono 20, alcuni per noi notissimi e molto letti, anche se sovente purtroppo incrostati da sovrapposizioni scolastiche (Eneide, I promessi sposi), alcuni noti più di nome che per lettura diretta (Memorie dal sottosuolo di Dostoevskj, Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, Odi di Hölderlin), altri di frequentazione più popolare e locale (Cento poesie di Nino Costa, in piemontese), altri ancora legati ad interessi teologici e religiosi (Meditazioni sulla Chiesa di De Lubac, Sul sacerdozio di Agostino d’Ippona, Memoriale di Pierre Favre, L’opposizione polare di Romano Guardini, Il divino impaziente di José Maria Pamán, Il racconto del pellegrino. Autobiografia di Ignazio di Loyola), ma tutti gli altri sono testi sconosciuti ed introvabili in Italia, quasi tutti specificamente letterari, che dovrebbero quindi aprire prospettive inedite dal nostro punto di vista critico. Quest’ipotesi è pienamente confermata dal primo romanzo pubblicato, Tardi ti ho amato (1948) della scrittrice inglese Ethel Mannin (1900 – 1984), del tutto sconosciuta in Italia, in quanto nessuno dei suoi numerosissimi romanzi è stato tradotto, come neppure è in italiano la voce che la riguarda in wikipedia, in parte ripresa da anarcopedia, ma per dare rilievo più alle sue vicende personali e politiche che per presentare la sua vasta produzione letteraria. [Continua »]